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Riflessioni su occupazioni e tavoli di lavoro.

Quello che è successo in questi giorni a Milano, con la storia dell’occupazione di Torre Galfa e l’insediamento di Macao, si presta a innumerevoli riflessioni. Parto dal concetto, sacrosanto per chi scrive ma evidentemente non per molti là fuori, che da un’azione illegale (quale un’occupazione, indubbiamente, è) non viene (quasi) mai fuori qualcosa di intelligente. Non nella fattispecie, in ogni caso. E il casino di queste ore lo sta confermando.

La prima riflessione che voglio fare è questa: dicono che l’occupazione dello stabile sia servita a chi l’ha compiuta per prendere uno spazio più volte reclamato nel quale fare arte e creare tavoli di lavoro (apro una parentesi: questa cosa dei tavoli di lavoro, un giorno sarà bene chiarirla una volta per tutte, ché non si può usare la formula per indicare sempre un qualcosa di estremamente fumoso). Sul fare arte tornerò in seguito. Sul tavolo di lavoro dico di fare attenzione, perché con questo metro di giudizio si fa passare l’idea che ogni qualvolta si debba istituire un tavolo di lavoro, è corretto occupare lo stabile nel quale tenerlo. Idea sostenuta da tutti i volti noti che si sono affrettati a fare una bella photo opportunity in mezzo ai “lavoratori dell’arte”, e che ora — applicando lo stesso ragionamento — dovrebbero però spalancare le porte delle loro abitazioni per tenere questi benedetti tavoli, vista la foga con cui si sono spesi in loro difesa. Che poi, si fanno le occupazioni senza nemmeno averli fatti prima i tavoli di lavoro per riempire di progetti il frutto dell’occupazione? Qui manca proprio l’abc del piccolo occupante.

La seconda riflessione è più ampia, e coinvolge il mondo dell’arte (o presunto mondo). Può essere benissimo che lo scrivente non abbia alcun titolo per discutere dell’argomento. Ma. A me sembra che ci sono artisti che non sanno di esserlo, che devono essere indirizzati, guidati, se serve anche spronati per far sgorgare la loro arte. Facciamo finta che io non sia così liberale e liberista e diciamo: per queste persone le istituzioni possono far qualcosa, almeno fino a quando non riescono a camminare da sole. Al contrario, ci sono persone che non sono artisti ma credono ugualmente di esserlo, e pensano che chiunque (persino il proprietario di un palazzo, benché sfitto) debba concedere loro uno spazio (gratuito) per esprimersi, anche quando non hanno nulla da dire. In caso contrario lo occupano, scagliandosi contro la società ignorante che non dà il giusto peso alle iniziative artistiche e alla bellezza che in tempi di crisi è l’unica cosa che ci salverà. Certo, la bellezza ci salverà. Ma la bellezza dev’essere valutata, dev’essere stimata, deve avere un suo valore intrinseco. Detto altrimenti: non tutta la bellezza ci salverà, ma solo quella realmente bella. Chi sono gli artisti di Macao? Quale è il loro valore? Perché il mondo dell’arte non è riuscito a trovare un posto per loro? Non sono domande retoriche. Può essere che il posto non se lo meritino; o che se lo meritino, ma ciò non giustifica di certo l’occupazione di uno stabile.

Terza riflessione. Per quale motivo l’amministrazione milanese si dovrebbe prendere carico di un gruppo di persone che occupa uno stabile, e garantire loro spazi e, immaginiamo, sovvenzioni? Perché sono i più bravi o perché sono i più organizzati, i meglio imparentati, quelli che hanno votato la medesima amministrazione, quelli che riescono ad attirare il maggior numero di giornalisti, di telecamere, di cantanti, di attori, di premi Nobel? Perché delle due l’una: se sono i più bravi, perché non hanno già uno spazio? Al contrario, perché l’amministrazione dovrebbe regalarglielo sotto forma di dazio elettorale da pagare? In rete — soprattutto, visto che Macao ha avuto come massima cassa di risonanza proprio la rete — se ne leggono di tutti i colori: dalla difesa più tenace all’accusa più meschina nei confronti di questi ragazzi. Voglio stare nel mezzo, e citare un (a mio modo di vedere) equilibratissimo articolo apparso sul sito della rivista Studio, di sicuro una pubblicazione che non può essere accusata di faziosità alcuna, tanto meno di pregiudizio politico-sociale nei confronti del mondo dal quale gli attivisti di Macao provengono. In questo articolo, Cesare Alemanni racconta di essersi recato a Torre Galfa speranzoso di trovare una ventata di freschezza, ma non è andato tutto come si immaginava:

Sono andato così, inerme e senza scudi, e ci hanno lanciato dietro le parole “dispositivo biopolitico”. C’era un’ “assemblea cittadina” e ci hanno lanciato addosso espressioni come “la repressione poliziesca”. Mi aspettavo di sentire “comitato scientifico” e invece mi sono giunte alle orecchie cose come “assemblea senza un fronte”. Mi aspettavo di sentire parlare di progetti, idee e curatori, ma ho ascoltato solo distinguo tra un non meglio precisato “noi” e  un ben definito “loro”, i cattivi senza volto là fuori. Più che l’alveo di un neonato fiume di cultura contemporanea, una risacca del peggio che si può ricavare mandando di traverso l’opera di Michel Foucault. Non lo nego, ci sono rimasto male. Specie perché sono quindici anni che assisto in varie forme e contesti a questo genere di sproloqui senza un punto e speravo sinceramente che, per una volta, Macao fosse qualcosa di diverso da un’Okkupazione con il placet “semi-ufficiale” del Comune.

Sul placet “semi ufficiale” del Comune ci arriviamo subito. Sul resto, beh, credo che sia l’impressione che si è fatta la stragrande maggioranza delle persone interessate alla questione. Al di là della protesta è stata l’arte a mancare, e questa non può essere un work in progress di un’occupazione con finalità — appunto — artistiche. Prima creo il progetto, poi semmai penso al da farsi.

Quarta riflessione. Il Comune di Milano non ne è uscito molto bene. Anzi, per nulla. L’errore adesso lo pagherà Pisapia, anche se è un errore che avrebbe dovuto mettere in conto da tempo. Non da quando ha detto che non è il Comune a dover intervenire sulla cosa ma altre istituzioni dello Stato. Bensì quando non ha fugato il dubbio circa il fatto che una volta sindaco avrebbe concesso tutti gli spazi che gli venivano richiesti, anche senza un progetto a monte; o, peggio ancora, quando ha lasciato intendere (o è stato frainteso senza aver troppo smentito) che una amministrazione arancione, bella, simpatica, onesta e tutti quegli aggettivi con i quali ha stravinto una campagna elettorale, avrebbe in qualche modo chiuso un occhio su azioni — per così dire — un po’ spavalde. Cosa che nessun amministratore, compreso Pisapia, può permettersi di fare.

Lo dico sinceramente: anche a me sta a cuore la creazione di uno spazio artistico il più possibile libero e vivace. Lo dico anche senza scomodare il vecchio cliché di una Milano culturalmente arretrata e indietro anni luce rispetto alle sue sorelle europee. Mi piacerebbe andare in un posto così, visitarlo, studiarne il fermento. Ma credo che tutti questi begli obbiettivi non siano in alcun modo perseguibili con un’occupazione. Nemmeno di questi tempi, dove sembra che a non occupy qualcosa parti già col piede sbagliato. E no, è proprio partire col piede giusto. Staremo a vedere come andrà a finire. Mi auguro che qualunque tipo di germoglio artistico ci fosse nell’iniziativa possa trovare lo spazio che si merita. Ma non si può di certo giustificare un’occupazione del genere. Anzi, non si dovrebbe giustificare mai un’occupazione, nemmeno con la motivazione estrema (un po’ figlia del “minore dei mali”) sentita da più parti, e cioè che Ligresti un po’ se lo è meritato per aver lasciato una bruttura del genere mezza pericolante in centro città — ma stiamo scherzando?

Edito: mentre scrivevo questo post è uscita la notizia che l’Amministrazione ha offerto gli spazi ex Ansaldo in via Tortona. La sostanza del post non cambia, almeno fino alla sua conclusione. Spiace, si è scelto di pagare il dazio elettorale. I ragazzi di Macao hanno ottenuto quello che volevano, e politicamente e fisicamente. In zona Tortona, per giunta. Che nessuno si lamenti che come zona artistica è ormai parecchio inflazionata e troppo da fighetti. Forse, non si lamenteranno proprio per questo.