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La rivincita della copertina.

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Nel digitale, la prima pagina di un giornale sembra perdere sempre di più importanza; del resto, ormai, inizia a essere marginale anche la home page di un sito internet di notizie, visto che quasi nessuno passa più da lì ed è stato affidato ai social network il compito di fare da ‘buttadentro’ alle notizie. Caso diverso per la copertina di un magazine, come fa notare Catherine Taibi in un post pubblicato sullo Huffington Post americano che celebra la rivincita delle copertine:

In the digital age, the magazine cover has become a separate entity, no longer necessarily attached to the rest of the magazine. Digital did for the magazine cover what it did for articles — it gave them a life of their own. Many readers, for instance, will encounter a cover on Facebook, Instagram or Twitter long before they see it in print, extending its reach with every “like” and share. Indeed, cover images are getting into the hands of readers faster than ever before. While digital media seems to be making the newspaper “front page” less and less important, the opposite is true of the magazine cover.

I magazine hanno vissuto un rapporto contrastato con i tablet. Se il loro avvento era stato visto dai più come un’ancora di salvezza per l’editoria (allo stesso modo in cui l’iPod lo fu per la musica), nei fatti non tutto è filato come nelle intenzioni dell’industria editoriale. I magazine faticano ad essere letti su un tablet. Ci sono molti e validi motivi per questo, in primis gli investimenti che le aziende editoriali non hanno fatto per creare delle edizioni ‘digital only’ dei rispettivi cartacei che creassero un valore aggiunto e non fossero solo delle repliche in PDF di quanto si trova già in edicola. Ma credo che ci sia anche un altro aspetto, ed è il motivo per cui i magazine soffrono forse meno la crisi di sistema che ha colpito l’editoria degli ultimi anni: il piacere di una lettura che vada oltre l’informazione. Quando ho in mano il Corriere della Sera voglio informarmi; lo leggo anche se è stropicciato, del resto mi interessa soprattutto la notizia. Quando ho in mano il New Yorker, o qualunque altra pubblicazione periodica, voglio informarmi ma allo stesso tempo provo un certo piacere fisico — tattile, di profumo della carta, visivo — nel farlo. La copertina di una rivista, in tutto questo, rimane un punto fermo. Spiega Taibi:

In the ethereal world of digital media, printed magazines continue to offer something concrete, a tangible representation of a collaboration between editors, artists, designers and writers. And nothing embodies this collaboration like the magazine cover, which remains one of the modern age’s most widely consumed pieces of public art.

Oggi, la copertina più che mai dev’essere pensata per la carta, ma deve circolare massivamente sulla rete. Deve diventare, insomma, virale:

The Internet allows magazines to be distributed farther than ever before. And unlike in print, it doesn’t just stop at your doorstep and build up beside your bed. With its own URL, tweets and retweets, sharing on Facebook — the cover keeps going. And going.In other words, the Internet is giving magazine covers something they never had before: the ability to go viral.

Ho letto IL, è bellissimo. Peccato per la carta.

Ho acquistato e sfogliato abbondantemente, soffermandomi sugli articoli che hanno subito incontrato il mio interesse, IL, il magazine maschile (?) de Il Sole 24 Ore, che ieri è arrivato in edicola col primo numero diretto da Christian Rocca. Siccome la notizia in rete negli ultimi giorni ha fatto un certo rumore — e non poteva essere altrimenti, dato che Rocca è personaggio ben noto a chi frequenta la blogosfera italiana — e tutti sembrano aver detto la loro, impiego qualche riga per dire anche la mia.

IL era già il miglior allegato (anche qui, come per “maschile”, metto un ?) ad un quotidiano nazionale, quindi Rocca partiva da una base solida. Migliore per molti motivi: argomenti trattati e taglio col quale li trattava, freschezza e, soprattutto, design. L’eccellente lavoro grafico del team guidato dall’art director Francesco Franchi aveva portato IL ad offrire delle copertine che immediatamente lo differenziavano da qualunque altra pubblicazione scorgevi in edicola o sugli scaffali delle riviste nelle librerie. Il fatto di essere l’unica pubblicazione italiana tra i finalisti del premio Magazine Of The Year, insomma, è più che meritato. Rocca, dalla sua, porta sicuramente un grande talento, una certa verve polemica, il gusto per i fatti nel mondo e, ultimo ma non ultimo, un valore aggiunto in termini di firme: nel suo editoriale dice di aver già arruolato Jason Howoritz del Washington Post, Sasha Issenberg da Monocle, il saggista Paul Berman e l’invitato dell’Atlantic Graeme Wood. Chapeau. La cover story di questo primo numero da lui diretto, poi, è un colpo al cuore (positivo) per tutti quelli innamorati della stampa e del giornalismo, visto che racconta il futuro (ancora lungo, a quanto pare) dell’informazione cartacea, se ne presentano alcuni esempi e si descrivono i “believers”, ovvero coloro i quali non hanno smesso di credere e ancora producono informazione di carta di un certo successo (piccola bacchettata: ma Tyler Brulé perché non è stato inserito?!).

Non trovando altri difetti nella linea editoriale (e cioè: ciascuno tratta le storie che meglio crede, e quelle trattate da IL non lo sono quasi mai su nessun’altra pubblicazione, non in Italia almeno), mi soffermerei sull’unico grande difetto, per altro condiviso con tutti gli allegati ai quotidiani nazionali e con buona parte dei settimanali: la carta. Per usare un francesismo, e non dare l’impressione che questa micro-recensione (sono costretto, per la terza volta, a mettere un ?) sia totalmente appiattita e favorevole nei confronti dell’oggetto recensito, dico che fa letteralmente schifo. E va cambiata subito, immediatamente. Dice: non è possibile, farebbe aumentare il costo del magazine, gli allegati funzionano così, vattelapesca. Rispondo: chissenefrega, provateci. Staccate il mensile dal quotidiano (non dal gruppo editoriale, semplicemente vendetelo come un prodotto autonomo), aumentate il prezzo di entrambi una volta al mese, trovate la soluzione che meglio preferite, ma cambiatela. E’ quel tipo di carta che mi fa quello che ormai ho chiamato “effetto TV Sorrisi e Canzoni”, per via del fatto che il tipo di cellulosa è identico a quello del famoso nazional-popolare: stessa consistenza al tatto, stesso odore, stessa proprietà di diventare trasparente (se non di bucarsi) quando ci sputi sopra. Non che io acquisti le riviste per sputarci sopra, sia chiaro; è solo per intendersi. La trovo un’enorme pecca, punto. E’ inutile avere il progetto grafico più bello del mondo, se poi lo si stampa su pessima carta. Lo dissi anche all’epoca del restyling di Style del Corriere della Sera (effettuato addirittura dalla Winkreative): si spendono, giustamente, soldi per fare prodotti non solo utili ma anche belli, educando così su un aspetto — quello estetico — troppo spesso sottovalutato in favore del “l’importante è il contenuto”. E poi li si incarta in pessimo modo.

The good copy.

Avete voglia, poi, a dire che la carta stampata è morta e il futuro è in rete, su Twitter, negli iPad. Certo, e chi lo nega? Il problema sono quelli che negano l’esistenza di ottimi esempi di carta stampata.

Predente Monocle e il suo fondatore Tyler Brulé. Tutti a dire che lì sopra si leggono solo fighetterie, e poco importa se la maggioranza dei critici non ne ha mai sfogliato nemmeno un numero. Però, dopo, gli stessi critici corrono a incensare (a volte giustamente, altre volte meno) qualunque impresa editoriale che prende come modello (a volte spudoratamente, altre volte in modo più sottile) proprio il magazine di Brulé. Da oggi, aggiungiamo alla lista (che dalle nostre parti comprende Studio e Italic) anche il francese The Good Life (dello stesso gruppo di Ideat)