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Caro Renzi, avrebbe potuto rinunciare a farsi un giro sulla giostra manettara.

Caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi,
la legge è uguale per tutti, ma dice anche che l’arresto prima di una sentenza può sussistere solo in caso di fuga, di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. Questioni che, francamente, non mi sembrano riguardare il caso Genovese. Detto questo, fa specie vantarsi di aver partecipato ancora una volta alla cosiddetta giostra giustizialista. Fa ancora più specie quando la corsa era offerta dai grillini, che avete accusato di volere uno scalpo elettorale solo per la paura di non poterlo agguantare poi voi, quello stesso scalpo.
Immagino che adesso siate pronti a passare all’incasso dall’elettore medio-manettaro, che da sempre vi segue, per le prossime elezioni europee. Illuso io che, pur non essendo un suo estimatore né della prima né della seconda ora (e se posso darle un consiglio spassionato, si guardi bene da questi ultimi: sono gli stessi che l’affossarono contro Bersani), mi ero convinto che finalmente si potesse avere in Italia una sinistra un po’ più moderna e quindi garantista, dopo che per anni siete andati a braccetto con i giustizialisti della peggior specie (vedi Di Pietro e i suoi epigoni, sia dentro che fuori dalla magistratura).
Tra l’altro, bel modo di dimostrare all’Europa l’intenzione di voler mettere mano all’emergenza delle carceri. Nemmeno dalla Lega mi sarei aspettato questi comportamenti — e quelli, anni fa, andarono in Parlamento con le manette e il cappio a fare i caciaroni come al solito. Figuriamoci, dunque, se mi aspettavo di leggere questo suo tweet. Mi congratulo almeno per non aver visto dai vostri banchi il gesto delle manette: siete riusciti ad indossare in extremis al foglia di fico.

Ruzzle nella campagna elettorale.

Ruzzle, la versione moderna dello Scarabeo, è il talk of the town degli ultimi due giorni. Complici i media che hanno parlato del suo exploit in modo massiccio, sembra essere entrato pesantemente anche nella campagna elettorale italiana.

Due sono gli spot che girano e che hanno questo social-game come protagonista assoluto: uno di Sel e l’altro del Partito Democratico. D’altronde, chi più della sinistra è sempre stato in grado di arruffianare i gusti dei più giovani? Nessuno, anche se fa nulla se i tempi sono cambiati e oggi c’è meno voglia di vedere anche un app telefonica strumentalizzata in chiave politica.

Comunque, due spot. Nel primo, quello del partito di Vendola, 30 dei 45 secondi di durata totale sono utilizzati per elencare i nomi dei leader politici genericamente “di destra”: da Berlusconi a Monti passando per Fini e anche per quel Casini che di Vendola sembra essere il nemico (politico) numero uno, dato che con il suo celebre doppiogiochismo sta cercando di ipotecarsi il suo bel ruolo di sponda politica del Pd al senato.

La logica che sottosta a questo spot è quanto di più incomprensibile possa esserci. Al di là dello strizzare l’occhio ad un giochino accativante, al suo interno ci sono tutti i motivi per cui la sinistra fa fatica a imporsi nella campagna elettorale: anziché parlare di essa, perde più della metà del tempo a disposizione a parlare degli altri, quelli che sarebbero i suoi avversari, avvitandosi in una logica di comunicazione suicida.

Nel secondo spot, il partito di Bersani la mette più sulle spicce: in un ipotetico confronto tra il leader del Pd e Berlusconi, il primo vince sul secondo con il termine “diritti”, a quanto pare determinante nelle differenze tra i due schieramenti.

Ruzzle_pd

Qui la pochezza dello spot si nota ancora di più: la sfida è ridotta a due e incentrata sulle parole chiave con le quali il Pd dovrebbe vincere le elezioni. L’impressione che ne deriva è quella di un rincorrere l’altro spot per non sfigurare. Cioè il peggio che possa capitare: si copia un’idea e, la maggior parte delle volte, la si copia anche male.

Un paio di pensierini non richiesti su Veltroni e il Pd.

La domenica non bisognerebbe fare annunci epocali. Nemmeno riedizioni di annunci epocali, come quello che ha fatto Walter Veltroni oggi: “non mi ricandiderò alla Camera”. Non ha specificato, questa volta, se andrà o meno in Africa, e sinceramente poco ci frega. Però pare essere la notizia del giorno, quella su cui domani molti giornali faranno le aperture — ecco perché, Walter, annunci del genere non vanno fatti la domenica: chi mai li legge i giornali il lunedì?, e tanto più che oggi nemmeno c’era il campionato. Vabbé.

L’annuncio è però di quelli ghiotti, e forse val la pena agganciarsi ad esso e azzardare due righe due sullo stato del Pd. Rubricare affettuosamente il tutto sotto la voce “consigli non richiesti”, anche se non si tratta di consigli, ma di semplici pensierini.

La storia è questa. Veltroni è un uomo che, politicamente, avrà anche tanti demeriti, e non lesino dal riconoscerglieli tutti. Però, va detto, ha anche un grande merito: l’aver provato realmente a dare una veste nuova alla sinistra italiana, per via di quel Pd a “vocazione maggioritaria” da lui progettato che ha avuto come enorme e unico risultato quello di tenere fuori i comunisti dal parlamento italiano per la prima volta. Ah, dimenticavo: quella volta il Pd, che certo le aveva prese sonoramente da Berlusconi, stava intorno al 32% su scala nazionale, e cioè cifre per le quali alle prossime elezioni Bersani si giocherebbe anche la casa. Bene, oggi Veltroni dice che non si ricandiderà più. Sì, lo so, l’aveva già detto e poi abbiamo visto come è andata a finire. Non ricordo quella volta, ma questa volta il motivo per cui l’ha detto è semplice: Massimo D’Alema, ovvero il suo arcinemico di sempre, ha fatto intendere che col piffero che non si ricandiderà più, lui, anche se è in parlamento da una vita, per la semplice ragione che lui i voti li ha e chissenefrega (il testuale era sottilmente diverso, ma il significato drammaticamente identico).

Ed è qui che arrivo alle osservazioni sul Pd di oggi, tanto diverso da quello che fu di Veltroni. Un partito che è governativo, facendo parte della “strana maggioranza” che appoggia il governo Monti, ma che sta conducendo una campagna elettorale manco fosse il più arcigno tra i partiti all’opposizione, perché ha paura che un Vendola o un Di Pietro (e, certo, un Grillo) gli rubino voti. Un partito che ha, fortunatamente dal punto di vista moderato, mandato all’aria un’alleanza politica con i centristi perché la vecchia base comunista aveva mugugnato (e poi per il motivo dei voti portati via di cui sopra), ma che ha abbracciato Vendola (per lo stesso motivo di cui sopra, ancora) relegando a una sola riga e mezza morsicata nella carta degli intenti la sua attività governativa di oggi. Il Pd di oggi è un partito che ha ristabilito quell’alleanza che, con ogni probabilità, riporterà l’estrema sinistra nel parlamento italiano.
Soprattutto un partito che — e qui siamo all’assurdo — sembra schifare i voti che potrebbero arrivare dai simpatizzanti di Renzi, perché che il sindaco di Firenze vinca le primarie evidentemente non è possibile, non deve succedere e poveri noi. Allora si cerca di impedire che ciò possa avvenire complicando la vita, e obbligando l’eventuale simpatizzante di Renzi che mai ha votato a sinistra (ma che, attenzione, questa volta potrebbe pure farlo), a iscriversi ad un registro in cui dichiara la sua appartenenza a quello schieramento ancora prima che il suo eventuale candidato vinca alcunché. Ditemi voi se questo è l’atteggiamento di un partito come quello Democratico, o non più quello di un club di taglio e cucito nato un mese fa e che ora è deciso nell’azione di scendere in politica. E’ la prima volta, a memoria, che un partito non vuole prendere i voti di chi la volta precedente ha votato da un’altra parte. Roba che a raccontarla nelle scuole di formazione politica non si direbbe che è farina proveniente dal sacco di quadri formati alle Frattocchie.

Il fatto è che questi ci credono. Cioè, Bersani crede davvero di poter essere il prossimo Presidente del Consiglio italiano. E di poterlo fare in alleanza con Vendola, cioè con la Cgil. E, statene certi, tra un po’ arriverà anche Di Pietro, ovvero il peggior giustizialismo italiano. A me sembra tanto una riedizione dell’Unione prodiana, dove erano una decina a decidere l’agenda del governo, e sono stati i due peggiori anni della storia repubblicana italiana. Ma io, dico, io sono un esponente del “campo avverso”, per dirla con il ritirante Veltroni.