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Blurred lines” vs “Got to get it up”. Roundup

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Robin Thicke e Pharrell Williams hanno perso la causa contro gli eredi di Marvin Gaye, i quali li avevano accusati di aver plagiato nella loro canzone “Blurred lines” il celebre brano di Gaye “Got to give it up”. L’accusa aveva chiesto al cantante e al produttore, in quanto compositori del brano, 40 milioni di dollari di risarcimento. Il tribunale di Los Angeles ha condannato Thicke e Williams al pagamento di 7.3 milioni, ritenendo la violazione non intenzionale. Il terzo compositore del brano, il rapper T.I., inizialmente citato in causa, non è stato ritenuto colpevole di alcuna violazione di copyright.

Nel 2013, quando la canzone era una delle più suonate di quell’anno, il fondo che cura gli affari degli eredi di Marvin Gaye, il Gaye Estate, aveva minacciato di fare causa a Thicke, Williams e T.I.. Il motivo era la violazione di copyright: troppi i riferimenti che “Blurred lines” faceva a “Got to give it up”. Fu in quel momento che i compositori citarono preventivamente a giudizio il fondo, nella speranza (rivelatasi ora invana) di trovare un giudice che li proteggesse a loro volta da un’eventuale causa.

Nessuno ha mai negato una similarità di atmosfera tra le due canzoni. Che però, secondo l’avvocato di Thicke e Williams Howard King, non configurerebbe un plagio: «L’intento di “Blurred lines” era quello di evocare un’epoca musicale» e non era dunque possibile che gli eredi di Marvin Gaye «reclamassero la proprietà di un intero genere, anziché di una specifica canzone».
Un punto di vista nei confronti del quale i legali dei Gaye si sono sempre opposti, come spiega il New York Times: «Durante il processo gli avvocati dei compositori hanno sempre detto che la questione riguardava il groove o un’epoca musicale. Ma non era quello il punto. Il punto è sempre stato la violazione del copyright di “Got to give it up”».

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Questione di percentuali.

I giudici (d’appello, nel processo sul presunto plagio in Gomorra, ndr) hanno poi ritenuto che due passaggi del mio libro avrebbero come fonte due articoli dei quotidiani di Libra. Neanche due pagine su un totale di 331. Ricorrerò in Cassazione. Anche se si tratta dello 0,6% del mio libro

Queste le dichiarazioni di Roberto Saviano, raccolte dal Corriere del Mezzogiorno, riguardo il presunto plagio contenuto in Gomorra. I giudici hanno riconosciuto che due pagine su 331, cioè lo 0,6% dell’intero libro, sono state plagiate senza citare nemmeno le fonti. Una percentuale davvero ridicola: a sfogliare un qualunque testo accademico o tesi di laurea, ad esempio, il rischio è quello di incorrere in percentuali copiaincollate plagiate decisamente maggiore. Sacrosanta l’intenzione di Roberto Saviano di ricorrere in Cassazione. Per una volta, diciamo così, siamo dalla sua parte.

Ora però ci sarebbe anche un’altra dichiarazione da raccogliere, fatta da chi è appena uscito a pezzi da una sentenza della Cassazione — quando diciamo “uscito a pezzi” non intendiamo che ci sarà un editore che pagherà una multa ai plagiati; no, intendiamo proprio che c’è la conferma di una condanna, con arresti domicialiari o servizi sociali, decadenza da senatore e interdizione a vita dai pubblici uffici:

sono riusciti a condannarmi a quattro anni di carcere, soprattutto all’interdizione dai pubblici uffici per una presunta ma inesistente evasione dello zero virgola rispetto ai dieci miliardi di euro, quasi ventimila miliardi di vecchie lire, versati allo Stato dal ’94 ad oggi dal gruppo che ho fondato

Uno zero virgola, questo, che però non martirizza chi lo pronuncia.