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La bugia della pensione a Nicole Minetti.

Ci sono mille buone ragioni per denunciare come scandaloso il fatto che un consigliere regionale, dopo solo un mandato, maturi i requisiti per una pensione di 1.300 euro al mese. Una di queste non è, però, che il consigliere in questioni si chiami Nicole Minetti. Quello che si è scatenato in queste ore in rete, con il solito tam tam del popolo dei contrari a tutto (o, per usare una più gentile definizione coniata qualche giorno fa dal Foglio, “chiasso degli onesti”) è invece altrettanto scandaloso. Anzi, è vergognoso. Perché parte da una giusta causa e poi crolla penosamente nel personalizzare una questione e nel dar via all’ennesima campagna di odio. Sapendo, tra l’altro, di mentire e giocando sul non detto molta parte della sua efficace espansione.

La personalizzazione, va da sé, riguarda il fatto che tutto è ricondotto a Nicole Minetti, e adesso accusatemi pure (ingiustamente) di voler difendere l’indifendibile. Ma Nicole Minetti, siamo pronti a scommettere, non è la sola in consiglio regionale che tra 10 giorni maturerà il diritto al vitalizio (per questo se ne chiedono le dimissioni entro quella data). Come se la Minetti stesse lì a rubare qualcosa se non si dimette prima. Le ragioni che l’hanno portata ad essere eletta, probabilmente, sono altre e nemmeno quelle che il popolo della rete si è arrogato il diritto di conoscere. Ma non c’entra più; c’entra il fatto che, essendo lei balzata alla cronaca, ora si trova nella condizione di rinunciare ad un qualcosa che spetta a lei (come ad altri) per legge. Ecco, magari impegniamoci un po’ di più e facciamo una battaglia per denunciare la stortura di una legge, o forse ricordiamoci di quando la demagogia non ci scorreva così copiosamente nelle vene, e dei vitalizi dei consiglieri (regionali, provinciali, dei parlamentari, di tutti) ce ne fregava meno di zero — perché è esistito anche quel tempo, non troppo fa. E facciamo tutti un po’ di autocritica.

La cosa senz’altro più grave è, però, il mentire sapendo di farlo. Tirando in causa il solito marziano al quale, essendo arrivato oggi sul pianeta terra, vanno spiegate le cose, gli si vorrebbe far capire questo: tra 10 giorni la Minetti ogni mese riceverà un assegno dalla regione Lombardia di 1.300 euro. Fate un giro su Facebook, su Twitter, sui siti viola e di ogni altro tipo di colore incazzato, e ditemi se trovate scritto altro oltre a ciò. Il problema è che non corrisponde minimamente alla verità. Nicole Minetti quella cifra la prenderà, se la prenderà, una volta compiuti i 60 anni, secondo quanto dice la legge regionale della Lombardia n. 12 del 20 marzo 1995, e solo — ovviamente — se in linea col pagamento di tutti i contributi. Io l’ho trovato scritto, in rete, solo su Giornalettismo; mentre sarebbe stata la parte da scrivere in grassetto, prima ancora di spiegare i motivi della protesta. Solo — mi rendo conto — lo sputtanamento, la “macchina del fango” così sempre celermente denunciata quando a metterla in moto sono però gli altri, perderebbe tutta la sua portata.

Facendo una chiosa, si potrebbe anche aggiungere che, visti i tempi che corrono, non è nemmeno detto che a 60 anni la Minetti prenderà ciò che le spetta. Le spetta — capito? — e siccome le spetta che diritto abbiano noi di chiederle di rinunciare? In quanto cittadini ed elettori, altri sono i diritti di cui godiamo, tra i quali il chiedere ai nostri rappresentanti un rendiconto di ciò che fanno o, come più plausibile in questo caso, non fanno. Ma non quello di decidere che da una parte ci sono i buoni, che vanno in pensione, e dall’altra i cattivi che non la possono prendere, secondo una divisione i cui motivi la maggior parte dei protestanti nemmeno conosce, pur ripetendoli a vanvera come uno stormo di pappagalli impazziti.

Sono anni che mi sento ripetere che la pensione, noi, probabilmente non la vedremo mai. Forse anche perché stiamo già pagando quella di chi a 40 anni è realmente andato in pensione, con scappatoie dal mondo del lavoro che hanno dell’assurdo, e se già ora le casse dell’Inps non sono messe bene, figuriamoci tra decenni. Ma su Facebook di tutto ciò non ho letto nemmeno mezza riga, anche stando lì a ravanare per ore nella merda in cerca di qualcosa.

La questione.

In rete è partito un tam tam in difesa di Nicole Minetti. Aderirei anche io, perché non ho ancora trovato un solo motivo valido per cui debba dimettersi — o, in alternativa, uno altrettanto valido per cui Berlusconi e Alfano (e tutti gli altri del Pdl appresso) ora le abbiano dato una specie di ultimatum. Ma non è questo il punto. A me sembra che, per la maggior parte delle persone e nella maggior parte degli interventi, la questione non sia quella di difendere il consigliere regionale Minetti e il suo diritto a quel posto, o il suo diritto a non dimettersi. La questione è, evidentemente, molto più vecchia: Silvio Berlusconi. Paradossalmente, infatti, tutti quelli che ora dicono “Minetti resisti”, fino a due mesi fa gridavano indomiti “Minetti vergogna, dimettiti!”. Solo che fino a due mesi fa, a difenderla, c’era appunto l’ex presidente del consiglio. L’attuale obiettivo della campagna in difesa di Nicole Minetti.