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Il carro dei vincitori è sempre pieno.

foto da Wikipedia

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Sul Corriere della Sera di oggi viene citato in due editoriali il termine «bandwagoning» a proposito del passaggio di un gruppo di otto parlamentari di Scelta Civica al Partito Democratico. Ma cos’è il bandwagoning? Spiega Wikipedia che, letteralmente, il bandwagon è il carro su cui suona la banda. La tendenza del bandwagoning, dunque, è quella di salire sul carro dove suona la banda all’interno di una parata; più prosaicamente, noi intendiamo con ciò il «salire sul carro del vincitore».

In politica, quando si fa del bandwagoning e cioè si decide di salire sul carro del vincitore, non sempre lo si fa a posteriori. È possibile, infatti, farlo anche a priori e ottenere il cosiddetto «effetto carrozzone». In questo sono concordi sia Wikipedia, che parla della tendenza

a votare quei candidati che hanno maggiori possibilità di successo, o che vengono dipinti come tali dai media: questo comportamento aumenta la probabilità di trovarsi, a elezioni concluse, dalla parte giusta, quella del “vincitore”

che il dizionario Garzanti, dove alla voce «bandwagoning» scrive:

partecipare a un’impresa, sposare una causa e simili perché di moda o sembra destinata al successo, saltare sul carro.

Non si hanno traccia di definizione di «bandwagoning» nell’ultima edizione a mia disposizione del Devoto-Oli (quella del 2009), ma non mi è difficile pensare che il termine non sia entrato a far parte di quei neologismi che ogni anno popolano le nuove edizioni dei vocabolari. Del resto, l’espressione italiana di «salire sul carro del vincitore» è molto più efficace — e conosciuta — del termine inglese.

La versione internazionale di Wikipedia dà poi un’altra sfumatura per spiegare il bandwagoning. Dopo aver specificato che il termine è stato coniato dal politologo americano Quincy Wright nel suo libro del 1948 A study of war, lo declina all’interno di relazioni internazionali e dunque afferma che si parla di «bandwagoning» quando

uno stato si allea ad un altro più forte e inizialmente avversario, e concede che questo avversario più forte ora diventato alleato guadagni sproporzionatamente in ciò che conquistano insieme. Perciò il bandwagoning è una strategia solitamente adottata da stati deboli.

Fatta chiarezza, ritorniamo al Corriere e al termine «bandwagoning» citato nei suoi due editoriali. Inizia Angelo Panebianco, dove attacca il suo fondo in prima pagina così:

Nelle tribù umane accade esattamente ciò che avviene nelle tribù dei nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé. Dopo che un membro del gruppo ha sconfitto i rivali al termine di una dura lotta di potere, diventando il maschio alfa, o dominante, si mette subito in moto un processo di bandwagoning: quasi tutti gli altri membri della tribù saltano sul carro del vincitore, corrono a rendergli omaggio. C’è però una differenza. Fra gli umani, nel bandwagoning è sempre presente una dimensione comica. Perché gli umani sembrano obbligati a negare la vera ragione per cui saltano sul carro del vincitore, ossia il fatto che, come tutti, tengono famiglia. Sono costretti ad inventarsi nobili motivi, dichiararsi solennemente interessati solo al bene del Paese: non lo fo per piacer mio, eccetera.

Quello di cui parla Panebianco è dunque il bandwagoning nella forma forse peggiore: quello a posteriori. Non mi alleo prima con il più forte, per convenienza, ma sono pronto subito dopo ad andarci insieme per la medesima convenienza, solo ribaltata. Da quando c’è Renzi in campo, in effetti, in Italia ha sempre dominato questo tipo di bandwagoning. A partire dalle primarie che lo elessero segretario del Pd, dove all’interno del suo stesso partito il così detto «apparato» lo aveva ostacolato salvo poi — soprattutto nei governi locali, dalle regioni in giù fino ai comuni — salire sul suo carro e dimenticarsi, ad esempio, che era stato lo stesso apparato ad imporre regole ferree alle primarie per impedire ai non organici al Partito Democratico (per la maggioranza possibili elettori o simpatizzanti di Renzi) di prendervi parte.

L’altro editoriale in cui si parla di bandwagoning è quello firmato a pag. 28 da Giovanni Belardelli. Qui non si parla tanto del significato del termine, né del concetto che racchiude. Si discute, piuttosto, del doppiopesismo nel giudicare e raccontare i casi di bandwagoning in Italia. Secondo Belardelli, e come dargli torto, il passaggio degli onorevoli di Scelta Civica al Pd

è un fenomeno frequente in politica: il bandwagoning, l’irresistibile (per alcuni, almeno) propensione a salire sul carro del vincitore. Non per questo si tratta di un bello spettacolo, soprattutto ripensando al fatto che i suoi attori, fondando Scelta Civica, avevano voluto accreditarsi come i rappresentanti di quella classe dirigente seria, competente, pensosa delle sorti del Paese che in Italia mancava. Ma lo spettacolo è tutt’altro che bello anche per un altro motivo. Per l’entusiasmo con il quale i dirigenti del Pd hanno accolto i transfughi di Sc, lodandone (così il vice-segretario del Pd Debora Serracchiani) la «responsabilità», dopo avere per anni considerato proprio l’inventore dei «responsabili» Domenico Scilipoti — che lasciò l’Italia dei valori per sostenere il governo Berlusconi — , come la personificazione dei mali della nostra politica […] È riemerso insomma in questa occasione un fenomeno che tutti ben conosciamo, consistente nell’applicare un metro diverso di giudizio dinanzi a un’azione a seconda se la compie un amico o un avversario.

Un paio di pensierini non richiesti su Veltroni e il Pd.

La domenica non bisognerebbe fare annunci epocali. Nemmeno riedizioni di annunci epocali, come quello che ha fatto Walter Veltroni oggi: “non mi ricandiderò alla Camera”. Non ha specificato, questa volta, se andrà o meno in Africa, e sinceramente poco ci frega. Però pare essere la notizia del giorno, quella su cui domani molti giornali faranno le aperture — ecco perché, Walter, annunci del genere non vanno fatti la domenica: chi mai li legge i giornali il lunedì?, e tanto più che oggi nemmeno c’era il campionato. Vabbé.

L’annuncio è però di quelli ghiotti, e forse val la pena agganciarsi ad esso e azzardare due righe due sullo stato del Pd. Rubricare affettuosamente il tutto sotto la voce “consigli non richiesti”, anche se non si tratta di consigli, ma di semplici pensierini.

La storia è questa. Veltroni è un uomo che, politicamente, avrà anche tanti demeriti, e non lesino dal riconoscerglieli tutti. Però, va detto, ha anche un grande merito: l’aver provato realmente a dare una veste nuova alla sinistra italiana, per via di quel Pd a “vocazione maggioritaria” da lui progettato che ha avuto come enorme e unico risultato quello di tenere fuori i comunisti dal parlamento italiano per la prima volta. Ah, dimenticavo: quella volta il Pd, che certo le aveva prese sonoramente da Berlusconi, stava intorno al 32% su scala nazionale, e cioè cifre per le quali alle prossime elezioni Bersani si giocherebbe anche la casa. Bene, oggi Veltroni dice che non si ricandiderà più. Sì, lo so, l’aveva già detto e poi abbiamo visto come è andata a finire. Non ricordo quella volta, ma questa volta il motivo per cui l’ha detto è semplice: Massimo D’Alema, ovvero il suo arcinemico di sempre, ha fatto intendere che col piffero che non si ricandiderà più, lui, anche se è in parlamento da una vita, per la semplice ragione che lui i voti li ha e chissenefrega (il testuale era sottilmente diverso, ma il significato drammaticamente identico).

Ed è qui che arrivo alle osservazioni sul Pd di oggi, tanto diverso da quello che fu di Veltroni. Un partito che è governativo, facendo parte della “strana maggioranza” che appoggia il governo Monti, ma che sta conducendo una campagna elettorale manco fosse il più arcigno tra i partiti all’opposizione, perché ha paura che un Vendola o un Di Pietro (e, certo, un Grillo) gli rubino voti. Un partito che ha, fortunatamente dal punto di vista moderato, mandato all’aria un’alleanza politica con i centristi perché la vecchia base comunista aveva mugugnato (e poi per il motivo dei voti portati via di cui sopra), ma che ha abbracciato Vendola (per lo stesso motivo di cui sopra, ancora) relegando a una sola riga e mezza morsicata nella carta degli intenti la sua attività governativa di oggi. Il Pd di oggi è un partito che ha ristabilito quell’alleanza che, con ogni probabilità, riporterà l’estrema sinistra nel parlamento italiano.
Soprattutto un partito che — e qui siamo all’assurdo — sembra schifare i voti che potrebbero arrivare dai simpatizzanti di Renzi, perché che il sindaco di Firenze vinca le primarie evidentemente non è possibile, non deve succedere e poveri noi. Allora si cerca di impedire che ciò possa avvenire complicando la vita, e obbligando l’eventuale simpatizzante di Renzi che mai ha votato a sinistra (ma che, attenzione, questa volta potrebbe pure farlo), a iscriversi ad un registro in cui dichiara la sua appartenenza a quello schieramento ancora prima che il suo eventuale candidato vinca alcunché. Ditemi voi se questo è l’atteggiamento di un partito come quello Democratico, o non più quello di un club di taglio e cucito nato un mese fa e che ora è deciso nell’azione di scendere in politica. E’ la prima volta, a memoria, che un partito non vuole prendere i voti di chi la volta precedente ha votato da un’altra parte. Roba che a raccontarla nelle scuole di formazione politica non si direbbe che è farina proveniente dal sacco di quadri formati alle Frattocchie.

Il fatto è che questi ci credono. Cioè, Bersani crede davvero di poter essere il prossimo Presidente del Consiglio italiano. E di poterlo fare in alleanza con Vendola, cioè con la Cgil. E, statene certi, tra un po’ arriverà anche Di Pietro, ovvero il peggior giustizialismo italiano. A me sembra tanto una riedizione dell’Unione prodiana, dove erano una decina a decidere l’agenda del governo, e sono stati i due peggiori anni della storia repubblicana italiana. Ma io, dico, io sono un esponente del “campo avverso”, per dirla con il ritirante Veltroni.

C’è qualcuno che voglia prestare 50 sterline a Stefano Boeri?

Oggi si parla molto di questa cosa di Stefano Boeri che si candida alle primarie nazionali del Partito Democratico. Per chi avesse la presunzione di vivere su un’altra galassia, Boeri è un architetto, ex direttore di Domus e di Abitare, nonché attuale assessore alla Cultura, all’Expo, al Design e alla Moda del Comune di Milano. Una posizione mica da ridere alla quale è arrivato dopo aver perso le primarie per il candidato sindaco per il centrosinistra, vinte poi da Giuliano Pisapia. In quelle primarie Boeri rappresentava il capolavoro del PD: era il suo uomo. Nonostante tutto, vinse un personaggio che si presentava come indipendente ma che, a conti fatti, era sostenuto da partiti alleati del PD e dal peso elettorale inferiore. Con tutte le polemiche del caso — qualcuno dice che anche da quell’occasione partì l’aria nuova; qui di aria nuova non se n’è mai vista molta, e anche fosse stata nuova ora risulta essere un po’ stantia. Ma è storia, seppur recente.

Dunque Stefano Boeri, dopo aver perso delle primarie non a carattere nazionale, decide di fare il “salto in alto”, e tentare quelle a leader del partito democratico. (Apro una parentesi: io mica ho capito se le primarie serviranno per decidere il leader del PD o un eventuale candidato a primo ministro di un blocco di centro sinistra; secondo me non l’hanno capito nemmeno loro, e infatti c’è chi le vorrebbe aprire anche ad altri fuori dal partito, e chi no. In ogni caso sono affari loro — figuriamoci, nemmeno è il mio partito di riferimento — e loro soli dovranno prima o poi sbrogliare la matassa. Noi intanto facciamo da pubblico divertito, giusto perché non abbiamo il coraggio di cazzeggiare sugli affari di casa nostra. Chiusa la parentesi). In Rete c’è chi dice che Boeri sarebbe l’uomo di Repubblica (intesa come corazzata di carta) e quindi se ne deduce — per la proprietà transitiva — anche l’uomo caldeggiato dall’Ing. Boh, di queste cose ci capisco poco. Repubblica c’ha sempre un uomo da spingere, sempre un’idea vincente, sempre la voglia di eterodirigere il più grande partito a sinistra dello schieramento, ma finora non è che anche lì si siano visti questi gran risultati. A me, più che altro, la candidatura di Boeri ha fatto venire in mente un altro precedente letterario: Nick Hornby.

E’ un po’ tirata per i capelli, ma ve la spiego lo stesso. Boeri che perde le primarie milanesi e decide di correre a quelle nazionali mi è sembrato tanto Rob Fleming, il protagonista del romanzo “Alta Fedeltà”. Il quale descrive l’approccio sessuale con la sua ex fidanzata Alison Ashworth in questi termini:

Noi andavamo al cinema, alle feste e in discoteca, e lottavamo. Lottavamo nella sua camera da letto, e nelle camere da letto delle case delle feste, e nei soggiorni delle case delle feste, e quando arrivò l’estate lottammo in diversi prati. Lottavamo sempre per la stessa vecchia questione. Certe volte mi veniva una tale noia a cercare di toccarle il seno, che provavo a toccarla in mezzo alle gambe; era come chiedere in prestito cinque sterline, sentirsi dire di no, e allora chiederne cinquanta.