Whiplash, un roundup.

Il film premio Oscar Whiplash (non che si voglia parlare ancora di Oscar, ma vabbé) secondo Ivan Hewett del Daily Telegraph presenta delle similitudini con il mondo del porno:

Whiplash (come suggerisce il titolo, «frustata» in italiano) è un tipico esempio di pornificazione della cultura, cioè dell’idea che puntare all’estremo e cercare sempre il massimo effetto shock siano gli unici modi per ottenere un prodotto artistico. Come nel porno, tutto dev’essere a favore di camera, e questo lo si ottiene mostrando una scena shockante nel più breve arco di tempo possibile. Tutto deve avvenire alla massima velocità, e così vediamo Flecther attaccare ripetutamente l’impegno dello studente di batteria dopo averlo ascoltato per circa due secondi. Il che non è semplicemente plausibile. Occorre tempo per capire se un batterista è «dentro il groove», ma il regista Chazelle vuole solo condurci velocemente al momento orgasmico in cui il batterista viene umiliato.

Si è letto da più parti che Whiplash potrebbe avere tra i suoi pregi quello di facilitare il ritorno della musica jazz presso un pubblico giovane (o non) che nel tempo ha dimostrato disaffezione nei confronti di questa musica. Il tentativo è lodevole — dato anche il noto conservatorismo del genere musicale, almeno nella sua parte più mainstream — , seppur qualcuno ha già messo in guarda dal rischio che la pellicola possa rendere il jazz un genere hipster. Il fatto è che l’immagine che Whiplash dà del jazz non corrisponde molto alla realtà. Scrive ancora Hewett:

Il jazz che si sente nel film, suonato da quello che si suppone essere il jazz ensamble del miglior college musicale degli Stati Uniti, è straordinariamente smorto. E tutto il college sembra avere sede in un bunker sotterraneo. Non ci sono finestre, e il professore sadico sembra governare l’intera scuola con una bacchetta di ferro. Nessuno ride, nessuno scherza. Mentre chiunque abbia anche la più piccola conoscenza del mondo del jazz sa che il divertimento e il gioco sono alle sue radici.

Continue reading →

Rottamare gli Oscar

Una voce fuori dal coro degli elogi alla notte degli Oscar è quella di Michael Hogan sul Daily Telegraph, che invita a «non credere all’hype» creatosi attorno alla cerimonia e di considerarla per quello che è: «spazzatura». Gli attori sono i primi a finire nel mirino del suo attacco:

Gli attori — che raramente sono tra le creature più affascinanti — fanno discorsi sdolcinati e auto-indulgenti e cazzeggiano in modo pretenzioso sul loro «mestiere». Poche cose risultano meno tediose di queste. Sembrano l’equivalente nello showbiz di quei colleghi che ti mostrano le foto delle loro vacanze e ti raccontano quello che hanno sognato la notte precedente.

Ma Hogan ne ha anche per la cerimonia stessa, che considera qualcosa di molto auto-celebrativo e interessante, forse, solo per gli addetti ai lavori e per alimentare un po’ il chiacchiericcio via social-network:

Gli Oscar sono fondamentalmente una gloriosa festa per l’assegnazione di premi aziendali. Sono importanti per chi vince, certo, ma di scarso interesse per tutti gli altri. Non c’è alcun motivo per cui dovrebbero interessarci più del «Rappresentante dell’anno per le vendite regionali di supposte Anusol» o della cena annuale della Ginsters. Il solo fatto che tutti indossano vestiti costosi e hanno zigomi fotogenici non rende la cerimonia interessante.