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Noi giovanotti squattrinati la sera andavamo a ballare al Santa Tecla.

ballo

Sia lodato Giorgio Dell’Arti. Il quale confeziona l’edizione del lunedì del Foglio, chiamato anche per l’occasione «Foglio dei Fogli» o «Foglio rosa», per via della carta color salmone sulla quale è stampato. Esso raccoglie il meglio dei giornali italiani della settimana precedente (a parte qualche sparuta eccezione più in là col tempo), insieme a colonnini (da non perdere quello di cronaca nera) e ad altre rubriche sempre frutto di collage di varie testate, secondo una logica descritta proprio da Dell’Arti tanto tempo fa:

sui giornali esce tanta roba di qualità che si perde nel mare delle cose meno buone. Su cento pagine di quotidiano, novanta sono dimenticabili, nove importanti, almeno una potrebbe smuovere la storia della letteratura. Ho mostrato dove volevo arrivare: una sequenza di materiale destrutturato, dalla prima colonna fino all’ultima pagina: pezzi interi, brani riassunti, amori e delitti. Ma con una logica di montaggio.

[Il Foglio, 12.02.2004, p. 2]

L’edizione di oggi 15 ottobre non aveva la solita apertura sull’argomento caldo realizzata prendendo pezzi da varie testate ma — e per questo dico sia lodato — la riproposizione di un articolo fiume di Umberto Eco uscito su Repubblica sabato scorso. Un articolo di sicura qualità, garantita del resto dall’estensore, ma dai contenuti che mi hanno fatto sobbalzare sulla sedia.

Oggetto del pezzo: ah, come si stava bene a Milano nel 1954 quando ci arrivai io pensando di poter andare a teatro tutte le sere con i biglietti gratis che gli autori e i registi della televisione (di stato) ci procuravano, e quanto è invece una città corrotta e impresentabile da una trentina d’anni a questa parte. Dopo lo svolgimento, a metà tra l’autobiografia romanzata e il romanzo autobiografico, arriva la conclusione moralista. Come fare, infatti, per isolare tutti quelli che insozzano la (ex?) capitale morale d’Italia con la loro presenza? Il consiglio del Professore è lungimirante: ritirarsi a vita «proba e riservata» [sic!], e mobbizzare gli sozzi:

riduciamo le nostre frequentazioni, stabiliamo una sorta di mobbing nei confronti di tutti coloro che ci paiono spendere con troppa disinvoltura o cambiano macchina con troppa frequenza. […] Si potrebbe arrivare, a lungo andare, alla manifestazione evidente del comportamento di una parte della popolazione che non accetta più certe frequenze, che si sottrae con noncuranza all’interessamento spesso affettuoso di chi vorrebbe a copertura della propria vita pubblica e privata.

Fino al colpo di genio finale, ricordo di quanto gli diceva suo padre da giovane:

se qualcuno vuole darmi qualcosa che non mi pare aver meritato, tanto per cominciare io chiamo i carabinieri.

Tutto questo, inutile da dire, è abbastanza grottesco. Senza arrivare a quanto faceva notare un lettore di Dagospia [14.10.2012] sul predicare bene e razzolare così così, si può dire che quanto scritto è il solito vecchio discorso già sentito mille volte e culminato nella riunione dei puritani del Palasharp di qualche tempo fa, dove venne messo un ragazzino a criticare i comportamenti di un ex Presidente del Consiglio e si consigliò a tutti di leggere Kant la sera prima di coricarsi, al posto di fare varie altre attività ricreative.

Soprattutto, questo articolo è il culmine di uno dei più grandi problemi dell’Italia: la cultura del sospetto, la presunzione di colpevolezza. La spocchia, infine, di chiamare i carabinieri se qualcuno vuole darci qualcosa che noi pensiamo («mi pare») di non aver meritato. L’anticamera del pregiudizio, declinata in modo solo più aulico. Il modo sottile di voler imporre a tutto il pensiero più corretto, quello più morale. Il pensiero unico.