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È cambiato il mondo, anche quello della musica

Per Courtney Harding il problema delle lamentele di quelli come Nick Mason (o di David Byrne e, in certa misura, anche Thom Yorke) nei confronti dei servizi in streaming sta nel fatto che

una volta guadagnavano tonnellate di soldi con la loro musica, ora non più e quindi non va bene. A loro piace tirare continuamente in ballo l’idea di «artista della middle-class» come un qualcosa che debba essere preservato ad ogni costo. Ma sta proprio qui il problema: tra poco non ci sarà più alcuna middle-class di artisti perché non ci sarà più alcuna classe media di nessun tipo.

Secondo Harding ora viviamo nell’epoca della gig economy — un concetto che abbraccia più cose, ma che si applica solitamente ai freelance e a coloro i quali sono costretti a sbarcare il lunario con un lavoretto, magari part-time, che gli consenta di dedicarsi con profitto all’altro lavoro, quello “importante”. Nonostante ciò — sostiene Harding — continuiamo a sperare che le cose ritornino quelle di prima, e ad insegnare ai nostri figli di scegliersi un lavoro che garantirà loro una proficua carriera nel corso della vita. Declinando la questione nel campo dell’industria musicale, scrive Harding:

Una volta ho tenuto una lezione in una classe di college e uno studente mi ha chiesto se pensavo che le vendite di musica sarebbero risalite come un tempo. Certo che no. Non avremo mai indietro l’industria musicale degli anni Novanta, proprio come non tornerà mai l’industria manifatturiera degli anni Cinquanta.
C’è però l’altra faccia della medaglia di tutto questo — oggi per i musicisti ci sono molti più modi di fare soldi. Una band indipendente non venderà mai tonnellate di dischi, ma può licenziare un suo brano per uno spot pubblicitario. Stare in un gruppo cool quando hai vent’anni potrà aprirti le porte di un’agenzia di grido quando ne avrai trenta. Molti marchi e start-up vogliono avere nei loro team esperti di musica; e persino insegnare ai bambini i soliti quattro accordi potrà non essere il lavoro dei sogni per molte persone, ma è sempre una fonte di reddito.
Dobbiamo andare oltre la nozione della vecchia classe media della musica, dove si poteva far uscire un disco ogni due anni, fare una manciata di date, vendere qualche maglietta e guadagnare 75 mila dollari all’anno. La realtà ora è quella di fare il guidatore per Lyft quando sei a casa, magari accettare la composizione di un paio di brani per un’agenzia pubblicitaria, produrre e promuovere la tua musica e lavorare come barista nei weekend. Tutto ciò è meno divertente e più stressante rispetto ai cari e vecchi tempi? Assolutamente. Ma è anche la nuova normalità.

Insomma, per Harding solo chi rimpiange un passato che non c’è più e durante il quale certe cose — certi guadagni — erano dati non solo per scontati, ma anche come dovuti, riesce a scagliarsi contro le nuove fonti di guadagno musicale. Lo insospettisce, tuttavia, che anche qualcuno delle nuove generazioni lo faccia, quando è evidente che non faranno mai parte della «middle class» del passato e che, anzi, è proprio grazie alle nuove tecnologie se qualcuno di questi è riuscito a diventare quello che è («Onestamente, pensate davvero che Psy sarebbe diventato Psy dieci anni fa?»).

Per Harding la conclusione del suo discorso è molto semplice:

Credo assolutamente nel fatto che bisogna pagare gli artisti per il loro lavoro, ma calcolare quanto devono essere pagati (o hanno il diritto di essere pagati) è difficile. Tuttavia opporsi a Spotify, in assenza di una soluzione realistica, suona stupido e privilegiato. Mi è piaciuto essere un figlio del baby boom, appartenente alla classe media, con davanti la prospettiva di una pensione. Ma tutto questo non rappresenta più un’opzione percorribile. Anziché rimpiangere il passato perduto, dobbiamo concentrarci per rendere la gig economy più sostenibile per tutti.

Iggy pop su free download e U2

Quest’anno a parlare al tradizionale convegno su musica e media intitolato alla memoria di John Peel e trasmesso dalla BBC, è stato invitato Iggy Pop. L’argomento del suo intervento — “La musica gratuita nella società capitalista” — non gli ha potuto evitare di affrontare l’affaire tra la Apple e gli U2:

Le persone che non vogliono il nuovo album degli U2 in free download stanno cercando di dire: non provate a forzarmi. E non hanno torto. Parte del processo di acquistare qualcosa da un artista ha un non so che di religioso: stai donando affetto a qualcuno, ed è una tua scelta se donarlo o negarlo. Stai dando molto di te stesso, oltre ai soldi. Ma in questo caso particolare, senza questo tipo di convenzione, forse alcune persone si sono sentite come se qualcuno stesse loro negando questa possibilità.

L’audio dell’intero intervento è già disponibile, mentre il video verrà trasmesso dal canale BBC Four il 19 ottobre alle ore 20.

Free, but paid for.

Che il nuovo album degli U2 Songs of Innocence sia stato presentato in concomitanza con i nuovi iPhone 6 e l’Apple Watch, e sia disponibile gratuitamente su iTunes e Beats Music fino al 13 ottobre, mi sembra una mossa fantastica. Per entrambi gli attori.

Primo, bisogna pensare a quanto fattura un disco degli U2 su iTunes, e da lì capire quanto la Apple abbia dovuto a Bono e soci per avere l’album in free download per un mesetto. Qualcuno ha scritto «contratto multimiliardario», ma sarebbe opportuno quantificare il prefisso «multi-». In ogni caso ci ha pensato lo stesso Bono in una nota a fugare ogni dubbio

Free, but paid for. Because if no-one’s paying anything for it, we’re not sure “free” music is really that free

Ovviamente il tutto ha un costo, e l’investimento Apple sarà ripagato dalla creazione di id Apple da parte di utenti interessati al disco degli U2 ma finora sprovvisti di account. Immagino saranno tanti, e con essi grande il numero di carte di credito associate: per un’azienda che ha puntato molto sul pagamento elettronico tramite smartphone sarà un grande risultato.

Insomma, la più grande distribuzione discografica di tutti i tempi — tipo mezzo miliardo di copie in un colpo solo, quando i big seller ne vendono 2 milioni in un anno — è un affare di marketing che con la musica ha poco a che vedere. Non vengono delineati modelli distributivi vincenti, e la Apple un’operazione del genere può permettersela con pochissimi artisti al mondo, forse proprio solo con gli U2.

Per questo, secondo me, non sarà una strada percorribile nel futuro. Ma solo un una tantum che ha reso felici le due parti.

Oggi su Medium

Oggi ho scritto un pezzo su Medium, la piattaforma a metà tra il blog e la cura dei contenuti, che sembra un magazine digitale e che è stata fondata da Evan Williams e Biz Stone (già Twitter). Si chiama quasi come un vecchio brano di Gil Scott-Heron: una specia di tributo, essendo un pezzo che tratta anche di musica.

The revolution will be metadataed.

Ma sono davvero gli interpreti a rimetterci con lo streaming?

Un lungo e ben fatto articolo di Douglas Wolk pubblicato su Slate dà modo di fare un po’ di chiarezza circa le problematiche che, sempre più, stanno emergendo nei rapporti tra l’industria musicale e i servizi di streaming audio quali Spotify o Pandora. Sempre più spesso, infatti, in queste ultime settimane abbiamo assistito a prese di posizione piuttosto forti da parte di artisti famosi nei confronti di questi servizi — l’ultima, in ordine di tempo e di clamore, è stata quella di Thom Yorke con l’annuncio di aver tolto tutto il catalogo dei suoi Atoms For Peace da Spotify.

Wolk fa chiarezza perché mette in evidenza alcuni aspetti che solitamente non vengono presi in considerazione, fornendo attraverso link una serie di fonti e di studi di notevole importanza. Il punto di vista legislativo da cui l’analisi viene condotta è quello anglosassone, per cui siamo in un campo completamente differente rispetto al nostro. Loro hanno il copyright, noi facciamo ancora riferimento al diritto d’autore in un contesto legislativo che deriva dal diritto romano. Le cose, da noi, funzionano in modo sensibilmente diverso rispetto agli Stati Uniti. Wolk, ad esempio, nel suo articolo dice che “le radio non devono pagare i detentori dei diritti [copyrights holders] della musica che passano”, mentre da noi funziona in modo completamente diverso e, sempre per rimanere nel campo delle radio, queste devono pagare sia la parte dei diritti d’autore (Siae) che le collecting di chi detiene i diritti fonomeccanici (Scf, per dire della più famosa).
Tuttavia moltissimi punti toccati all’interno dell’articolo valgono anche da noi, poiché fanno riferimento all’andamento dell’industria musicale che è pressoché identico — e pressoché in calo, con qualche tiepido entusiasmo quando s’impennano le vendite di vinile — ovunque.

Innanzitutto Douglas Wolk fa una distinzione netta nelle lamentele degli artisti: da una parte i compositori (non importa se poi anche esecutori delle musiche che hanno composto) e dall’altra i performers. E dovrebbero essere i primi i più preoccupati, perché i servizi di streaming stanno rosicando quote di mercato a quelli di diffusione tradizionale (radio, televisioni) che pagavano royalties ai compositori decisamente maggiori. Per fare un esempio, viene sottolineato come Pandora paghi ai compositori solo il 4% dei suoi ricavi annui, con la prospettiva di diminuire ulteriormente la dimensione di questa fetta nel futuro.

Cosa completamente diversa per gli interpreti, i più preoccupati. Tre i punti fondamentali sui quali l’analisi dei costi e dei benefici, per loro, dovrebbe basarsi:

1. Non bisogna confondere l’industria musicale con l’industria della musica registrata. Sono due cose diverse, e i dischi (l’industria della musica registrata) dice Wolk “sono il mezzo con cui gli ascoltatori spendono più tempo nell’esperienza musicale ma non sono quello su cui spendono più soldi”. I grandi ricavi gli artisti li fanno dai concerti, dal merchandising, da tutti gli altri eventi “collaterali” rispetto alla vendita dei dischi. E’ così ora, in quella che viene definita l’era post-Napster ma secondo Wolk le cose prima di Napster non erano molto differenti.

2. Lo streaming è una cosa differente dalle radio. La radio è una diffusione uno a molti, lo streaming è uno a uno. Non c’è paragone. Per questo, e per la stessa diffusione dei servizi streaming che raggiunge un numero di utenti inferiori a quella del circuito AM/FM, è normale che vengano pagate meno royalties. Le cose adesso stanno così, in un futuro si vedrà.

3. Non sono gli artisti a recepire direttamente i soldi da Spotify o da Pandora, ma sono le case discografiche. Che ricevono all’incirca mezzo centesimo di dollaro per canzone suonata. Wolk ha fatto un rapido calcolo: se l’ultimo album di Jay-Z “Magna Charta… Holy Grail” ha avuto un totale di tracce suonate su Spotify di 14 milioni, la casa discografica ha incassato 70 mila dollari. La casa discografica, non Jay-Z. Quanto incassa l’artista dipende da quali sono gli accordi tra lui e la casa discografica. Ma per il resto è impensabile, in questo momento, stabilire un modello di pagamento diretto tra Spotify e l’artista. Aggiungo io: ci sono artisti, su Spotify, che non hanno alcuna casa discografica alle spalle. La parte del padrone, in questo caso, si presume la faccia il distributore digitale. Nessuno, infatti, è in grado di caricare in modo autonomo la sua musica sui servizi di streaming.

Perché allora secondo Wolk dovrebbero essere gli autori i più preoccupati? E’ molto semplice, nonché intuitivo. Se la fruizione di musica dovesse passare sempre di più da un modello come quello attuale, basato su radio e tv, che li paga bene, ad uno streaming-oriented che li paga meno, essi incasseranno meno. E non vivendo di quelle che possiamo definire con un simpatico eufemismo “glorie accessorie” (fama, concerti, visibilità), che gli interpreti solitamente ricavano dalla difussione di un loro brano, rischiano di vedere i loro introiti diminuire notevolmente. Dunque, la battaglia di Thom Yorke condotta un po’ presuntuosamente in “nome dei diritti degli altri artisti”, forse era una battaglia un tantino sbagliata [“it doesn’t entirely hold water”, nell’articolo di Wolk]. Prova è, ad esempio, il fatto che la discografia completa dei Radiohead continua ad essere tranquillamente disponibile su Spotify, dal momento che né Yorke né alcun altro membro dei Radiohead hanno controllo su di essa (ad eccezione dell’album In Rainbows, su cui i Radiohead continuano ad avere il controllo totale delle registrazioni essendo stato realizzato e distribuito in modo completamente autonomo e indipendente da qualunque accordo commerciale secondo la formula del pay what you want).