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Segni della vecchiaia.

Se c’è un gruppo nella storia della musica pop che non ho mai sopportato, quel gruppo sono i Genesis. Si badi bene: ho scritto «pop» di proposito. I primi Genesis, quelli progressive e che pare impossibile ignorare pena l’essere tacciati di appartenere ad un mondo inferiore rispetto a quello popolato dai detentori unici della verità – quei Genesis nemmeno li considero. Strana nemesi, comunque: perché Peter Gabriel da solista ha prodotto grandi cose almeno fino a quando non si è inceppato nella ripetizione di un paradigma nei confronti del quale ha perso ogni ispirazione (e cioè fino ad una quindicina di anni fa, diciamo).

Non ho mai sopportato i Genesis, né Phil Collins da solista. Per quanto ci fosse una differenza, tra le altre cose: credo che da un certo punto in poi sia pressoché difficile distinguere non tanto la produzione del Collins solista da quella del gruppo che comandava, quanto i motivi che lo spingevano di volta in volta a proporsi in una veste anziché in quell’altra – al netto della presenza di Rutherford e Banks, certo.

Però a volte ci si accorge che ci sono segni della vecchiaia che avanza, qualcuno direbbe forse della saggezza; o, semplicemente, del dare il giusto peso alle cose e smetterla almeno per un attimo di rincorrere a tutti i costi il nuovo, lo strano, quella musica che senti più tua solo perché gli altri devono ancora scoprirla. L’elitismo, se vogliamo scomodare un termine. Se un segno di tutto questo esiste o se vogliamo comunque indicarne uno: quel segno sono io, in questo momento, seduto davanti al computer mentre sistemo dei documenti e ascolto in cuffia Invisible Touch (intendo tutto il disco, non solo l’omonimo singolo già sdoganato tra i miei guilty pleasures). Un disco godibilissimo, oh.

 

 

She seems to have an invisible touch – uhm.

Invisible Touch dei Genesis è tra le canzoni più ascoltate nella mia playlist ‘Guilty pleasures’ su Spotify — rigorosamente in sessione privata, anche se per averlo ammesso pubblicamente ora dovrò toglierla da quell’elenco di piaceri privati. A pensarci bene, Invisible Touch è anche l’unica canzone dei Genesis che riesca a sopportare: essendo una canzone di quelle che i fan dei Genesis considerano tra le più colpevoli dello sputtanamento del gruppo, se ne deduce quale sia la mia opinione sul resto della loro produzione.

Phil Collins e Mike Rutherford, che dei Genesis furono il batterista (e poi, con l’abbandono di Peter Gabriel, anche il cantante) e il chitarrista, raccontano al Guardian come nacque il brano. Inizia Collins:

One day Mike Rutherford played a riff on the guitar, with an echo, and I suddenly sang: “She seems to have an invisible touch – yeah!” It came in to my head fully formed. I’m sure people have all kinds of ideas about how we wrote these songs they love or loathe, but really our writing process was close to jazz. We improvised. We weren’t afraid to make lousy noises. We knew each other well: if I started singing crap, no one would say, “What the hell are you doing?” Still, there was a good percentage of crap. I wrote the lyrics about a person – and I’ve known a few – who gets under your skin. You know they’re going to mess you up, but you can’t resist. We didn’t know the song would be a hit. It was just a case of thinking: “Well, I like this, lots of other people might.” I can hear something of Prince and Sheila E in the drum machine – I was a fan of both.

Rutherford commenta il videoclip che ne fu tratto:

We never took our music videos too seriously. I think the public saw us as a bit serious, so we liked to surprise them. Phil would come up with some kind of comic character. The shoot for Invisible Touch was in a huge old grain store by the Thames. In one frame, you can see us rolling around in what looks like a big silver cotton reel.