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Gli accorati appelli in difesa del niente.

Sul Corriere della Sera è apparso un accorato appello (ma avete notato che quando si parla di un «appello» lo si fa precedere sempre dall’aggettivo «accorato»?), primo firmatario Umberto Eco (e vabbé…), seguito da altre 42 firme illustri, contro l’ipotesi di acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori. Quello che ne nascerebbe — già ribattezzato, con sprezzo del buon gusto linguistico, «Mondarizzoli», «Mondazzoli» o «Rizzondadori» — sarebbe un polo editoriale con in mano circa il 40% del mercato. Mercato che, però, è assai morto; e se è vero — come parrebbe — che Mondadori ha messo sul piatto 120 milioni di euro per acquisire una società, la RCS, che ne varrebbe 200, c’è poco da fare se non dire ad Umberto Eco e ai suoi amici (tra i quali, oltre ai soliti noti dalla firma facile, appare anche qualche outsider dell’appello e insospettabile come Pietrangelo Buttafuoco e il mitologico Raffaele La Capria) che è il caso di rassegnarsi. Premessa la lunga vita che si dedica ad ognuno, se va avanti così moriremo democristiani; non sarà un problema, per loro, morire stipendiati da Berlusconi (avrei voluto scrivere «morire berlusconiani», ma mi rendo conto dell’esagerazione).

Tra l’altro, l’appello in questione contiene anche qualche elemento di comicità, come in tutti gli appelli che si rispettino. E lo si trova laddove i firmatari scrivono che, tra i danni che «un colosso del genere» causerà nel mondo editoriale, vi è quello di uccidere «a poco a poco le piccole case editrici». I cui cataloghi, come è noto, sono pieni di titoli firmati da Umberto Eco, Mauro Covacich, Andrea De Carlo, Paolo Giordano, Antonio Scurati e Susanna Tamaro (questo elenco non voglia fare un torto ai nomi qui citati, ma soprattutto a quelli non citati).

C’è un ultima strada che questi scrittori possono percorrere per non incrociare questo tragico destino. Che è quella che la scrittrice Sandra Petrignani traccia sul Foglio. Non volete essere parte di questo nuovo, eventuale, polo editoriale? Non vi resta che rimboccarvi le maniche. Non è una tragedia, nel libero mercato:

Sarebbe bello se ci fosse un ravvedimento generale a partire proprio dagli scrittori ora «molto preoccupati», se non indignatissimi, e pronti a prendersela con i soliti cattivoni berluscononi e manageroni editoriali. Sarebbe bello se gli scrittori tornassero a credere di poter partire da se stessi, se fossero in grado di abbandonare la navona che non affonda, anzi salpa per lidi sempre più arraffoni e maneggioni e spietatissimi, e se ne andassero tutti insieme a fondare qualcosa di nuovo altrove, un nuovo sogno, una scommessa sul futuro dell’arte e della letteratura sottratte alla politica e agli scambi di poteri. Ma non solo gli scrittori, anche gli editor di valore che non ne possono più – a ogni nuovo testo che presentano in casa editrice – di sentirsi chiedere non “quanto è bello?” ma “quanto vende?”, e con loro altre persone di buona volontà, come si diceva una volta. Via tutti a fondare qualcosa di nuovo, di mai visto prima, via a cercarsi industriali sognatori pronti a scommettere su un manipolo di veri pazzi. Chissà che divertimento, allora, e quanti bei romanzi imperituri si tornerebbe a scrivere.

Questione di percentuali.

I giudici (d’appello, nel processo sul presunto plagio in Gomorra, ndr) hanno poi ritenuto che due passaggi del mio libro avrebbero come fonte due articoli dei quotidiani di Libra. Neanche due pagine su un totale di 331. Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro

Queste le dichiarazioni di Roberto Saviano, raccolte dal Corriere del Mezzogiorno, riguardo il presunto plagio contenuto in Gomorra. I giudici hanno riconosciuto che due pagine su 331, cioè lo 0,6% dell’intero libro, sono state plagiate senza citare nemmeno le fonti. Una percentuale davvero ridicola: a sfogliare un qualunque testo accademico o tesi di laurea, ad esempio, il rischio è quello di incorrere in percentuali copiaincollate plagiate decisamente maggiore. Sacrosanta l’intenzione di Roberto Saviano di ricorrere in Cassazione. Per una volta, diciamo così, siamo dalla sua parte.

Ora però ci sarebbe anche un’altra dichiarazione da raccogliere, fatta da chi è appena uscito a pezzi da una sentenza della Cassazione — quando diciamo “uscito a pezzi” non intendiamo che ci sarà un editore che pagherà una multa ai plagiati; no, intendiamo proprio che c’è la conferma di una condanna, con arresti domicialiari o servizi sociali, decadenza da senatore e interdizione a vita dai pubblici uffici:

sono riusciti a condannarmi a quattro anni di carcere, soprattutto all’interdizione dai pubblici uffici per una presunta ma inesistente evasione dello zero virgola rispetto ai dieci miliardi di euro, quasi ventimila miliardi di vecchie lire, versati allo Stato dal ’94 ad oggi dal gruppo che ho fondato

Uno zero virgola, questo, che però non martirizza chi lo pronuncia.