Alfred Brendel, Abbecedario di un pianista (Adelphi, 2014)

I libri scritti dai musicisti non andrebbero mai letti. Non sto parlando delle biografie delle star più o meno famose (che, spesso, non riescono a buttare giù mezza riga se non aiutati da qualche giornalista più o meno celebre). Sto parlando dei libri scritti dai musicisti cosiddetti seri. Di solito annoiano a morte il lettore. Lo stendono e lo portano in giro per pagine delle quali alla meglio capirà poco o nulla. Alla peggio, ci si addormenterà sopra.

Questa la regola generale.

Poi c’è il caso particolare, quello che conferma la regola ma poi ci regala una sana boccata d’aria. Il caso particolare è rappresentato da Alfred Brendel, pianista austriaco conosciuto negli ultimi anni anche per la sua attività di scrittore e poeta. Ieri ho finito di leggere il suo ultimo libretto, Abbecedario di un pianista, stampato in Italia dai tipi di Adelphi per la collana Piccola biblioteca. Acuto e divertente, Brendel guida il lettore attraverso una serie di pensierini — direi aforismi: ci siamo vicini ma non è del tutto corretto — dedicati per lo più al pianoforte, ai suoi interpreti, alle forme della musica che lo coinvolgono.

Brendel non parla agli addetti ai lavori. Sa che questi lo seguono per la sua attività di pianista. Quella di scrittore gli serve a corollario: per spiegare il suo pensiero sui problemi dell’interpretazione; per dire la sua su tecniche, forme e compositori. Ma anche, e soprattutto, per avvicinare il lettore al suo mondo in modo del tutto disincantato.

Non è uno di quei musicisti finto visionari, Brendel. Non ti parla della sua attività come di una missione, o del suo strumento come del prolungamento del suo corpo. Banalità del genere le possiamo leggere altrove, soprattutto tra gli interpreti di casa nostra. Qui, al massimo, facciamo i conti con un realismo disarmante e, per questo, ancora più apprezzato:

Esistono pianisti che non amano il pianoforte? Un domatore ama forse i suoi leoni? O il direttore di un circo delle pulci ama le sue pulci? Io amo il pianoforte come idea platonica, e quegli strumenti che a essa si avvicinano.

Il tono del libro, anche nelle parti in cui si entra maggiormente nelle tecnicalità e che possano risultare di primo acchitto più ardue per chi non ha frequentazioni con il mondo del pianoforte, è tutto di questo tipo. Un divertissement nello stile e nelle intenzioni. Ma anche pieno di considerazioni su quale sia il giusto livello di interpretazione di una composizione. Rifiutando in toto l’idea di una musica fisica della musica, intesa come esistente perché realizzata sotto forma di onde sonore:

alcuni interpreti ritengono che la musica viva solo quando la si suona. No, vive già ampiamente nella pagina scritta, ma dorme. L’interprete deve risvegliarla oppure, detto in modo più affettuoso, destarla con un bacio.

Il libricino è snello e intelligente. La lettura è più che consigliata.