Esperienze di lettura educate.

Scrive un lettore ad Andrew Sullivan:

[T]he reason I want to write you most of all, is I’m amazed at how much more I read the Dish compared to other websites I enjoy (Vox, Slate, Salon, Mother Jones). Do you know why I read the Dish more? It’s not because I don’t want to read articles on those sites. I’m not too turned off by the tone of stupid articles that occasionally appear (all publications have articles I find stupid).

No, it’s because of their god damned ADS! I could deal with banner ads. I could deal with rollovers that cover the entire screen until I hit “X” and push the ad back to the top of the page. But now, every single one of those sites runs video ads that launch when you open the site. In the side of the page, a video plays. Guess what happens next? My fucking Internet browser freezes or crashes. As much as I want to read these sites, the people running the sites are making it impossible for me to do so. So impossible, in fact, I find myself reading them less and less.

I work in digital ad sales. User experience matters to us at our site. You know what website has the best interface that I can hang out on all day? It’s the Dish of course. Thank you for being ad-free.

Il che mi sembra dirla lunga non tanto sull’etica del piazzare annunci pubblicitari — The Dish non ne ha, vive della forze degli abbonati e, per una minima parte, dei link sponsorizzati; ma per quanto mi riguarda non vedo problemi in qualche AdSense — quanto su quella di rendere l’esperienza di lettura la migliore possibile. Forse che sia l’unica cosa che davvero conti per il lettore, anche nelle considerazioni che questo fa sul pagare o meno per fruire di un contenuto? Può essere che mi sbagli. Ma forse si sbaglia anche chi non sopporta di essere continuamente interrotto da: video che si aprono su tutto lo schermo, filmati che partono in automatico con l’audio sparato ad alto volume, pubblicità che non si possono spegnere prima di un certo periodo di tempo, contenuti inseriti in cornici pubblicitarie di automobili.

Altre cronache italiane.

Il più importante quotidiano italiano, lo stesso che martedì manderà in edicola un instant book con quella che — definisce il claim — sarà «tutta la verità sul caso che ha sconvolto l’Italia», oggi si premura di fornire un resoconto sull’“altra faccia” dell’unico indagato. Un’altra faccia che dovrebbe contenere indizi atti a provare un’inaffidabilità di fondo delle dichiarazioni finora rilasciate dall’accusato. O comportamenti che farebbero di lui il tipico caso di personaggio ambiguo. Ma non troviamo nulla di tutto questo. Se non l’obbligo da parte degli estensori dell’articolo di dover riempire la pagina, obbligo svolto con dettagli talmente banali che probabilmente finirebbero a margine anche in un verbale giudiziario. Ma non sulle pagine di un giornale (uno qualunque non solo quello in questione): anziché raccontare la storia mentre si sta svolgendo (e non “tutta la verità” prima che l’indagine sia conclusa), si sente piuttosto l’obbligo di titillare le papille di un pubblico che si dimostra ricettivo verso particolari scabrosi (o finto tali, come vedremo) e del tutto irrilevanti.

Nel tentativo di descrivere l’accusato come personaggio ambiguo e dalla doppia vita, vengono scandagliate le sue abitudini. Che sono le stesse di migliaia di altre persone che hanno come unico peccato quello di non stare in casa la sera, ma di dedicarsi ad attività forse culturalmente e socialmente basse, ma non per questo lesive della dignità di chi le compie, né tantomeno illecite. Come (i virgolettati sono presi dell’articolo) andare in un centro estetico «due volte a settimana per una doccia total body». O «passare intere serate nei disco pub della provincia. Ad esempio in un locale della bassa bergamasca», forse per via di quella che sembra essere «una certa [sic!] passione per la musica latino-americana». Del resto uno degli investigatori si è fatto scappare un dettaglio importantissimo: «Secondo alcuni amici era uno che amava fare lo splendido». Il mondo è pieno di gente splendida: è purtroppo uno dei segni di decadimento della nostra società ma che, fatto salvo l’arrivo di una polizia morale dalle maglie strette modello Corea del Nord, ancora non costituisce reato.
A livello culinario altre sorprese: «Andava alla trattoria Toscanaccia». Il fatto che fosse un ristorante vicino alla vittima di questo caso raccontato così bene dai cronisti del principale quotidiano italiano lo rendono, evidentemente, un dettaglio interessante per descrivere l’uomo diviso da un solco che separa «l’uomo casa, lavoro e oratorio con i figli, e il biondo dal pizzetto ossigenato». Peccati di vanità.

Se ci spostiamo sull’altro principale quotidiano italiano, la storia non cambia molto. Nessun dettaglio significativo in aggiunta, se non lo scoprire che l’accusato burineggiava a Sharm El Sheik come ogni altro cafone italiano. E che, al pari di tanti altri lavoratori ogni giorno in Italia, era accusato da ex colleghi di essere uno che amava imboscarsi: «Ci diceva che aveva da fare e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi l’aveva soprannominato il caciabale». Viene poi fatto notare che nel quartiere dove è avvenuta la scomparsa della vittima, l’accusato si faceva vedere spesso in giro: del resto frequentava il giornalaio e il benzinaio.

Il secondo principale quotidiano italiano possiede almeno una premura, riportando le parole dei legali della difesa che «[vorrebbero] impedire “un deprecabile processo di piazza”». Di piazza magari no, ma quanto scritto sui giornali è molto, molto deprecabile.

Cronache italiane.

cronacheitaliane

Il nostro è un paese dove un professore dell’unità di medicina legale di una nota università, intervistato all’interno di una trasmissione televisiva, si lascia andare a rivelazioni a suo dire clamorose (e anche a dire della televisione che per tutto il pomeriggio della messa in onda ha rilasciato scintillanti anticipazioni) sul caso di cronaca nera del momento. Salvo poi essere bruscamente smentito dalla Procura a capo dell’indagine in questione e dal responsabile del laboratorio di genetica cui la stessa procura ha dato incarico di indagare: le rivelazioni del professore non sono affatto clamorose, ma anzi del tutto prive di fondamento essendo le analisi ancora in corso e i risultati lontani dall’essere relazionati. Di più: il professore pare non aver mai ricevuto un incarico ufficiale dalla Procura indagante.

Il giorno dopo un telegiornale, imbastendo un servizio sul caso del momento che non tralascia di citare il professore e le sue dichiarazioni affidate alla trasmissione televisiva, non riesce a togliersi la foglia di fico e giudica il clima che si sta creando come «da caccia alle streghe». Tutto questo dopo che, nel raccontare il caso di cronaca in questione, i media avevano tirato fuori una vecchia storia di corna e figli illegittimi, dandola in pasto all’opinione pubblica — che ha una predilezione particolare a sentire l’odore del sangue: non legge un libro, ma non manca un rotocalco se questo mette in copertina sedicenti clamorose rivelazioni su questo e quello — senza considerarla piuttosto solo come un percorso indiziario che non era necessario rendere pubblico, fosse anche solo in rispetto della privacy degli interessati. Risultato: famiglie rovinate non solo per le accuse mosse all’indagato, ma anche per segreti privati esposti al voyeurismo di un pubblico che sembra godere quando qualcuno gli racconta le magagne che si trovano nelle sue stesse famiglie.

Per non farci mancare nulla il nostro del tutto inadeguato Ministro dell’Interno, dando dimostrazione di fondatezza della frase che qualcuno pronunciò circa una sua mancanza di quid, una decina di giorni fa ha dato annuncio dell’arresto dell’unico indagato come se fosse già stato emesso non uno, ma tutti e tre i gradi di giudizio. Beccandosi un sacrosanto rimbrotto dalla Procura, perché la presunzione di innocenza in Italia — sebbene in molti se ne dimentichino spesso, o forse nemmeno lo sappiano — vale per tutti.

Però il giorno dopo i vagoni dei treni erano pieni di persone che leggevano i quotidiani, tutti con il loro bel mostro in prima pagina.

Quella delle mille lire.

millelire

Mi sembra di stare per scrivere una banalità di quelle che potrebbe scrivere Massimo Gramellini dopo aver saccheggiato le raccolte di Giorgio Manganelli. Oppure che avrebbe potuto scrivere Giorgio Bocca; ma meglio il paragone con Gramellini: è di cattivo gusto citare, per di più scomodamente, i morti.

Sta di fatto che ieri è morta Rita Levi Montalcini e la rete — dai media spesso rappresentata come il migliore dei sotto-mondi italiani — si è subito sperticata in lodi, tributi, tweet, citazioni, segnalazioni. Prontamente riprese poi dai media tradizionali: sembra infatti che non ci sia giorno senza che il Tg1 faccia un servizio sulle reazioni dei social media a qualunque avvenimento, senza che il Tg5 smarchetti l’edicola di Fiorello come esempio di spettacolo trasferito ai paradigmi delle nuove piattaforme e senza che il Corriere della Sera pubblichi uno dei suoi editorialini del menga nella sezione “Idee & Opinioni” su Twitter e dintorni.

E’ successo che ieri su Twitter in molti — e mi avvicino alla banalità modello Gramellini — abbiano confuso la Montalcini con la Montessori. Anzi, nemmeno con la Montessori: più semplicemente con “quella che stava sulle mille lire”. Gramellini prima di arrivare alla conclusione avrebbe fatto tutto un ragionamento su come, probabilmente, quelle che twittano errori del genere sono generazioni nate con l’euro, che a malapena si ricordano i tagli delle banconote in lire e nei confronti delle quali, in ogni caso, le generazioni precedenti hanno compiuto l’errore di non raccontare gli esempi di donne e uomini gloriosi, virtuosi e famosi in tutto il mondo che tanto hanno fatto per il nostro paese e tanto potrebbero ancora fare se, appunto, qualcuno si ricordasse ancora di loro.

Io, che sono banale ma non così tanto e non amo dare sempre la colpa a quelli che c’erano prima (tra l’altro già gravati di parecchie colpe), dico solo: ma che cazzo vogliamo cambiare, con ‘sta gente?