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Difendere il latino e il greco per difendere un metodo di ragionamento.

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Luca Ricolfi spiega sul Sole 24 Ore i motivi che l’hanno spinto a firmare l’appello — «il primo (probabilmente l’unico) della mia vita» — contro l’abolizione totale o parziale della traduzione dal greco e dal latino nell’esame di maturità del Liceo Classico.

La sua, spiega Ricolfi, non vuole essere la difesa in sé della classicità delle due materie in questione. Ma una riflessione più ampia, che s’inserisce nel dibattito su quanto l’asticella della «protezione da ogni sfida che possa mettere [i nostri ragazzi] davvero alla prova» debba essere ancora abbassata e su quanto, al contrario, «non vogliamo privar[li] delle capacità di cui prima o poi avranno bisogno».

Ricolfi crede che la vera ragione per cui si vuole abolire la traduzione dal greco e dal latino

non sia l’incapacità di apprezzare la cultura classica, o la volontà di promuovere la cultura scientifica, o il desiderio di modernizzare e svecchiare la scuola. No, la vera ragione è molto più terra-terra: la traduzione dal latino e dal greco, insieme ad alcune parti della matematica (nei casi in cui vengono effettivamente insegnate), è rimasto l’ultimo compito davvero difficile della scuola secondaria superiore. È questo, semplicemente questo, che rende attraenti le tesi degli abolizionisti. È questo che – prima o poi – consentirà loro di imporsi. Perché, non nascondiamocelo, la domanda degli studenti e delle loro famiglie non è di alzare l’asticella, ma di abbassarla sempre più, come in effetti diligentemente facciamo da almeno quattro decenni.È questo, il livello dell’asticella, che fa la differenza fra una buona scuola e una scuola mediocre. Ed è questo, la tenace volontà di tenerla bassa, il non-detto che accomuna buona parte delle innovazioni nella scuola e nell’università. Se così non fosse, alla progressiva erosione dello spazio del latino e del greco, con la soppressione dell’analisi logica nella scuola media inferiore, la scomparsa quasi universale della traduzione dall’italiano, l’istituzione di licei scientifici “ma senza latino”, si accompagnerebbe l’introduzione di soggetti ritenuti più interessanti, o più utili, o più formativi, ma altrettanto impegnativi. Giusto per fare qualche esempio: studio del cinese, compresi gli ideogrammi; logica e calcolo simbolico; teoria della relatività; meccanica quantistica; filologia classica o moderna; algebra astratta; linguaggi di programmazione evoluti (al posto del ridicolo insegnamento del pacchetto Microsoft Office).

 

La sfida di Luca Ricolfi.

Oggi pomeriggio ho letto tutto d’un fiato La sfida, il pamphlet di Luca Ricolfi che vorrebbe spiegare “come destra e sinistra possono governare l’Italia” (come da sottotitolo), e che mi è stato gentilmente regalato da un amico col quale condivido delle esperienze politiche.

Luca Ricolfi è per me quasi sempre imperdibile sulle pagine de La Stampa, nonché spesso condivisibile in ciò che scrive. L’approccio con cui mi sono affacciato a questo agilissimo volumetto era quindi positivo: pensavo, cioè, di trovare conferma di molte delle cose che già penso. E’ andata così, più o meno.

L’assunto dal quale parte Ricolfi è molto semplice. Esistono, per la destra e la sinistra italiane (ed esistono almeno come concezioni economico-sociali), dei beni ultimi. Per la sinistra sono l’aumento della spesa pubblica, per andare a fornire uno Stato sociale più grande. Per la destra, all’opposto, la diminuzione delle tasse da attuarsi con l’eliminazione degli sprechi che il continuo voler aumentare lo stato sociale tipico della sinistra ha col tempo creato. Dati questi “beni ultimi”, Ricolfi propone di ribaltarne la prospettiva:

la mossa decisiva è rinunciare a ogni scambio tra beni ultimi: da una parte la libertà dei contribuenti (meno tasse), dall’altra i diritti dei cittadini (più Stato sociale). La destra dovrebbe rinunciare a finanziare la riduzione delle tasse con i tagli alla spesa pubblica. La sinistra, da parte sua, dovrebbe rinunciare a rafforzare lo Stato sociale con inasprimenti della pressione fiscale.

Fino ad arrivare alla proposta estrema, forse un po’ provocatoria, ma probabilmente funzionante:

una sinistra che sapesse che, per completare lo Stato sociale, l’unica strada possibile è accrescere il “tesoretto” dei proventi della lotta agli sprechi, avrebbe finalmente qualche interesse a condurla, questa benedetta battaglia. E una destra che sapesse che, per tagliare le aliquote, l’unica strada possibile è accrescere il tesoretto dei proventi della lotta all’evasione, avrebbe a sua volta qualche interesse a condurla, questa sacrosanta lotta all’evasione.

Né più né meno che una sorta di “contrappasso dantesco” per destra e sinistra è quindi la soluzione individuata da Ricolfi per rimettere in moto il paese. Facendo, tra l’altro, affidamento sui nostri problemi: se gli sprechi fossero “solo” di 20 milioni di euro —pone come esempio Ricolfi —la sinistra non avrebbe grande margine per migliorare lo Stato sociale. Fortunatamente, però, questi sprechi sono di più. Idem il discorso applicato all’evasione.

Il pamphlet è basato tutto sul filo del paradosso. Del resto, lo stesso scenario di collaborazione politica tra destra e sinistra ci appare paradossale, in questi mesi di governo di grande coalizione molto scricchiolante. Non solo perché si tratta di un’esperienza tutto sommato inedita per noi Italiani, abituati nella Prima Repubblica ad avere dei governi monocolore che duravano pochissimo e nella Seconda al bipolarismo degli estremi. Ma anche perché le forze in campo —destra e sinistra— non hanno per il momento voluto rinunciare a nessuno di questi “beni ultimi” la cui applicazione, quando avviene, finisce sempre per scontentare qualcuno.

Il discorso di Ricolfi può sembrare democristiano (accontentare tutti per non scontentare nessuno), ma invece risulta essere piuttosto utopico (e per stessa ammissione dell’autore).
Tralasciando la politica nazionale, il ragionamento è applicabile anche nel contesto di una cittadina medio-piccola.

Ora, provate voi ad immaginare un listone civico che comprende al suo interno il meglio del riformismo di destra e di sinistra e che viene chiamato dai cittadini a governare (lasciando fuori quindi gli estremismi e i leghismi, la cui capacità di effettuare riforme è pari allo zero perché basano il loro consenso unicamente su posizioni le cui rendite vanno difese senza se e senza ma).
Sarebbe credibile che la componente di sinistra —finalmente— volesse razionalizzare il modus operandi della macchina comunale, e magari licenziare o ricollocare qualche fannullone, per poter andare ad aumentare il fondo per l’aiuto alle famiglie in difficoltà, o a diminuire la retta degli asili nidi, o a fornire o potenziare dei servizi di welfare nei confronti dell’assistenza alle persone anziane? E, ugualmente, che la componente di destra accettasse —pur nei limiti della legalità e del rispetto della privacy— di contrastare concretamente l’evasione tramite strumenti elettronici, trasparenza sui siti internet, aiuto e messa a disposizione di dati alle autorità competenti?

Uno scenario del genere è impossibile e suicida per le compagini politiche in campo: si assisterebbe alla rivolta degli elettori più estremi e ideologici delle due fazioni (nonché ad uno spiacevole inconveniente: che l’invasione della privacy sia altrettanto importante rispetto all’ottimizzazione di una macchina comunale). Allo stesso tempo, però, i cittadini di quel comune riconoscerebbero nell’azione di questo fantomatico listone civico qualcosa di buono e che nel concreto non scontenta nessuno.

Questo sembra suggerire Ricolfi, in un pamhplet che si pone come una dose di ottimismo dopo che qualcuno gli ha fatto notare —lo spiega lui stesso nell’introduzione— che molti dei suoi discorsi volgevano piuttosto al pessimismo (“mi sono sentito dire che le mie analisi sono giuste ma non offrono speranza”).

Queste mie note a margine vogliono essere prima di tutto una recensione del libretto in questione. E poi una approvazione di massima del suo contenuto — seppur con qualche distinguo: ad esempio nel fatto che in questo modo pressione fiscale e spesa dovrebbero stare per un po’ di tempo al livello attuale in rapporto col Pil; e poi nel fatto che tutta l’analisi di Ricolfi è incentrata solo sulla contrapposizione dei beni ultimi tra destra e sinistra (fondamentalmente più Stato sociale a sinistra, meno tassazione a destra) e dei modi per risolverli (meno sprechi, meno evasione) —il fatto, però, è che c’è dell’altro: ci sono delle contrapposizioni culturali che sono dure da superare, sia nei partiti che negli elettori. E queste contrapposizioni culturali, poi, sono più solide a sinistra che a destra (dove per destra, in questo caso, si deve intendere in senso molto allargato l’area moderata).

Di sicuro queste mie note non vogliono essere, per chi mi legge e per chi conosce quella che è la mia attività politica, il ritratto di uno scenario futuro più o meno prossimo.
Anche perché sono cose che andiamo dicendo da sempre, più o meno dalla nostra discesa in campo, ponendoci come lista civica di centrodestra, ma atipica. Tant’è che abbiamo pescato più della metà dei nostri voti tra gli elettori di centrosinistra. Segno che forse eravamo solo la lista civica del buon senso. Un buon senso molto simile a questo descritto dal Professor Ricolfi.