L’arte di scrivere gli obituary.

La differenza tra un obituary e un necrologio è, giornalisticamente parlando, grande. Quando in Italia muore un personaggio famoso o una persona celebre si pubblicano i necrologi; quando questo qualcuno è particolarmente famoso o particolarmente celebre, si tirano fuori dai cassetti i cosiddetti «coccodrilli»: pezzi celebrativi che ripercorrono le tappe principali del defunto. Nei giornali di area anglosassone non esistono i coccodrilli così come li conosciamo noi. Esistono però gli obituary, che nella cucina di un giornale vengono considerati un mondo a parte, tanto che ci sono giornalisti deputati a fare solo quello — quando da noi, invece, succede che il coccodrillo sia scritto non solo a più mani, ma spesso dalla persona (o da più persone) che lavorano in una determinata redazione, per cui se il defunto era una celebrità nel mondo dello spettacolo saranno i redattori degli spettacoli gli incaricati a tenere aggiornato l’articolo pronto da pubblicare nel momento giusto.

La cosa che in Italia più si avvicina al concetto di obituary è la rubrica settimanale Vite Parallele, che Sandro Fusina tiene sul Foglio di Giuliano Ferrara ogni sabato. Pezzi in cui la persona morta viene raccontata in modo quasi analitico, secco, senza lasciar spazio a emozioni o considerazioni di alcuna sorta. Una specie di racconto enciclopedico, insomma.

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