I luoghi della memoria.

labyrinth

Il Nobel per la medicina 2014 è stato assegnato a tre ricercatori (John O’Keefe e i coniugi May-Britt ed Edvard Moser) per la scoperta delle cellule cerebrali che ci permettono di orientarci — quello che un po’ pigramente i giornali hanno chiamato «il nostro personale GPS». Un bell’articolo di Kevin Loria su Business Insider spiega come il nostro cervello tiene traccia di tutte le informazioni che ci consentono di individuare la nostra posizione e la posizione di tutto ciò che ci circonda:

La nostra sensazione di trovarci in un luogo ben definito è molto più forte che leggere le mappe o utilizzare i navigatgori: ci aiuta a sapere dove si trova in questo preciso istante il bagno più vicino alla nostra scrivania. Quando sei a casa, sai dove si trova il lavello della cucina. Fuori dal tuo appartamento, riesci sempre a trovare il negozio all’angolo o quello che fa le consegne a domicilio a tarda notte — anche quelle volte che sarebbe meglio per te non saperlo.
Di più ancora, riesci ad avere il senso dello spazio intorno a te — un senso che si aggiorna costantemente e prende in considerazione dove sei in riferimento a specifici luoghi. Sai sempre quando ti sposti oltre la porta d’ingresso e più vicino alla cucina.
Il cervello tiene traccia di tutto questo usando una combinazione di cellule che i ricercatori spesso chiamano «cellule di posizione» e «cellule a griglia». Queste cellule, combinate insieme, ti dicono dove ti trovi, di stai andando e quali punti di riferimento sono vicini.

Le cellule di posizione si trovano nello spazio del cervello che si occupa della memoria, l’ippotalamo. Quelle a griglia, invece, stanno in una zona adiacente, chiamata corteccia interinale. Ed è quella zona di cervello che prima di tutte risulta danneggiata nei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, come spiega Edvard Moser in questo video: ciò spiegherebbe perché, tra i primi sintomi della malattia, ci sarebbe la perdita di orientamento e il non riconoscere più dove ci si trovi.
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Una grande, gigantesca, strepitosa cazzata.

Quando avete finito di trastullarvelo con le analisi che stanno accompagnando l’anniversario del Drive In, indicato ovunque e frettolosamente come la premessa al libro sul disfacimento culturale e politico (o politico e culturale) italiano, ponete il vostro sguardo su Le Iene. Non c’è nemmeno bisogno di cambiare troppi canali.

È lì, nelle pieghe di una trasmissione che fu onesta e intelligente (o intelligente e onesta), che si trovano le indicazioni non del disfacimento dell’Italia, ma piuttosto del cavalcare a tutta birra battaglie perse in nome di un insano anticonformismo che porta a prendere i più colossali granchi. Si veda il caso Stamina, con tutto il codazzo velenoso di inchieste di questi giorni che finalmente stanno facendo venire alla luce ciò che la maggioranza silenziosa (sempre lei, del resto, a guidare il paese) pensava già da mesi, ma che non aveva il coraggio di dire pena l’essere additata come la parte più retrograda e antiscientifica d’Italia. Addirittura come quella che vorrebbe la morte delle persone.

Invece a sciacallo, sciacallo e mezzo. A Vannoni, Le Iene e la loro squadra di autori. I quali hanno messo in piedi la più grande campagna di mistificazione di una cosa alla meglio non verificata e alla peggio completamente illegale, avente protagonisti strumentalizzati e ignari di esserlo povere persone la cui disperazione — scriveva bene Pierluigi Battista sul Corriere un paio di giorni fa — è il cavallo di Troia che permette loro di credere a qualunque cosa in grado, anche solo a parole anche solo a promesse, di regalare un barlume di speranza.

Si è avuta la dimostrazione, in questi mesi di campagne sdegnate che ora appaiono semplicemente indegne in un paese civile, dei danni che l’infotainment di un certo tipo può recare, e peggio ancora quando la palla di neve s’ingrossa passando via via per conduttori celebri, testimonial eccellenti e finanche Papi un po’ troppo spericolati nel piazzare la papalina su questo e su quello. Ora, come lo spiegate a quei poveri bambini, a quelle povere famiglie, che nelle infusioni di staminali c’erano probabilmente tutto tranne le cellule staminali? Che, come scrivono i giornali, si trovavano persino frammenti ossei? Che, come ha scritto in alcune mail il leader di Stamina laureato in letteratura e più consueto nel mondo del marketing che in quello della medicina, c’era pure il pericolo di trasmettere batteri e infezioni? O, ancora che, come hanno messo a verbale alcune sue ex collaboratrici, il Vannoni andava dicendo che

«si può trarre guadagno dai pazienti con malattie degenerative senza speranza fortunatamente in aumento»

?

Considerate dunque voi se il cinismo è quello di chi sta prendendo una posizione critica contro un metodo antiscientifico, portato avanti e sperimentato senza il rispetto di nessun protocollo medico, e disconosciuto dalla comunità internazionale (l’editoriale su Nature parla da solo), e che magari si sente rivolta l’accusa di fregarsene di migliaia e migliaia di vite. O se, piuttosto, è  di chi usa nella stessa frase espressioni come «trarre guadagno» e «fortunatamente in aumento».

È Natale. I palinsesti boccheggiano con le repliche, gli speciali, le puntate d’archivio buone per smaltire passivamente i pranzi e le cene abbondanti. Si potrebbe, per una volta, abbandonare il tavolo con i parenti e andare in televisione, con quel bello smoking e il cravattino, a dire che a ‘sto giro la grande e strepitosa cazzata l’abbiamo fatta noi.