Tre marziani in libreria.

Ciondolavo nella libreria di un centro commerciale, piuttosto annoiato come lo sono solo quegli uomini che attendono l’uscita dai camerini della propria compagna. Nel reparto attualità, dove sul bancone s’impilano le ultime opere dei giornalisti da talk-show, sono arrivati in tre: moglie, marito e suocera (non capivo se di lei o di lui). La moglie cercava il libro di – rivolgendosi al marito – «quel giornalista della 7 che piace anche a te, come si chiama?». Il marito, imbarazzato che qualcuno intorno avrebbe potuto pensare che lui guardasse i programmi di approfondimento, nicchiava. Gli indizi erano ancora più preoccupanti: «Ma sì, quello che inizia per F…».  Al che il marito, col tono di chi non gli pare vero di aver indovinato: «Faletti!». «Ma Faletti è morto», replicava la moglie semi indignata non si capiva se per la figuraccia o per la delusione di non avere ancora il nome dell’autore il cui libro andava cercando. «E poi non era un giornalista», spiegò al marito.

Il marito non era convinto. «Quando è morto Faletti?», chiese con la faccia di uno che aveva passato su Marte gli ultimi anni, o si era svegliato da dieci minuti, o forse tutte e due le cose. «Cinque o sei anni fa», rispose la moglie un po’ sottovoce. Di mio, ero sempre più determinato a proseguire nel mio ciondolare in quella libreria. Così presi in mano, fingendomi interessato, uno di quei libri anti-casta, tipo Sanguisughe o Pantegane o Mal di pancia italiani. Marito e moglie, con la suocera che osservava insolitamente interessata, decidevano intanto se rivolgersi o meno ad un commesso. Convennero di sì. Individuatone uno, la moglie si fece avanti: «Scusi, stavo cercando…» – «Glielo spieghiamo un po’ a gesti, non ci ricordiamo il nome”, la interruppe il marito – «… il libro di quel giornalista della 7, quello che sta sempre in televisione da Santoro». Il commesso, con l’aria di chi la sa lunga ed è convinto di tirare un rigore a porta vuota: «Ho capito, De Gregorio?».

Alt. De Gregorio chi? Conchita, che forse è passata da Santoro qualche volta come ospite o per presentare un libro? Oppure Sergio, l’ex senatore al quale qualche puntata di Annozero dal vago sapore inquisitorio sarà stata probabilmente dedicata? «No, non lui», rispose la moglie un po’ sconsolata dal fatto che un commesso di una libreria non sapesse il nome di un autore – ed io che mi univo alla sua sconsolatezza, mentre riponevo sullo scaffale Magna Italia, una storia ragionata di quanto ci costa la politica. Improvvisamente il commesso ebbe un bagliore in viso: «Ho capito signora, Travaglio!». «Sì, lui! Sa, mi piace tanto». Il libro che la signora stava cercando, Slurp, lo aveva sotto gli occhi da cinque minuti buoni. Il commesso glielo ha mostrato e lei, tutta tronfia, presolo in mano si è avviata verso la cassa dicendo al marito: «Ho anche la tessera della Coop, magari mi fanno lo sconto».

È successo veramente. Valga anche come recensione del libro Slurp di Marco Travaglio, che vorrebbe raccontare a chi non si ricorda il suo nome di quanto i giornalisti italiani siano dei leccaculi. Poi pensate se la stessa cosa sarebbe potuta succedere in una libreria di quaranta o cinquanta anni fa. Solo che al posto di Travaglio, immaginate che l’improbabile signora, con marito e suocera (o madre) al seguito, andasse cercando un testo di Ennio Flaiano.

Perché c’era lui.

Peccato che Travaglio non abbia voluto essere ospite a In Onda (la7) solo «perché ci sono io», come mi disse personalmente a giugno. Il 4 luglio, a In Onda, c’è venuto persino Ingroia, peraltro con Maurizio Belpietro. Direttamente Ingroia. Già che c’eravamo, abbiamo preso l’originale.

Filippo Facci su Marco Travaglio, la “famosa” trattativa (e la trattativa per gli ospiti a In Onda)

Alla fine è (ancora) colpa di Berlusconi

Giuliano Ferrara, su Il Foglio di oggi (12 dicembre, p. 1), nell’editoriale in cui analizza i motivi di quella che definisce (dal punto di vista dei protagonisti) “disastro senza consolazione”, ovvero il calo di share dello show di Michele Santoro, dà una definizione di travaglismo:

Il travaglismo inganna e rende ridicoli i molti lettori e fan di sinistra che ci cascano, ma è integralmente di destra, non ha la verniciatura di lotta e di rappresentanza dell’Italia sana e socialmente sofferente da sempre incollata in modo attaccaticcio sui vascelli dell’informazione di regime “de sinistra”. Di Montanelli, che era persona complessa e interessante, e che aveva un’esperienza diretta della politica e dell’anticomunismo, del potere e dei giri di denaro frequentati con goduria e lussuria da commedia umana, Travaglio mantiene solo l’aspetto minore, il qualunquismo, il vizio d’origine e di struttura dei tribuni che sgomitano per il potere e il quattrino a spese della credulità dei loro padroni lettori (e con l’ausilio di verbali e imbeccate questurine). Devo dire che spesso è efficace, perché in tutte le sue incarnazioni il potere italiano fa un po’ ridere, come si vede dai suoi divertenti editorialini su Passera, sui nuovi garanti della rispettabilità italiana in Europa, e sulla tendenza di fondo a cambiare tutto purché nulla cambi.
Il camaleontismo italiano nasce dal fatto che trasformisticamente si passa di regime in regime, invece che cambiare governo secondo progetti di alternativa e seguendo la decisione del corpo elettorale. E in questa persistenza del regime, comunque sia, lo stile di Travaglio ci sguazza, perché gli consente di suggerire ogni giorno al branco ideologico suo tributario che Berlusconi è sempre vivo, sempre caimano, sempre minaccioso, e tutto quello che di porco e maledetto combina il potere, sia facendo la volontà della Merkel sia non disfacendo l’Italia avida e goduriosa e sporcacciona della cartolina qualunquista, alla fine è colpa di Berlusconi.