Milano a mano armata.

Scrivendo la cronaca del drammatico episodio della sparatoria di questa mattina al Palazzo di Giustizia di Milano, il sito del Corriere della Sera ha messo insieme un paragrafo gustosissimo da leggere — tutto un periodare breve, brevissimo, figlio della concitazione di dover aggiornare e editare il pezzo man mano che arrivavano nuove notizie. Con l’utilizzo di espressioni risalenti al giornalismo degli anni Sessanta e Settanta, quando a Milano e dintorni si aveva a che fare con la «mala»: «braccato», «acciuffato», «asserragliato», «rocambolesco».

Spari in un’aula di Palazzo di Giustizia di Milano. A sparare in tribunale sarebbe stato Claudio Giardiello, imputato per bancarotta fraudolenta. L’uomo avrebbe esploso 4 o 5 colpi di pistola al terzo piano del tribunale, sul lato di via Manara, attorno alle 11 di mattina dopo che il suo difensore ha rinunciato al mandato, scatenando il caos all’interno dell’edificio. I morti sarebbero tre, tra loro sarebbe rimasto ucciso un giudice, raggiunto però dallo sparatore al secondo piano dell’edificio, nel suo ufficio. Ci sarebbe almeno un’altra persona ferita.
L’uomo, secondo fonti del Corriere della Sera confermate poi dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, è stato acciuffato dai carabinieri a Vimercate, in Brianza, alle porte di Milano, dopo una rocambolesca fuga su una moto e dopo essere stato braccato dalle forze dell’ordine all’interno del Palazzo di Giustizia, asserragliato al terzo piano.

Ricostruire quella Milano.

A Milano fino a qualche anno fa esisteva Ice Age, piccolissimo negozio di dischi che stava in Porta Ticinese. Non l’ho mai sentito come uno dei miei negozi di dischi, principalmente per due motivi. Primo, l’età: pur avendo chiuso nel 2006, ha vissuto l’epoca di massimo splendore nel momento in cui appena appena iniziavo a delineare dei gusti musicali ben precisi. E poi il genere musicale: era un negozio specializzato in musica elettronica, goth, industrial; roba che col tempo c’ho sguazzato dentro, ma che all’epoca mi sembrava una nicchia talmente ristretta e dalla quale tenersi debitamente a distanza. Per me, che arrivavo a Milano dalla provincia, entrare nel reparto dischi del Virgin Megastore di piazza del Duomo era già una festa tanto era l’imbarazzo della scelta.

Da Ice Age, comunque, un paio di volte ci sono stato, perché è diventato subito un luogo mitico tra noi ragazzini che il sabato pomeriggio andavamo alla fiera di sinigaglia, sulla darsena, a piedi da Piazza Duomo. Ogni tanto, quando eravamo tutti insieme, qualcuno di noi saltava fuori dicendo: «Oh, ma ve lo ricordate l’Ice Age?!» e noi stavamo lì, un po’ a ridere e un po’ a mangiarci le mani per non frequentarlo — oggi, per non averlo mai frequentato — perché ci sembrava un posto fighissimo seppur non riuscissimo fino in fondo a capire perché. Ma era uno di quei negozi che solo a passarci davanti e dare una sbirciatina dalla porta (sempre aperta: io la ricordo così) sentivi un’attrazione incredibile che ti spingeva verso l’interno.

In quella zona non c’era solo Ice Age. C’era anche Supporti Fonografici, un po’ più avanti, credo proprio dove ora sta Serendeepity. Un altro negozio che percepivamo come storico, ma che non siamo mai riusciti a frequentare. Ricordo però di essere entrato anche lì e lo stupore che ho provato ad aver visto per la prima volta i dischi dei Current 93 e dei Death In June esposti sugli scaffali. Se al Virgin c’avevo trovato i gruppi metal dei quali ai tempi leggevo le recensioni sulle riviste specializzate chiedendomi — a dodici, tredici anni — dove mai avrei potuto comprarli, e cioè dove mai vendessero un disco dei Savatage (per me che il reparto cd del Carrefour sembrava già il paese dei balocchi, e in un certo senso lo era), figuratevi lo choc quando ho preso in mano una copia di But, what ends when the symbols shatter. Senza comprarla ovviamente — e ripensandoci bene, senza averla mai più comprata.

Allora prima, incuriosito, ho digitato “ice age dischi milano” su Google. Tra i primissimi risultati è apparsa questa pagina del sito di Rebecca Agnes. Rebecca è un’artista italiana che divide il suo tempo tra Milano e Berlino e che ha fatto cose belle e bellissime. Secondo me appartiene a questa seconda categoria il progetto Luoghi che non esistono più (2010) dove, attraverso la costruzione di modellini in legno, ha voluto ricreare alcuni luoghi storici della Milano del tempo in cui ci ha vissuto (da studentessa di Brera, presumo leggendo la sua bio):

Mi sono messa a tagliare, incollare e dipingere questi luoghi ricostruendoli secondo le mie capacità. Parallelamente ho cercato di collocare la loro esistenza nel tempo. Ho cercato l’anno in cui sono stati aperti e l’anno in cui sono stati chiusi. In questo è stato fondamentale il chiedere e cercare nei social-network, dove le persone ricordano (e spesso rimpiangono) un party, un negozio di dischi, un bar oppure semplicemente si lamentano dell’assenza di un panificio sotto casa.

Il risultato è sensazionale e rappresenta proprio in quel fazzoletto di Milano che intendo io. E sì, ci sono sia l’Ice Age che Supporti Fonografici.

l'Ice Age (che è quello nero in basso, l'altro è l'appartamento di Rebecca) photo: Rebecca Agnes

Supporti Fonografici - photo: Rebecca Agnes

(Le foto sono di Rebecca Agnes)

Solo perché mi si vedeva piangere.

PeterGabriel_Forum_Milan

A me non è piaciuto che la prima parte del concerto di Peter Gabriel ieri sera al Forum di Assago — la parte acustica o dell’antipasto come l’ha chiamata lui — fosse a luci accese.

Ma solo perché mi si vedeva piangere.

Noterelle sparse:

Per fare Come Talk To Me (e Shock The Monkey) in versione unplugged, con le luci del Forum accese, ci vuole del coraggio.

Su Family Snapshot, quando c’è stato il passaggio tra la fase acustica e quella elettrica, e le luci si sono così spente lasciando spazio al poderoso gioco allestito sul palco, ho finalmente rotto le dighe.

Solsbury Hill è la happiest song ever.

A intervalli regolari decreto che So non è il mio disco preferito di Peter Gabriel, salvo ricredermi quando lo riascolto dall’inizio alla fine come ieri sera.

Manu Katché è Dio, o su di lì.

Perché fare brani da Ovo? (Sebbene vengano bene, in salsa quasi industrial)

(correlata alla domanda precedente) Soprattutto perché non fare (a Milano, da altre parti l’hanno fatta) Games Without Frontiers, che poi va a finire che i ragazzini pensano se la siano inventata gli Arcade Fire?

Il labirinto del Novecento.

Ieri pomeriggio sono stato al Museo del Novecento a Milano. Era una di quelle domeniche pomeriggio di inizio settembre, troppo presto per starsene in casa a poltrire ma anche troppo tardi per passare tutta la giornata fuori — il lavoro che è già ripreso e quindi, tecnicamente, la domenica pomeriggio è già lunedì mattina, aria di depressione generale, centri commerciali affollati.
Mi sembrava quindi una buona idea approfittarne e andare a vedere la mostra Andy Warhol’s Stardust, che proprio ieri chiudeva dopo essere stata a Milano tutta l’estate. Una buona idea coadiuvata dal fatto che la mostra era gratuita e che il Museo del Novecento è davvero un bel posto.

(Ok, queste le motivazioni ufficiali. Ce n’è anche una ufficiosa: fare incetta di riviste nella Mondadori che sta di fianco al Museo del Novecento. Ma lo devo mettere tra parentesi, altrimenti chi mi ha accompagnato mi rinfaccia il solito “ah, allora era quello il motivo per cui bramavi così tanto di andare?”)

Solo che dopo essere stato a questa mostra, m’è venuto da fare un paio di considerazioni. La prima riguarda la mostra in sé, che insomma è stata un po’ deludente: un corridoio, quattro serigrafie e qualche riproduzione di Interview alle pareti. Un po’ pochetto, considerato il battage pubblicitario messo in piedi e considerato che c’erano pure la solita zuppa Campbell e il solito campionario di didascalie un po’ così — però c’era anche la serie, notevole, dedicata ai personaggi di spicco del mondo ebraico che non avevo mai visto e che era davvero davvero bella, oltre alla serigrafia di Muhammad Ali anche quella davvero super.

Questa la prima considerazione.

La seconda, che scrivo sempre con questo tono qui tra il serio e il faceto, nonostante meriterebbe di meglio, è questa. Non era la prima volta che visitavo il Museo del Novecento. La prima volta, immagino come per molti, era appunto per vedere la collezione permanente. Non ho dunque capito perché queste mostre temporanee (come quella dedicata a Warhol) debbano subire quello che mi è venuto subito alla mente come “l’effetto Ikea”, dal noto megastore di mobilio. C’è da fare una precisazione: non è che io frequenti abitualmente l’Ikea (vi giuro che c’è gente che lo fa), e nemmeno che io sia solito frequentare altre ikee oltre a quella che (non) frequento abitualmente. Ma il noto centro commerciale svedese è famoso per una peculiarità: te lo devi girare tutto. Nessuno sconto sul percorso, al massimo una scorciatoia per andare direttamente in quel posto pieno di scaffali altissimi meglio conosciuto come il magazzino. Ma se vuoi vedere — chessò — solo le cucine, o solo le camere, o solo le sedie (e per giunta magari solo quelle da ufficio), non c’è speranza: devi entrare nel labirinto e girarlo tutto. Siccome sono magnanimi, questi svedesi, ogni tanto imboscano un cartello con scritto “via veloce” o qualcosa del genere, ma appunto lo imboscano quindi non è detto che tu lo veda. Spero di aver reso l’idea.
Perché ho scomodato questo labirinto e ora vorrei farne un paragone col Museo del Novecento? Perché per vedere la mostra di Warhol, che occupava un (uno!) corridoio del piano terreno di tutto il palazzo ex Arengario, ho dovuto girare prima tutto il museo. E quando dico tutto intendo tutto, compresa la sala con i tagli del Fontana. C’ho provato con la guardia, ma è stata (giustamente) implacabile: “mi spiace, deve fare il biglietto e entrare di là”.

Ora, io non sono un curatore né capisco di marketing museale o cose simili. Quindi posso anche credere che si voglia obbligare la gente a godere non solo della mostra temporanea ma anche degli incredibili (non sono ironico) Boccioni che stanno nelle sale dedicate al Futurismo. Proprio un po’ come l’Ikea (vedete che torna tutto?), che obbliga i potenziali clienti a passare anche dal reparto scopini per il bagno nonostante loro volessero solo comprare un cuscino, perché può essere che nel frattempo si ricordino che serviva loro (ma per davvero?) proprio quella pentola in offerta e allora via, la tirano su e il fatturato aumenta. Commercialmente è un ragionamento che non fa una piega.

All’Ikea, però. In un museo la vedo un po’ diversa. Se una persona vuole vedere tutto il museo ha la facoltà di farlo. Ma se magari l’ha già visto, e per giunta quella domenica pomeriggio è pure di fretta e ha giusto quella mezzoretta per una mostra sola, l’unico rischio che si corre è quello di fracassare le scatole a chi è realmente interessato a tutto il museo. Facciamo a capirci: io ieri, percorrendo in modo veloce sale che avevo già visto non più di qualche mese fa, e capitando pure di avere poco tempo a disposizione, ero abbastanza imbarazzato. Passavo davanti a persone che magari volevano godersi il loro taglio sulla tela in santa pace, senza una massa di gente (con me erano molti, purtroppo o per fortuna) che voleva solo giungere all’ultima sala.

Insomma, era proprio impossibile permettere alla gente di entrare solo nell’ultima sala?

Hanno tagliato tutt cos.

Appunto al leghista Alessandro Morelli, consigliere comunale a Milano, che lamenta la scarsa dimestichezza degli organizzatori del MiTo col dialetto milanese (nel cartellone pubblicitario è infatti scritto “tutt cos” al posto di “tusscoss”: gli organizzatori dicono che l’han fatto apposta). Vantarsi di avere ottenuto dei tagli al finanziamento della manifestazione, e poi rammaricarsi se la conseguenza dei tagli sono gli strafalcioni dialettali («se i minori introiti non permettono neppure di avere un consulente di milanese adeguato ci ripensiamo») a mio avviso è persino peggio del far polemica sullo strafalcione in sé.

Io non so se Morelli se n’è accorto, ma a me quest’anno sembra che il MiTo abbia uno dei programmi più poveri della sua storia. Non è detto che ciò sia necessariamente dovuto ai tagli di cui si compiace Morelli («va bene che la Lega ha ottenuto i tagli al MiTo nel bilancio»), ma non è dato per certo nemmeno il contrario. Non vorrei però che la sacrosanta battaglia contro gli sprechi si scontrasse sullo scoglio dello scarso interesse verso determinate manifestazioni nelle singole persone chiamate ad approvare o affondare i bilanci. Ciascuno di noi ha, del resto, dei propri (e legittimi) interessi — siamo umani, normale che certe cose ci stiano più a cuore di altre. Non dico che questi debbano essere immolati sull’altare della pubblica amministrazione, sia mai. Solamente auspico che ciò che si approvi (nella fattispecie una delle più importanti manifestazioni musicali-culturali della stagione) sia messo sotto la lente dell’oggettività, non sfilacciato dall’uncinetto della soggettività.

Magari si può anche andare in giro a dire, dopo, che anziché aver ottenuto dei tagli (avete notato come la Lega, nelle dichiarazioni, ottenga sempre dei tagli?) si è ottenuto un bel programma.

Alla terza occupazione, per favore, tutti a casa.

Quando ho riaperto questo blog, dopo una pausa durata parecchi anni, ho scritto che la frequenza d’intervento non sarebbe stata la stessa dei bei tempi. Il sottinteso — che valeva allora e vale ancora oggi — era che anche la frequenza dei post su un medesimo argomento sarebbe calata, probabilmente azzerata.

Faccio un’eccezione, e mi spiace farla in una giornata in cui — se proprio non si potesse fare a meno — ci sarebbero altri e più tristi fatti dei quali parlare. Invece mi tocca ritornare sull’argomento Macao. Eravamo rimasti che dopo l’occupazione nonsicapiscebeneachepro, il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia aveva offerto agli occupanti gli spazi dell’ex Ansaldo, in Zona Tortona, a patto che questi lasciassero libera Torre Galfa. Avevo ipotizzato si trattasse di un dazio elettorale da pagare, del tipo: non sono riuscito ancora a darvi ciò che vi avevo promesso, voi ve lo siete preso con metodi illegali, mi state creando casini ma, siccome riconosco che molti di voi mi hanno eletto, vi regalo in fretta e furia un’altro spazio, anche se non ho ben capito il vostro scopo. (La formula, probabilmente, era più politicamente corretta, una specie di «so bene che molti di voi credono in me» e nessun cenno al non aver capito uno scopo sebbene nessuno, non solo Pisapia, l’abbia ancora capito). E questi, gli occupanti intendo, cosa fanno? Rispondono picche.

La faccenda mi ha ricordato, seppur trattandosi di diverse circostanze, di una diversa epoca e persino — occorre dirlo — di diversa pasta di cui sono fatti i contestatori, le proteste cui si assisteva ai concerti sul finire degli anni ’70; cose del tipo “non vogliamo che sia lo stato borghese ad offrirci i nostri gruppi preferiti” (non molto distante da quanto si sentì a Bologna, in Piazza Maggiore, quando i Clash nel 1980 furono pesantemente contestati — qui un bellissimo video tratto da Mamma dammi la benza, documentario di Angelo Rastelli). Perciò stamattina quelli di Macao hanno deciso bene di occupare un altro stabile, Palazzo Citterio in zona Brera. C’è da dire che, almeno, hanno alzato il tiro in direzione del buon gusto: non si capisce il progetto, ma le idee chiare su dove sia un distretto artistico a Milano ci sono (anche se forse i contorni dell’operazione potrebbero distaccarsi da quelli dell’arte istituzionale, che ha in Brera la sua massima espressione).

La cosa, va da sé, assume ora contorni ridicoli, se è vero come è vero che anche Dario Fo, in prima fila nei giorni scorsi a Macao a rimembrare la Palazzina Liberty, di fronte ai tentennamenti degli occupanti a trasferirsi nelle zone gentilmente messe a disposizione dal Comune di Milano, ha rivolto loro parole gentili e carine come «dovete crescere, dimostrate presunzione». Ma tant’è. Forse conviene cercare di occuparci, ancora una volta, degli intenti artistici dell’operazione, intenti che continuano a latitare. Per quanto mi riguarda, l’interpretazione più lucida l’ha fornita Philippe Daverio. L’ex assessore, intervistato nell’inserto milanese del Corriere della Sera (18.05.2012, p.2-3), ha prima messo in chiaro quello che tutti pensano. E cioè: chi sono questi artisti? Perché se l’operazione gli appare «simpatica» e da «guardare con partecipazione», è pur vero che «gli artisti di Macao non sono mica i Rosa Croce, non esageriamo». Prima stoccata. Ecco la seconda: c’è il rischio che un’operazione condotta in questo modo a Milano finisca per somigliare a quello che c’è a Berlino. Daverio non la nomina, ma il riferimento è molto probabilmente alla Kunsthaus Tacheles, definita dal critico come una «kindergarten» (e che proprio negli ultimi giorni vede il suo futuro quanto mai incerto):

A Berlino vivono migliaia di giovani che si riproducono — è pieno di carrozzine, fateci caso — e non fanno nient’altro che bere birre e farsi canne. Ditemi quante idee, quante correnti sono uscite da lì ultimamente? Ve lo dico io, nessuna. E infatti manca qualsiasi tipo di progettualità. Per carità, si sta bene, ma un’idea artistica non c’è.

Il discorso valido, dunque, è sempre lo stesso: presentare progetti, e poi perseguirli cercando possibilmente di utilizzare i canali legali. Occupare uno stabile (due stabili, ad oggi) per mettere in piedi non meglio precisati tavoli di lavoro (che dovrebbero essere fatti ante, non post), rifiutare le pur generose offerte provenienti dal Comune in base a non si capisce bene quale tipo di principio, non avere uno straccio di idea ma proclamarsi artisti o — ancor più bello — «lavoratori dell’arte», beh, è tutto molto poco artistico e coraggioso.

Update — l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Stefano Boeri, ha da poco pubblicato un’interessante nota sul suo profilo Facebook, indirizzata agli occupanti di Palazzo Citterio (al momento di scrivere questo aggiornamento la nota «piace» a 8408 persone; quanti Macao fanno?). Si legge, tra l’altro, dell’accordo tra Mibac, Sovrintendenza e Comune di Milano per lo stanziamento di 23 milioni di euro affinché parta, finalmente, il progetto «Grande Brera»:

In particolare, il progetto prevede uno stanziamento di circa 12 milioni di euro, immediatamente disponibili, che permettera’ entro la prossima primavera di avviare i lavori affinché Palazzo Citterio possa ospitare una parte importante delle opere della vicina Pinacoteca. Offendo cosi’ la possibilita’ al grande pubblico dei cittadini, degli studenti, dei turisti e dei visitatori internazionali di godere della contemplazione di opere di valore inestimabile oggi chiuse nei depositi della Pinacoteca per mancanza di spazio espositivo.

Il motivo della nota è molto semplice. Al di là degli aspetti legali, delle mancanze di contenuti, di tutto quello di cui ho scritto in due post, ora Stefano Boeri mette in conto un rischio:

L’occupazione di oggi compromette questo percorso condiviso e da tanto tempo auspicato da tutta Milano e dalle energie culturali dell’intero Paese.

Magari a Macao, però, hanno intenzione di pagarlo, questo conto.

Riflessioni su occupazioni e tavoli di lavoro.

Quello che è successo in questi giorni a Milano, con la storia dell’occupazione di Torre Galfa e l’insediamento di Macao, si presta a innumerevoli riflessioni. Parto dal concetto, sacrosanto per chi scrive ma evidentemente non per molti là fuori, che da un’azione illegale (quale un’occupazione, indubbiamente, è) non viene (quasi) mai fuori qualcosa di intelligente. Non nella fattispecie, in ogni caso. E il casino di queste ore lo sta confermando.

La prima riflessione che voglio fare è questa: dicono che l’occupazione dello stabile sia servita a chi l’ha compiuta per prendere uno spazio più volte reclamato nel quale fare arte e creare tavoli di lavoro (apro una parentesi: questa cosa dei tavoli di lavoro, un giorno sarà bene chiarirla una volta per tutte, ché non si può usare la formula per indicare sempre un qualcosa di estremamente fumoso). Sul fare arte tornerò in seguito. Sul tavolo di lavoro dico di fare attenzione, perché con questo metro di giudizio si fa passare l’idea che ogni qualvolta si debba istituire un tavolo di lavoro, è corretto occupare lo stabile nel quale tenerlo. Idea sostenuta da tutti i volti noti che si sono affrettati a fare una bella photo opportunity in mezzo ai “lavoratori dell’arte”, e che ora — applicando lo stesso ragionamento — dovrebbero però spalancare le porte delle loro abitazioni per tenere questi benedetti tavoli, vista la foga con cui si sono spesi in loro difesa. Che poi, si fanno le occupazioni senza nemmeno averli fatti prima i tavoli di lavoro per riempire di progetti il frutto dell’occupazione? Qui manca proprio l’abc del piccolo occupante.

La seconda riflessione è più ampia, e coinvolge il mondo dell’arte (o presunto mondo). Può essere benissimo che lo scrivente non abbia alcun titolo per discutere dell’argomento. Ma. A me sembra che ci sono artisti che non sanno di esserlo, che devono essere indirizzati, guidati, se serve anche spronati per far sgorgare la loro arte. Facciamo finta che io non sia così liberale e liberista e diciamo: per queste persone le istituzioni possono far qualcosa, almeno fino a quando non riescono a camminare da sole. Al contrario, ci sono persone che non sono artisti ma credono ugualmente di esserlo, e pensano che chiunque (persino il proprietario di un palazzo, benché sfitto) debba concedere loro uno spazio (gratuito) per esprimersi, anche quando non hanno nulla da dire. In caso contrario lo occupano, scagliandosi contro la società ignorante che non dà il giusto peso alle iniziative artistiche e alla bellezza che in tempi di crisi è l’unica cosa che ci salverà. Certo, la bellezza ci salverà. Ma la bellezza dev’essere valutata, dev’essere stimata, deve avere un suo valore intrinseco. Detto altrimenti: non tutta la bellezza ci salverà, ma solo quella realmente bella. Chi sono gli artisti di Macao? Quale è il loro valore? Perché il mondo dell’arte non è riuscito a trovare un posto per loro? Non sono domande retoriche. Può essere che il posto non se lo meritino; o che se lo meritino, ma ciò non giustifica di certo l’occupazione di uno stabile.

Terza riflessione. Per quale motivo l’amministrazione milanese si dovrebbe prendere carico di un gruppo di persone che occupa uno stabile, e garantire loro spazi e, immaginiamo, sovvenzioni? Perché sono i più bravi o perché sono i più organizzati, i meglio imparentati, quelli che hanno votato la medesima amministrazione, quelli che riescono ad attirare il maggior numero di giornalisti, di telecamere, di cantanti, di attori, di premi Nobel? Perché delle due l’una: se sono i più bravi, perché non hanno già uno spazio? Al contrario, perché l’amministrazione dovrebbe regalarglielo sotto forma di dazio elettorale da pagare? In rete — soprattutto, visto che Macao ha avuto come massima cassa di risonanza proprio la rete — se ne leggono di tutti i colori: dalla difesa più tenace all’accusa più meschina nei confronti di questi ragazzi. Voglio stare nel mezzo, e citare un (a mio modo di vedere) equilibratissimo articolo apparso sul sito della rivista Studio, di sicuro una pubblicazione che non può essere accusata di faziosità alcuna, tanto meno di pregiudizio politico-sociale nei confronti del mondo dal quale gli attivisti di Macao provengono. In questo articolo, Cesare Alemanni racconta di essersi recato a Torre Galfa speranzoso di trovare una ventata di freschezza, ma non è andato tutto come si immaginava:

Sono andato così, inerme e senza scudi, e ci hanno lanciato dietro le parole “dispositivo biopolitico”. C’era un’ “assemblea cittadina” e ci hanno lanciato addosso espressioni come “la repressione poliziesca”. Mi aspettavo di sentire “comitato scientifico” e invece mi sono giunte alle orecchie cose come “assemblea senza un fronte”. Mi aspettavo di sentire parlare di progetti, idee e curatori, ma ho ascoltato solo distinguo tra un non meglio precisato “noi” e  un ben definito “loro”, i cattivi senza volto là fuori. Più che l’alveo di un neonato fiume di cultura contemporanea, una risacca del peggio che si può ricavare mandando di traverso l’opera di Michel Foucault. Non lo nego, ci sono rimasto male. Specie perché sono quindici anni che assisto in varie forme e contesti a questo genere di sproloqui senza un punto e speravo sinceramente che, per una volta, Macao fosse qualcosa di diverso da un’Okkupazione con il placet “semi-ufficiale” del Comune.

Sul placet “semi ufficiale” del Comune ci arriviamo subito. Sul resto, beh, credo che sia l’impressione che si è fatta la stragrande maggioranza delle persone interessate alla questione. Al di là della protesta è stata l’arte a mancare, e questa non può essere un work in progress di un’occupazione con finalità — appunto — artistiche. Prima creo il progetto, poi semmai penso al da farsi.

Quarta riflessione. Il Comune di Milano non ne è uscito molto bene. Anzi, per nulla. L’errore adesso lo pagherà Pisapia, anche se è un errore che avrebbe dovuto mettere in conto da tempo. Non da quando ha detto che non è il Comune a dover intervenire sulla cosa ma altre istituzioni dello Stato. Bensì quando non ha fugato il dubbio circa il fatto che una volta sindaco avrebbe concesso tutti gli spazi che gli venivano richiesti, anche senza un progetto a monte; o, peggio ancora, quando ha lasciato intendere (o è stato frainteso senza aver troppo smentito) che una amministrazione arancione, bella, simpatica, onesta e tutti quegli aggettivi con i quali ha stravinto una campagna elettorale, avrebbe in qualche modo chiuso un occhio su azioni — per così dire — un po’ spavalde. Cosa che nessun amministratore, compreso Pisapia, può permettersi di fare.

Lo dico sinceramente: anche a me sta a cuore la creazione di uno spazio artistico il più possibile libero e vivace. Lo dico anche senza scomodare il vecchio cliché di una Milano culturalmente arretrata e indietro anni luce rispetto alle sue sorelle europee. Mi piacerebbe andare in un posto così, visitarlo, studiarne il fermento. Ma credo che tutti questi begli obbiettivi non siano in alcun modo perseguibili con un’occupazione. Nemmeno di questi tempi, dove sembra che a non occupy qualcosa parti già col piede sbagliato. E no, è proprio partire col piede giusto. Staremo a vedere come andrà a finire. Mi auguro che qualunque tipo di germoglio artistico ci fosse nell’iniziativa possa trovare lo spazio che si merita. Ma non si può di certo giustificare un’occupazione del genere. Anzi, non si dovrebbe giustificare mai un’occupazione, nemmeno con la motivazione estrema (un po’ figlia del “minore dei mali”) sentita da più parti, e cioè che Ligresti un po’ se lo è meritato per aver lasciato una bruttura del genere mezza pericolante in centro città — ma stiamo scherzando?

Edito: mentre scrivevo questo post è uscita la notizia che l’Amministrazione ha offerto gli spazi ex Ansaldo in via Tortona. La sostanza del post non cambia, almeno fino alla sua conclusione. Spiace, si è scelto di pagare il dazio elettorale. I ragazzi di Macao hanno ottenuto quello che volevano, e politicamente e fisicamente. In zona Tortona, per giunta. Che nessuno si lamenti che come zona artistica è ormai parecchio inflazionata e troppo da fighetti. Forse, non si lamenteranno proprio per questo.

Necessario (ma anche no).

Giravo sabato pomeriggio per una Milano ancora piena di manifesti che pubblicizzano The Abramovic Method, la performance artistica di Marina Abramovic (PAC, fino al 10 giugno) di cui tutti parlano. Mi interessa andare a vederla? Mah. Più che vederla, l’interessante sarebbe parteciparci; ma non saprei né se sia aperta ai comuni mortali (immagino di sì), né quanto duri il tutto, né il costo. No, credo che non mi interessi partecipare, e neppure fare lo spettatore passivo — altrimenti mi sarei attivato.

Se ne è letto e parlato molto, di questa performance. Più che altro — ma questa è l’impressione mia, di persona disinteressata — tra gli addetti ai lavori, e soprattutto per le persone che vi hanno partecipato (il mondo bene artistico/letterario/televisivo milanese, con l’assessore alla Cultura Stefano Boeri che durante la performance è svenuto, pare per un calo di zuccheri). Del resto, la performance in sé non mi sembra davvero gran cosa: da quanto ho capito (ma potrei sbagliarmi, sono disinteressato, etc etc) si passano un paio di ore in isolamento acustico, assumendo di volta in volta diverse posizioni, ed entrando in una sorta di catarsi nella quale gli unici suoni che si odono dovrebbero essere quelli del nostro corpo. Nel mentre, gli spettatori osservano le reazioni dei performer. L’idea, di per sé, non mi pare né geniale né originale. Hai voglia a spiegare che il pubblico è parte essenziale dell’opera d’arte e che, nella performance, è addirittura inseparabile dal performer. Abramovic nel passato aveva abituato ad altro, qui la struttura mi sembra deboluccia. Fa strano che in molti abbiano abboccato.

The Abramovic Method mi viene utile per un altro spunto, preso da uno dei migliori siti internet italiani per quanto riguarda il mondo interconnesso tra design, arte, architettura: Klat Magazine. Dove, nella parte che ospita le opinioni di numerosi critici e addetti ai lavori che diventano per l’occasione blogger, le cose vengono divise in modo tanto brutale quanto efficace tra “necessarie” e “non necessarie”. Se Marina Abramovic è donna di record, c’è da segnalarne un altro: nelle settimane calde del lancio del suo Abramovic Method è finita in entrambe le categorie, e per gli stessi motivi. Scrive Caroline Corbetta, inserendo tra le cose “necessarie” la partecipazione dell’artista alla trasmissione Quelli Che Il Calcio (condotta da Victoria Cabello, che poi è stata pure una delle prime persone a partecipare alla performance, ed è stata fidanzata con Cattelan e, insomma, da cosa nasce cosa, ma non vorrei dare l’impressione di essere uno di quelli che “difendono un piccolo mondo antico dell’arte che forse non è mai esistito” — vedi sotto):

Questo piccolo fatto rivoluzionario è merito (o colpa, per quelli che ancora difendono un piccolo mondo antico dell’arte che forse non è mai esistito) di Victoria Cabello, che l’ha intervistata per una ventina di minuti a Quelli che il calcio. Lo ha fatto con domande volutamente semplici per rendere accessibile l’arte a un pubblico di non addetti (o meglio, per non rendergliela più complicata di quello che è). Marina era lì per quello […] E col suo carisma, un impasto di solennità e accessibilità, si è lanciata senza rete. […] We want more!

Insomma, bene, anzi benissimo la partecipazione televisiva. Addirittura “fatto rivoluzionario”. E come non essere d’accordo: si prende un’artista di fama internazionale e la si infila in un contesto nazional-popolare quale quello calcistico, che tiene incollati alla televisione milioni di persone molte delle quali, probabilmente, non avrebbero mai avuto la possibilità nemmeno di sentire nominare il nome Marina Abramovic. Corbetta ha ragione: vogliamo di più. E complimenti alla conduttrice e agli autori (e a Marina Abramovic) per l’intelligenza con cui le domande sono state poste, e le risposte date.

E però, quando si parla delle cose non più necessarie, in un altro post sempre Corbetta descrive la calata milanese di Abramovic come quella di una rockstar, che per l’intera settimana di apertura della performance ha monopolizzato la scena milanese:

A Milano di cose ne succedono, e non poche, anche senza di lei. Invece, durante quei giorni, sembrava che la città fosse una landa culturalmente desolata pronta per essere colonizzata dalla art-star internazionale di turno: da spremere fino in fondo per riempire le nostre altrimenti tediosissime giornate in questa periferia del mondo…

E qui non capisco. Delle due l’una: o è rivoluzionario e importantissimo che Milano abbia concesso il giusto tributo a Marina Abramovic, fosse anche non parlando d’altro per un’intera settimana (del resto, ci sono anche un sacco di altri eventi che monopolizzano il mondo artistico culturale milanese per un’intera settimana, vedi il Salone del mobile), così come rivoluzionaria è stata la sua partecipazione ad una trasmissione televisiva non artistica. Oppure c’è un’idiosincrasia, per cui bene la catechizzazione della massa televisiva, un po’ meno bene una settimana intera di Abramovic nel mondo culturale milanese.

E’ una questione di lana caprina, me ne rendo conto.