Ho mal di testa, lavoro da casa.

Il termine «millenial» verrà probabilmente incluso in una di quelle (stupide, se mi è concesso) liste che alla fine di ogni anno spuntano nei giornali e che ci dicono quali sono state le parole più utilizzate nell’anno che sta per concludersi. Potrei sbagliarmi, e nel caso sarebbe di poco: vorrebbe dire che il termine è già apparso tra le liste del 2014. E comunque, cosa siano questi millenial ancora nessuno lo sa bene. I confini sono talmente incerti che qualcuno mette persino in dubbio la finestra temporale che li contiene e si ribella.

C’è però, troppo spesso, una connotazione negativa dietro al termine. In Italia qualcosa del genere era successa ai tempi del «bamboccioni» dell’ex ministro Padoa Schioppa, o recentemente nella versione più sofisticata del «choosy» coniato dall’ex ministro Fornero, a proposito delle abitudini dei giovani d’oggi. Se non fosse che, col senno di poi (da queste parti: anche col senno del mentre), non ce la sentiamo di addossare tutto il torto ai due ex titolari dei dicasteri ministeriali.

Della suddetta connotazione negativa dà conferma una giovane, ehm, «millenial» che lavora per una web agency. Lo fa in un’intervista su Digiday — anonima, come del resto lo sono tutte quelle della serie “Confessions…”. A precisa domanda «sei stanco del termine “millenial”? Credi che sia abusato?», risponde:

Sono professionale. Almeno, cerco di esserlo. Ma sono stanca dei vecchi capi che utilizzano il termine «millenial» come una scusa per fare cazzate. Se qualcuno fa festa tutta la notte e si presenta tardi in ufficio, quasi si giustificano dicendo: «Ok, è un millenial». No.Non c’è nulla di positivo in quella parola. Io credo di essere diversa perché, nonostante sia una millenial, ho la responsabilità di un team e lavoro in questo settore da tempo. La mia generazione si aspetta che dopo un anno di lavoro si debba essere promossi. C’è stato qualcuno che è venuto a dirmi «Sono in grado anche io di fare quello che fai tu». Questa prospettiva mi uccide. Ci sono dei giorni in cui mi sveglio e devo affrontare richieste ridicole, come «Oggi lavoro da casa perché ho mal di testa».

Millenial a chi?

Juliet Lapidos, classe 1983, non ci sta a farsi inserire nel calderone dei millenial:

A differenza dei venti-venticinquenni, non sono una vera nativa digitale. Internet per me non era naturale. Ho dovuto imparare cosa fosse e come usarlo. Scrivevo lettere a casa quando andavo al campo estivo, e ho avuto il mio primo cellulare a 19 anni.
Sono stata abbastanza fortunata da laurearmi prima della peggior crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione — il che vuol dire che ho preso le prime decisioni riguardanti la mia carriera quando l’economia era ancora buona, e ho avuto il mio primo impiego prima che la Lehman Brothers andasse in bancarotta. Se mi fossi laureata qualche anno più tardi, avrei certamente passato anche io l’ormai comune periodo post-laurea da disoccupata.
Probabilmente è per questo che quando leggo articoli sui millenial non mi riconosco. Non vivo sui social media; leggo libri di carta; non sono dovuta tornare dai miei genitori quando la recessione ha iniziato a farsi sentire.
Anche se non esiste il modo perfetto per raggruppare le persone in categorie generazionali per anno di nascita, i confini che definiscono i millenial sembrano più imperfetti che inutili. Non mi interessa cosa dicono i demografi, io non sono una millenial.