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Gli smartphone al museo.

Si leva una voce contro l’utilizzo degli smartphone nei musei. Non tanto perché, come ovvio, frammentano l’esperienza della contemplazione facendoci osservare un’opera attraverso un piccolissimo schermo; piuttosto, perché sono un collettore formidabile di dati che potremmo anche non avere molta voglia di fornire. Scrive Leann Davis Alspaugh che gli smartphone ormai hanno sostituito le vecchie audioguide:

e ora i visitatori leggono o ascoltano tramite gli auricolari le guide scaricate sui loro telefoni. Ma proprio come ogni altra forma di accesso che lo smartphone ci permette, l’interazione e a due sensi. Dal momento in cui entri nel museo — se non da prima, quando acquisti online i biglietti — stai anche contribuendo a fornire i tuoi dati personali e le informazioni che ti riguardano ai nuovi dipartimenti “coinvolgimento” dei musei. Non sorprenderti dunque se, mentre ti soffermi davanti ad un quadro di Caravaggio, ti arriva sullo smartphone un buono per l’acquisto di un cappuccino.
Oltre a ciò che forniamo volontariamente navigando sui siti dei musei o compilando i questionari sull’esperienza della visita, i musei stanno imparando molte cose sulle nostre abitudini utilizzando un nuovo strumento digitale che serve a raccogliere i nostri dati: il digital beacon. Questi piccoli trasmettitori senza fili, ora installati anche al Los Angeles County Museum e al Guggenheim, per esempio, possono registrare quanto velocemente i visitatori dotati di smartphone si muovo attraverso le sale, o quali opere attraggono più persone. Gli sviluppatori polacchi dell’Estimote, un modello di digital beacon, considerano il loro prodotto un «computer molto piccolo», compatibile con i più diffusi smart device e ad alta efficienza energetica. La sua forma irregolare e la sua colorazione a tinte pastello rendono l’Estimote facilmente riconoscibile. Questi beacon funzionano tramite una combinazione di segnali Bluetooth e una memoria basata sul cloud.
Resisi improvvisamente conto del loro deficit di innovazione, i musei si sono ritrovati a dover assumere immediatamente analisti di dati e a mettere in piedi dipartimenti di IT per snocciolare numeri.

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Atomizziamo l’arte – e poi mortifichiamola del tutto.

E’ piuttosto curiosa la presa di posizione di George Pendle, che su Frieze (n. 150, October 2012, p.26 – qui la versione online) propone di atomizzare l’arte, anziché digitalizzarla.

Nulla di distruttivo, per carità, anche se il verbo può portare a fraintendere. Per atomizzare, Pendle intende distribuire le opere d’arte su tutto il territorio nazionale; suddividerle quindi dalle collezioni raggruppate in un determinato luogo e avvicinarle direttamente alla cittadinanza, anziché allontanarle — a suo dire — ancora di più con il processo di accentramento delle collezioni museali o, peggio ancora, con la creazione di un unico grande museo virtuale.

La teoria, bisogna ammetterlo, possiede un certo suo fascino romantico. In contrapposizione alla digitalizzazione che, secondo lui, porterebbe organismi for profit a trasformare le gallerie digitali dei musei in delle sorte di Getty Images dell’arte, dove quindi la fruizione è regolata da un flusso di denaro che il fruitore dovrà pagare, si dovrebbero spostare le opere d’arte nelle chiese (“perché non riportare l’arte nei luoghi sacri?”). A supporto della sua tesi porta anche dei numeri. Se il direttore della Tate Modern di Londra Chris Deacon ha dichiarato che bisogna cambiare i paradigmi con cui si gestiscono i musei, auspicandosi una maggiore collaborazione del pubblico con il privato, Pendle risponde a brutto muso che se la Tate possiede all’incirca 70 mila opere e in Inghilterra ci sono suppergiù 47 mila chiese, basterebbe distribuire le une dentro le altre per risolvere il problema. Immaginiamo — aggiungiamo noi, perché nell’articolo non è scritto — che in questo modo ciascuna chiesa penserà a gestire per i fatti suoi (e pubblicamente — per carità! — pubblicamente) le opere che possiede, oltre ad occuparsi della promozione per vedere se, effettivamente, il cittadino diventa un fruitore attento e consapevole dell’arte. D’altronde, anche Adorno paragonava un museo ad un mausoleo — l’analogia è presto fatta, la giustificazione subito trovata. Fa nulla se il danneggiamento delle opere sarebbe anche più probabile: tanto, dice Pendle, la materia già preoccupa gli studiosi e, comunque, i danni avvengono anche nei grandi musei.

Anche ammettendo la buona fede di Pendle, e il suo gusto per la provocazione, nonché la scarsa affidabilità dei nuovi paradigmi della digitalizzazione (qui ne ho scritto per l’audio, ma il discorso è trasportabile anche per l’arte) sintetizzata in “si spendono soldi per una digitalizzazione che potrebbe essere obsoleta come lo sono stati i floppy disk nel giro di un decennio”, proviamo ad immaginare lo scenario. Non più un grande museo come la Tate Modern, ma le opere d’arte, appunto, frammentate (“so splinter the collections!” è il grido di battaglia) in giro per tutto il territorio inglese. Forse si sarebbe rimessa l’arte al suo posto, forse la si sarebbe avvicinata ai cittadini (forse…), ma davvero ne gioverebbe? Ne dubitiamo. Il turista, ad esempio, che si reca alla Tate (o in altro celebre museo mondiale) sa cosa ci trova, conosce perfettamente la sua collocazione ed è facilitato nella fruizione (dei manoscritti si dice che la loro esistenza è la loro collocazione; perché non si potrebbe dire lo stesso delle opere d’arte?). Sarebbe la medesima cosa se l’opera si trovasse in una chiesetta della Cornovaglia? Certamente no, e senza che l’opera — o il mondo dell’arte — ne abbiano trovato giovamento. Se la questione è solo sbandierare un (inesistente) spauracchio di una joint-venture tra pubblico e privato, Pendle si metta il cuore in pace: come chiunque amministri qualcosa di pubblico conosce perfettamente, l’unico modo per fare qualcosa, o per non mortificare ulteriormente ciò che già esiste, è quello di coinvolgere i privati. Gli unici che, forse ancora per poco, hanno a disposizione qualche fondo.