McNostlagia.

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Pierluigi Battista racconta sul Corriere della Sera di quando entrare in un McDonald’s era come fare un salto verso il futuro e la modernità, abituati come eravamo alla nostra pizza e ai nostri spaghetti.

Sono entrato per la prima volta in un McDonald’s a New York, e lì dentro era come trovare i grattacieli, il ponte, Times Square. Una cosa lontanissima dall’Italia e dagli spaghetti e dalla pizza. Era il primo posto gastronomicamente globale visto nel mondo. La pizza, negli Stati Uniti, non c’era perché non arrivava la mozzarella: nemmeno a Little Italy la potevi trovare. I tedeschi mangiavano gli spaghetti, scotti e sconditi, come contorno. In Italia non esistevano ancora i ristoranti etnici. Bisognava andare a Londra o a Parigi per conoscerli. Da noi, al massimo qualche cinese (che comunque era molto diverso dai cinesi di Chinatown a New York). Mangiare quelle polpette chiamate hamburger dentro quel pane, confezionato in quel modo, ordinato in quella maniera ti faceva sentire un secolo avanti. Un tempo si diceva addirittura che mai due Paesi in cui comparisse il simbolo McDonald’s: purtroppo non è più così.
Quando si decise di aprire a Piazza di Spagna a Roma il primo ristorante McDonald’s d’Italia, i tradizionalisti romani, di destra e di sinistra, fautori del nazional-popolare, odiatori dell’Amerika, trattarono gli invasori come se fossero gli antenati degli hooligans olandesi che hanno devastato la città e la Barcaccia del Bernini. Fecero pure un esorcismo a base di maccheroni per scacciare la spazzatura globalizzata che si stava impossessando della Città eterna. Tanto che quelli del McDonald’s dovettero ricorrere alla bravura degli architetti perché dessero un toco di classe e di italianità a locali che nel resto del mondo erano rigorosamente standardizzati.

Oggi, invece, quando gli adulti entrano in un ristorante della catena per accompagnare i bambini, quasi si sentono in colpa. Perché nel frattempo — scrive Battista — Il McDonald’s è diventato «cosa vecchia, superata dai tempi, un po’ come il fumo delle sigarette, che un tempo faceva figo e adesso è appannaggio dei ‘portoricani’ e degli strati di retroguardia della società».

Conoscendo il fastidio di Battista per tutto ciò che è politicamente corretto, capisco la sua nostalgia. Persi come siamo a rincorrere inutilmente il cibo a chilometro zero e a subire quello che ha tutta l’aria di essere fascio-salutismo, ci dimentichiamo del piacere provato ogni volta che addentavamo uno di quei panini, tutti così uguali e perciò così diversi da ciò che è di moda oggi.

Rifiutare le onoreficenze.

Pierluigi Battista sul Corriere della Sera [02.01.2014, p. 25], a proposito del rifiuto dell’economista Thomas Piketty (autore de Il capitale del XXI Secolo) dell’onorificenza della Legion d’Onore che la Francia avrebbe voluto conferirgli, in protesta contro la politica economica di Francois Hollande (un socialista):

Non importa che la Legion d’Onore non sia esattamente emanazione dei lupi di Wall Street. E non importa che sia il simbolo di una tradizione statalista di grandeur francese che con il liberismo non ha nulla da spartire. Resta la qualità di un gesto di protesta contro il regno del vil denaro che ha già suscitato l’entusiasmo dell’onorevole Fassina, convinto di interpretare nel vistoso beau geste di Piketty il segno di una rinnovata battaglia contro la disumana dittatura «liberista». E poi, certo, si potrebbe addirittura sostenere che Piketty non sia quello che si definisce una vittima del sistema economico, e che anzi il capitalismo gli abbia portato, con la montagna di diritti d’autore meritatamente accumulati, un notevole vantaggio in termini liberisticamente economici.