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Fino a che l’evidenza non ci tira due sberle.

Oggi stavo ascoltando (in cuffia) un disco piuttosto strano: Articulação di Florian Hecker, appena pubblicato da Editions Mego. Senza farla troppo lunga: Florian Hecker è un musicista e sound artist tedesco che lavora nel campo della sperimentazione elettronica più spinta. Crea dei suoni lavorando prevalentemente nei territori dell’elettroacustica e del digitale, e ha interessi concettuali che spaziano dalla filosofia alla neurolinguistica. Alle orecchie di un ascoltatore vergine di questo tipo di sonorità, i suoi dischi possono sembrare un insieme di blurp e bzuzz senza capo né coda. Se però siete un minimo curiosi, e avete voglia di far vivere un’esperienza piena alle vostre orecchie, consiglio un suo disco di 2-3 anni fa: Acid in the style of David Tudor (sempre per Mego, qui trovate un brano).

Non è un artista per tutti. Questo ultimo disco è la seconda parte di una trilogia iniziata con Chimerization (2011) e culminata con un lavoro presentato lo scorso novembre al festival Performa di New York (CD – A Script For Synthesis). Composto solo di tre brani, l’elemento principale di Articulação è la voce, che viene combinata, sovrapposta, giustapposta, distorta, sfalsata in qualunque modo, mentre recita dei testi del filosofo iraniano Reza Negarestani. Nella prima di queste tre tracce, Hinge*, la voce è quella di Joan La Barbara.

Dunque oggi lo stavo ascoltando in cuffia, abbastanza attentamente. Cercavo di seguire il testo sia godendo dell’effetto straniante, sia provando a capire il significato. Capitava, però, che la condizione di ascolto non fosse esattamente la migliore: ero su un Pc. Ad un certo punto sento, improvviso, il tipico avviso di Windows di quando si inserisce/toglie una chiavetta USB. Potrei fare una ricerca su Google, immagino che quel suono abbia un nome particolare, forse anche un compositore eccellente. Però, ecco, ci siamo capiti: è uno di quei suoni ormai entrati prepotentemente nella nostra quotidianità, che ascoltiamo non so quante volte al giorno e associamo ad un’azione ben precisa.

Appena l’ho sentito ho pensato a cosa potesse significare, in quel contesto, con la voce di La Barbara divisa in due — una parte per canale stereo — che recitava, con uno sfalsamento di qualche frazione di secondo, lo stesso testo.

Sulle prime l’ho trovata una soluzione piuttosto banale. Non in sé, ma quanto meno per il lavoro di Hecker. Non è un disco, questo Articulação, nel quale si indagano i suoni della tecnologia. Si parla di tutt’altro. Però non era nemmeno la prima volta che mi ritrovavo questi suoni inseriti in un disco appartenente al campo delle musiche sperimentali — non giocano nemmeno nello stesso campionato, ma ad esempio il suono dell’apertura di Skype era presente anche in questo brano di James Ferraro.

Era appena finito Articulação quando ho risentito quel suono. Realizzando che non era intenzione di Hecker, ma solo Windows che stava dando uno dei suoi (tanti) segni di instabilità. E allora mi sono messo a riflettere, banalmente, di come ormai non ci rendiamo più conto di cosa stiamo davvero ascoltando e qualunque intromissione dall’esterno, anziché farci venire un milione di dubbi, la prendiamo per buona fino a quando l’evidenza non ci tira due sberle.

Volevo solo scriverlo.

 

(l’immagine sopra l’ho presa dal blog di Hecker: se il disco fosse una fotografia, questo sarebbe l’effetto).