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Esperienze di lettura educate.

Scrive un lettore ad Andrew Sullivan:

[T]he reason I want to write you most of all, is I’m amazed at how much more I read the Dish compared to other websites I enjoy (Vox, Slate, Salon, Mother Jones). Do you know why I read the Dish more? It’s not because I don’t want to read articles on those sites. I’m not too turned off by the tone of stupid articles that occasionally appear (all publications have articles I find stupid).

No, it’s because of their god damned ADS! I could deal with banner ads. I could deal with rollovers that cover the entire screen until I hit “X” and push the ad back to the top of the page. But now, every single one of those sites runs video ads that launch when you open the site. In the side of the page, a video plays. Guess what happens next? My fucking Internet browser freezes or crashes. As much as I want to read these sites, the people running the sites are making it impossible for me to do so. So impossible, in fact, I find myself reading them less and less.

I work in digital ad sales. User experience matters to us at our site. You know what website has the best interface that I can hang out on all day? It’s the Dish of course. Thank you for being ad-free.

Il che mi sembra dirla lunga non tanto sull’etica del piazzare annunci pubblicitari — The Dish non ne ha, vive della forze degli abbonati e, per una minima parte, dei link sponsorizzati; ma per quanto mi riguarda non vedo problemi in qualche AdSense — quanto su quella di rendere l’esperienza di lettura la migliore possibile. Forse che sia l’unica cosa che davvero conti per il lettore, anche nelle considerazioni che questo fa sul pagare o meno per fruire di un contenuto? Può essere che mi sbagli. Ma forse si sbaglia anche chi non sopporta di essere continuamente interrotto da: video che si aprono su tutto lo schermo, filmati che partono in automatico con l’audio sparato ad alto volume, pubblicità che non si possono spegnere prima di un certo periodo di tempo, contenuti inseriti in cornici pubblicitarie di automobili.

Dovranno fare, prima o poi, una specie di Celebrity Deathmatch: media tradizionali vs rete.

Senza entrare nel merito delle cose, anche se propenderei per dire che “Sofri, quello giovane” ha maggiori ragioni dalla sua, oggi abbiamo assistito al seguente dibattito: da una parte il giornalista tradizionale, Marco Bardazzi, che su La Stampa scrive che i social network (usati come la più classica delle sineddochi, la parte per il tutto, dove il “tutto” sembrerebbe essere la rete in generale) peggiorano la qualità dell’informazione:

In uno scenario simile piattaforme come Facebook o Twitter, dove tutto è immediato, rischiano di trasformare subito in «fatti» quelle che sono solo labili informazioni da confermare

Dall’altra l’informazione in rete — Il Post, più nello specifico il blog del suo direttore Luca Sofri — che replica a quelli del giornalismo tradizionale che, in verità, sulla liberazione di Rossella Urru sono stati proprio i media tradizionali a prendere l’abbaglio, e che Twitter l’ha semplicemente amplificato (un problema, certo, ma anche un’altra storia):

la notizia su Twitter è sì dilagata, ma le fonti citate e linkate dai tweet erano soprattutto le testate italiane che le avevano dato grande spazio. E che sono state le più potenti messaggere e interpreti di quella notizia ancora tutta da verificare (il primo grande giornale a fare marcia indietro, a suo merito, è stato il Sole 24 Ore che ha cambiato il suo titolo in “Giallo sulla liberazione”).

La falsa notizia della liberazione di Rossella Urru agli italiani l’hanno data i giornalisti professionisti, i siti dei giornali e dei tg, non “Twitter”.