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Segni della vecchiaia.

Se c’è un gruppo nella storia della musica pop che non ho mai sopportato, quel gruppo sono i Genesis. Si badi bene: ho scritto «pop» di proposito. I primi Genesis, quelli progressive e che pare impossibile ignorare pena l’essere tacciati di appartenere ad un mondo inferiore rispetto a quello popolato dai detentori unici della verità – quei Genesis nemmeno li considero. Strana nemesi, comunque: perché Peter Gabriel da solista ha prodotto grandi cose almeno fino a quando non si è inceppato nella ripetizione di un paradigma nei confronti del quale ha perso ogni ispirazione (e cioè fino ad una quindicina di anni fa, diciamo).

Non ho mai sopportato i Genesis, né Phil Collins da solista. Per quanto ci fosse una differenza, tra le altre cose: credo che da un certo punto in poi sia pressoché difficile distinguere non tanto la produzione del Collins solista da quella del gruppo che comandava, quanto i motivi che lo spingevano di volta in volta a proporsi in una veste anziché in quell’altra – al netto della presenza di Rutherford e Banks, certo.

Però a volte ci si accorge che ci sono segni della vecchiaia che avanza, qualcuno direbbe forse della saggezza; o, semplicemente, del dare il giusto peso alle cose e smetterla almeno per un attimo di rincorrere a tutti i costi il nuovo, lo strano, quella musica che senti più tua solo perché gli altri devono ancora scoprirla. L’elitismo, se vogliamo scomodare un termine. Se un segno di tutto questo esiste o se vogliamo comunque indicarne uno: quel segno sono io, in questo momento, seduto davanti al computer mentre sistemo dei documenti e ascolto in cuffia Invisible Touch (intendo tutto il disco, non solo l’omonimo singolo già sdoganato tra i miei guilty pleasures). Un disco godibilissimo, oh.

 

 

Un disco per il weekend.

Il disco del weekend, per quanto mi riguarda, è la compilation celebrativa dei 25 anni della Real World Records: Real World 25. Uscirà ufficialmente il prossimo lunedì, io che l’avevo pre-ordinata lo scorso giugno l’ho ricevuta ieri pomeriggio. Qui sotto il video-trailer che presenta l’operazione.

Suddiviso su tre dischi, il cofanetto ripercorre le tappe più significative di questa etichetta fondata da Peter Gabriel nel 1989, partendo dalla sua passione per le musiche del mondo e da quanto aveva capitalizzato con l’esperienza del Womad. Il primo disco contiene i classici, il secondo i brani da riscoprire e il terzo i preferiti dai fan dell’etichetta, interpellati prima dell’operazione attraverso il sito internet.

Si è discusso spesso di cosa rappresenti la Real World nell’economia musicale. In molti, e talvolta anche il sottoscritto, hanno criticato la visione troppo occidentale che dava della musica del mondo: una scelta estetica e, soprattutto, sonora, che faceva apparire la musica di territori lontana come se fosse filtrata per essere resa appetibile ad un pubblico occidentale. Come, insomma, se il pubblico occidentale fosse il centro del mondo di cui la Real World voleva fornire delle diapositive audio. Le critiche nulla tolgono al fatto che, nell’arco di 25 anni, il catalogo della Real World abbia avuto il merito di portare a conoscenza degli appassionati di musica dei suoni che altrimenti non sarebbero stati disponibili al grande pubblico. Del resto, se si parla di «World music» così come la conosciamo oggi, è anche merito di Peter Gabriel e della sua etichetta. L’input per la sua fondazione, nelle parole dello stesso Gabriel contenute nel video qui sopra, è descritta così:

Stavo ascoltando la radio a onde corte in un villaggio a circa 7 miglia da qui. Quando scese la notte improvvisamente si ricevevano tutte queste stazioni che di giorno non si sentivano. Era abbastanza misterioso e intrigante per me. E mi trovai così ad esplorare tutti questi tipi di suoni, rumori e musiche strane.

Se Real World 25 rappresenta un ottimo inizio per approcciare l’etichetta, un altro (eccellente) viatico è questa playlist, che documenta la Real World Recording Week del 1991: i fantastici studi situati nella campagna dello Wiltshire vennero aperti per una settimana ad 75 musicisti e produttori provenienti da oltre 20 nazioni diverse.

Dal mondo, del mondo, quelle cose lì.

World music. Oppure: visione tipicamente occidentale di cosa sia la world music. Del resto anche Toto Cutugno da Amoeba dischi è world music. Ancora: musica dal mondo (musica del mondo?) filtrata dalle orecchie di chi si considera il centro (al centro?) del mondo; in un certo senso adattata a questo fittizio centro del mondo, come si adattano i dialoghi delle serie tv al paese in cui vengono trasmesse.

Possiamo stare qui ore a discutere della world music così come negli anni ’80 la Real World di Peter Gabriel l’ha resa famosa. Ma è tempo sprecato, per capirlo basterebbe mettere su uno qualunque dei dischi del suo catalogo.

Io, nel frattempo, l’ho ordinato.

Solo perché mi si vedeva piangere.

PeterGabriel_Forum_Milan

A me non è piaciuto che la prima parte del concerto di Peter Gabriel ieri sera al Forum di Assago — la parte acustica o dell’antipasto come l’ha chiamata lui — fosse a luci accese.

Ma solo perché mi si vedeva piangere.

Noterelle sparse:

Per fare Come Talk To Me (e Shock The Monkey) in versione unplugged, con le luci del Forum accese, ci vuole del coraggio.

Su Family Snapshot, quando c’è stato il passaggio tra la fase acustica e quella elettrica, e le luci si sono così spente lasciando spazio al poderoso gioco allestito sul palco, ho finalmente rotto le dighe.

Solsbury Hill è la happiest song ever.

A intervalli regolari decreto che So non è il mio disco preferito di Peter Gabriel, salvo ricredermi quando lo riascolto dall’inizio alla fine come ieri sera.

Manu Katché è Dio, o su di lì.

Perché fare brani da Ovo? (Sebbene vengano bene, in salsa quasi industrial)

(correlata alla domanda precedente) Soprattutto perché non fare (a Milano, da altre parti l’hanno fatta) Games Without Frontiers, che poi va a finire che i ragazzini pensano se la siano inventata gli Arcade Fire?

Peter Gabriel fa le pentole (ma non i coperchi).

Credo che tutti conoscano il terzo lavoro da solista di Peter Gabriel. Genericamente intitolato Peter Gabriel come i due precedenti (e come il successivo), per distinguerlo viene di solito aggiunto un numero ordinario (che in questo caso lo trasforma in un pessimo “Peter Gabriel 3”), oppure viene usata la descrizione dell’immagine di copertina (sempre ad opera dello studio Hipgnosis), in questo caso “Melt” essendo raffirugato il volto di Gabriel che sembra sciogliersi.

L’album spicca per molte cose. Produzione compresa, perché è passato alla storia per essere stato uno dei primissimi dischi ad avere il gated reverb sui suoni della batteria, in particolare sul rullante, diventando così un termine di paragone — e di influenza — per tutti i rullanti di lì a venire nel corso degli anni Ottanta. Curiosità, tra l’altro, vuole che ancora nessuno abbia capito bene chi, a conti fatti, inventò quel tipo di suono. Se il produttore Steve Lillywhite, se Peter Gabriel che optò per la totale eliminazione dei piatti dallo spettro sonoro del disco (aggiungevano una marmellata fastidiosa di sottofondo, disse) o se il tecnico del suono Hugh Padgham. Aggiungerei — anche se di solito si tende a lasciarlo fuori dalla lista degli indiziati — anche Phil Collins, il quale suonò in effetti qualche traccia di batteria su Melt, e in particolare nella canzone di apertura Intruder, tra quelle a più alto tasso di ricerca timbrica contenute nel disco e ritenuta, non a torto, la canzone simbolo nell’uso del gated reverb.

Tra i brani contenuti in Melt, uno dei miei preferiti è sempre stato And Through The Wire. Brano solidamente rock, distante da molti dei suoni contenuti in questo lavoro (e nel successivo quarto disco solista) che resero celebre Gabriel.
Il brano è basato interamente su un riff di chitarra suonato da Paul Weller, nei paraggi durante le registrazioni. Come in tutto il resto dell’album, anche in And Through The Wire non c’è traccia di piatti. Tuttavia, tenendo il pezzo un andamento tipicamente rock per tutta la sua durata, qualcuno (anche qui molti indiziati ma nessun colpevole) ha pensato bene di aggiungere qualche percussione: i sonagli e, in particolare durante il ritornello, un campanaccio.

Almeno quando si tratta di musica si tende ad andare contro la vulgata comune e pensare che sia la perfezione a conferire bellezza. And Through The Wire, invece, è un brano imperfetto. Di un’imperfezione non voluta, né compositiva. Piuttosto di produzione — il che è stranissimo, almeno per un disco passato alla storia come uno degli album meglio prodotti di ogni tempo (e a ragione: certe sovrapposizioni, certi primi piani sonori hanno pochi eguali nella popular music).
L’imperfezione sta proprio nell’uso delle percussioni. Dopo la prima strofa (il brano possiede una struttura molto primi Beatles: ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello), nel momento in cui entra il ritornello stanno ancora suonando i sonagli, eredità della strofa. Il tutto per i primi 3-4 secondi, dopodiché entra bruscamente a scandire i quarti di battuta il cowbell (da 1:09 in poi):

Una finezza notarlo? Non direi. Piuttosto uno shock sonoro impossibile da non notare, almeno per un orecchio mediamente attento, ma cui col tempo ci si fa l’abitudine.

Oggi pomeriggio stavo riascoltando il disco — che sì, è uno dei miei preferiti — e come sempre ho notato la cosa, trovandola deliziosa. Che nessuno si sia accorto durante le registrazioni di questo sfasamento mi sembra impossibile. Così come trovo improbabile una volontà di creare questo scompenso. E’ certo un peccato veniale, nell’economia della canzone; e forse proprio il fatto di essere un pezzo rock, il più rock di tutto il disco, ha contribuito a chiudere un occhio (o un orecchio) e a lasciarlo nel mix definitivo. Non saprei.

E’ sicuramente una deliziosa imperfezione.