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Essere scambiati per Donald Trump

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Immagine: Openclipart

“The callers are always men,” he said. “The last couple weeks, these guys have had campaign slogans and ideas that they wanted me—well, you know, Trump—to use. ‘Go after Hillary harder!’ ‘Don’t give up on the Wall!’ ‘Do things this way!’ ” His caller I.D. offers some clues: “Most come from the New York City area. Some from New Jersey. Once in a while, we’ll get a California one, too. We get Albuquerque. And Florida. You know, the kooky places.”

Nel nuovo numero oggi in edicola, il New Yorker racconta la storia di Richard Rhoades, il cui numero di telefono è stato inserito negli elenchi come quello di Donald Trump.

Come si rappresenta un hipster

Ricardo Liniers è un fumettista argentino ed è l’autore della copertina del nuovo numero del New Yorker, dove sono raffigurati due hipster — un ragazzo e una ragazza — che passeggiano per New York. Ma come si rappresenta un hipster? Posto che nel corso degli ultimi mesi la questione su cosa o meno sia «da hipster» è dibattuta, e che contro il fenomeno è in corso quella che ha tutta l’aria di essere una (scherzosa) battaglia culturale, Liniers prova a tratteggiare le caratteristiche fondamentali di cui ha voluto tenere conto mentre disegnava la copertina

Come si rappresenta un hipster? Beh, deve avere un libro sotto braccio, e così nella mia immagine ho usato Infinite jest di David Foster Wallace. Ha in testa un cappello, certo. E molti tatuaggi, tatuaggi ironici, anche se non li puoi vedere sotto la sua giacca ironica. Per quanto riguarda lei, s’interessa di cultura e libri; fa qualcosa per combattere il cambiamento climatico. È molto dolce — come si può vedere dal suo cappello colorato, e anche dal fatto che indossa un Montgomery, uno scomodo cappotto di lana che i miei nonni mi fecero quando ero un bambino. Infine c’è la barba — tra vent’anni, la barba sarà quello che gli scaldamuscoli sono stati per gli anni Ottanta.

Tutte le virgole del New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Mary Norris lavora al New Yorker dal 1978 e ha eseguito varie mansioni fino al 1993, quando è diventata uno dei copy-editor del giornale. Ovvero una di quelle persone incaricate di leggere ogni singola parola di ogni singolo articolo in cerca di errori e di conformare il testo a quelle che sono le rigidissime norme di redazione della rivista. Il che vuol dire, tra le altre cose, controllare che «sulphuric» sia scritto «sulfuric», che l’utilizzo delle maiuscole sia coerente e la punteggiatura corretta (si scriverà «light-years» o «light years»?) e che nel correggere una virgola non cambi il senso che l’autore del testo intendeva dare.

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Traslochi di carta.

Dopo quindici anni il New Yorker ha abbandonato i suoi uffici al 4 di Times Square per raggiungere il resto della Condé Nast nel nuovo One World Trade Center. Nick Paumgarten, giornalista del magazine, ha raccontato in un lungo articolo cosa ha voluto dire spostare un’istituzione come il New Yorker e chi ci lavora da un indirizzo all’altro:

La copertina del New Yorker che celebrava il trasloco, disegnata dall'artista canadese Bruce McCall.

La copertina del New Yorker che celebra il trasloco (numero del 2 febbraio 2015), disegnata dall’artista canadese Bruce McCall.

Francamente, la parte più difficile è stata prepararsi al trasloco. Poiché allo staff era stato detto di spostarsi con poca roba, per settimane abbiamo liberato gli uffici dai detriti accumulati negli anni. Alcuni è stato facile abbandonarli: qua e là saltavano fuori una bottiglietta di liquore esotico (qualcuno è interessato ad una boccetta di gin alla banana dell’Uganda?) o scatole di gadget promozionali. Quanta roba avevamo in giro! Ma soprattutto carta, intere foreste di carta. Migliaia di migliaia di libri abbandonati, alcuni accumulati per l’appeal della novità, o per un nascente interesse, o per lavori precedenti, o per lealtà (o senso di colpa) verso scrittori amici — un «accumulo di intenzioni», come ha detto un nostro conoscente — sono stati donati a enti come l’Housing Works. Molti altri libri in ottimo stato sono stati lasciati al loro destino, come fossero tanti cani randagi mai reclamati (pensiero poco commerciale: un negozio di libri usati chiamato Perfectly Good Books).
Nel mentre, arrivavano cestini vuoti che ripartivano con i rifiuti usciti dagli armadi e dai cassetti pieni di trascrizioni delle interviste, stampe, bozze, posta dai fan, lettere di odio, ricevute di spese, gadget collegiali e fotocopie di volti di bambini ormai cresciuti schiacciati contro il vetro della fotocopiatrice. Sembrava quasi di passare in rassegna le cose di una persona cara dopo che è morta, eccetto per il fatto che i morti in questo caso eravate voi. Cosa valeva la pena di salvare? Non molto, una volta entrati nello spirito del “senza carta”. Le uniche cose che vale la pena tenere sono le cose da fare dopo.

Genius?

Chris Ip sul sito della Columbia Journalism Review fa il punto della situazione sulla critica e sul giornalismo d’arte dopo la notizia, piuttosto inaspettata, che Sasha Frere-Jones dopo 11 anni lascia il New Yorker per diventare il nuovo executive editor di Genius:

Genius mostra il significato che una comunità di utenti (o a volte, come nel caso di Nas, gli artisti stessi) danno ad una canzone, come se fosse l’unico significato corretto. Il sito afferma di operare con delle linee guida ben definitive per i testi che analizza, ottenute dalla fiducia nel sapere della comunità e dai controlli e contrappesi operati dai moderatori. Questa idea di definitivo crea l’apparenza di una certezza nell’interpretazione di una canzone che è sicuramente alla base della popolarità di Genius.
Ma una bella analisi pubblicata su Harper’s Bazaar o sulla New York Review of Books è molto più della somma delle sue parti. Non ha come obbiettivo la mera decodifica del presunto significato di un’opera d’arte, così come non deve dare solo un giudizio che varia da ‘fresco’ a ‘marcio’. Piuttosto presenta la moltitudine di significati che l’arte può avere, aggiunge elementi che vanno oltre ciò che rende viva l’arte e li mette insieme in un’idea o in un ragionamento sul mondo in cui viviamo.
Genius non si sofferma molto su questo tipo di cose, e nemmeno su come suona una canzone — una perdita per un sito che aveva l’hip hop come suo tema centrale, considerando che nel rap il ‘flow’ di un’artista — cioè il ritmo con cui cantano le strofe in modo quasi percussivo — è generalmente considerato altrettanto, se non più, importante delle stesse parole. Separare i significati forniti dai contributor a tutti gli altri modi di leggere un’opera d’arte rende l’analisi di una canzone incompleta tanto quanto separare il testo dalla musica.
Piuttosto, Genius eccelle in quello che fa, e cioè sfruttare una serie di strumenti tipici dei new media per offrire un’attenta lettura di testi letterari, mettendo a disposizione un dibattito circa le varie interpretazioni e tirando fuori il significato che sta dietro alle canzoni che amiamo. Ma è tutto basato sul significato. Mentre la grande critica, come la grande arte, riguarda anche altro.

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Quale significato di «cultura»

Joshua Rotham riflette sul New Yorker intorno al significato del termine «cultura», dopo che il dizionario Merriam-Webster l’ha decretato il termine del 2014.

Il critico Raymond Williams, nel suo dizionario Keywords, scrive che la «cultura» ha tre significati differenti: c’è la cultura come processo di arricchimento individuale, come quando ci capita di dire che qualcuno è «acculturato» (nel 1605, Francis Bacon scrisse sulla «cultura e la coltivazione delle menti»); la cultura come il «particolare modo di vivere» di un gruppo, ad esempio quando parliamo di cultura francese, cultura di una compagnia, o multiculturalismo; e una cultura come attività, che viene praticata nei musei o ci arriva dai concerti, dai libri e dai film […] Questi tre significati di cultura sono in verità abbastanza diversi tra loro e — scrive Williams — competono l’uno con l’altro. Ogni volta che pronunciamo la parola «cultura», intendiamo uno o l’altro di questi aspetti: la «cultura» trasmessa per osmosi e la «cultura» che si impara nei musei, o la «cultura» che fa di te una persona migliore, o una «cultura» che ti rende parte di un gruppo.

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