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Le pagelle di Vittorio Feltri

Si può dire che io abbia iniziato a leggere con Vittorio Feltri. In casa mia infatti, da sempre e fino ad un paio di anni fa, si è letto Il Giornale. Il Giornale di Montanelli e poi Il Giornale di Feltri. Il quotidiano milanese ha avuto anche altri direttori: alcuni erano dei pesi massimi come Mario Cervi, altri dei pesi talmente piuma che è inutile qui citarli. Però è innegabile che, nei quarant’anni della sua storia, ci siano stati solo due Giornali che potevano essere indicati col nome di chi in quel momento li dirigeva: Montanelli e Feltri, appunto.

Quando al timone c’era Montanelli, io ero troppo piccolo per interessarmi alla lettura dei quotidiani ogni dì. Cosa che iniziai a fare con la seconda parte della prima direzione di Feltri. Poi, quando i giornali ho iniziato a comprarli da me e a non accontentarmi più di quello che passava la casa, finii dalle parti di Libero (insieme al Foglio e alla Stampa, per lo più). Dopodiché mi bevvi anche la seconda, breve, direzione di Feltri del quotidiano della famiglia Berlusconi e poi lasciai via via perdere. Ero cambiato io, certo; ma avevo l’impressione fosse cambiato anche Feltri. Forse era solo invecchiato, o forse era solo una di quelle fasi in cui perde d’interesse e si annoia, come le ha raccontate un paio di anni fa ne Il Vittorioso. Sta di fatto che, col tempo, ho smesso quasi del tutto l’abitudine di leggere i suoi fondi, eccezion fatta per quando lo trovavo ripreso da qualche parte (Dagospia, soprattutto), oppure qualcuno me lo segnalava per l’importanza dell’argomento trattato.

Con questa disillusione nei confronti di chi mi aveva insegnato a leggere, mi sono avvicinato alla lettura di Buoni e Cattivi: le pagelle con il voto ai personaggi conosciuti in 50 anni di giornalismo (Marsilio, scritto col fido Stefano Lorenzetto). Dovendomi ricredere fin da subito e consigliandone la lettura a tutti: a chi adora(va) Feltri, ma anche a chi non l’ha mai sopportato. Leggendo le notarelle che dedica a ciascuno dei nomi presenti in questo libro dal peso nemmeno troppo trascurabile (544 pagg.), non solo si assiste ad una piccola storia (politica, ma anche di giornali e giornalisti, di sportivi, di cronache, di costume) dell’Italia degli ultimi cinquant’anni; ma anche al racconto lucido, coinvolgente e spassionato di un giornalista di cui si può dire di tutto tranne che abbia peli sulla lingua quando è il momento di esprimere giudizi. Tant’è che, spesso, si rimane basiti nel leggere i voti dati a questo o a quel personaggio: laddove non stupisce la lode ad Oriana Fallaci, si sgranano invece gli occhi nel leggere che Travaglio è il primo dei cinque giornalisti più bravi d’Italia, o che Romano Prodi tutto sommato come economista e prima di fare il leader del centrosinistra non era nemmeno malaccio. I retroscena del suo rapporto con Silvio Berlusconi — a occhio e croce la voce più lunga — sono puro spasso, così come è difficile del resto non concordare con il giudizio che gli affibia.

Un’unica critica, anzi due. La prima, che potrebbe essere anche il punto forte del libro: come tutti i testi scritti dai giornalisti indugia un po’ troppo nell’autocelebrazione e nel parlare di un mondo, quello dell’editoria italiana, quasi come se il libro fosse rivolto a lettori facenti parte di esso. Tutto un raccontare aneddoti di altri giornalisti, di altri direttori, di come funzionavano i giornali quando li dirigeva tizio e di come sono cambiati quando li ha presi in mano Caio. E poi: quando dirigevo questo, quando dirigevo quello, quando il famoso industriale in un ristorante di Bergamo mi ha offerto la direzione di quell’altro. Ma, devo ammettere, da appassionato e curioso di quel mondo, è stato tutto miele per le mie orecchie.

La seconda, da affezionato (purtroppo solo ex post: ho già detto quali giornali si leggevano in casa mia) dell’Indipendente, mi aspettavo una voce alla lettera ‘Z’: Andrea Zanussi. Se mai Feltri leggerà queste mie righe, probabilmente gli scapperà uno di quei suoi sorrisini maliziosi e sarcastici.

Il mondo buono dal Vangelo secondo Massimo (Gramellini).

Massimo Gramellini rappresenta il porto sicuro dove le anime belle trovano approdo. Il che non è un problema, se non in misura del fatto che, a questo porto, le anime belle attraccano con un certo ritardo.

Non si spiegherebbe altrimenti lo stupore manifestato stamattina nel suo Buongiorno quotidiano sulla prima pagina de La Stampa. Raccontando il retroscena (!) visto dal dietro le quinte di Che tempo che fa, a proposito del pubblico in sollucchero per le dichiarazioni anti sindacati di Matteo Renzi, Gramellini scrive:

e non si trattava di una feroce setta di capitalisti o del fan club di Brunetta, ma di persone normali che avevano appena chiesto l’autografo a Sorrentino e un’ora dopo si sarebbero messe in coda col telefonino per farsi immortalare accanto alla Littizzetto.

Dal che se ne deducono due cose, entrambe ridicole. La prima, che i facenti parte di «una setta di capitalisti» o, peggio ancora per le maniere del mondo buono delle favole di Gramellini, del «fan club di Brunetta», non hanno diritto di manifestare alcunché, nemmeno quando avrebbero sacrosanta ragione di farlo. Sono personaggi brutti e cattivi, si infilano probabilmente le dita nel naso e ruttano a tavola, perciò hanno torto a prescindere. La seconda, speculare alla prima, è che questa volta chi applaude il premier fa parte del mondo giusto e normale — descrizione di mondo giusto e normale secondo Massimo Gramellini: va al cinema a vedere Sorrentino e, per di più, si sforza anche di ridere alle battute di Luciana Littizzetto. Si scatta persino un selfie, con la Littizzetto.

A me fa piacere che persino Massimo Gramellini, dalla sua scrivania di marzapane, sia riuscito a capire che alcune delle cose predicate — per il momento solo a parole, da queste parti ci si entusiasma per poco — da Matteo Renzi sono sacrosante. Ciò che dispiace è che chi vice-dirige un quotidiano nazionale (alternando la professione a quella di romanziere e di autore televisivo) non abbia gli occhiali giusti per vedere che l’anciem regime degli apparati burocratici italiani fa schifo sempre, anche quando a dirlo sono Brunetta o i turbo-capitalisi.

Per quanto mi riguarda, pure se lo avesse detto Fausto Bertinotti (speranza vana, sulla quale mai vissi).

Comunicazione di servizio.

Come tutti sanno, ieri la Corte Costituzionale ha dichiarato che il Porcellum è incostituzionale, rispondendo ad una denuncia avanzata dal cittadino Avvocato Aldo Bozzi.

Questa è la notizia. Poi c’è tutto il resto.

Tra questo resto c’è, ad esempio, il fatto che oggi dai banchi più demagogici della politica italiana era tutto un sentir dire che siamo incostituzionali. Siamo chi, non è dato a sapersi: siamo noi italiani? Immagino, piuttosto: siamo governati da un governo incostituzionale. D’altronde il sillogismo più semplice, cioè l’unico che sia riuscito a produrre Beppe Grillo, era esattamente questo: siccome la legge elettorale attualmente in vigore è stata dichiarata incostituzionale, allora ne viene che il governo uscito dalle urne nel 2013 è incostituzionale, così come quello prima e quello prima ancora indietro fino al 2006, anno di entrata in vigore del Porcellum.

(Nessun accenno al fatto che, tra tutti questi governi presunti incostituzionali, ce ne siano due che nemmeno sono usciti dalle urne: la cosa metterebbe a dura prova la logica del sillogismo, dunque i fautori di tal ragionamento l’hanno elegantemente lasciata perdere).

C’è pero che no, non siamo incostituzionali. Né noi né il governo. L’espressione — che pure è stata usata da moltissimi giornali e opinionisti: si veda il titolo della prima pagina del Foglio di oggi “Da 7 anni siamo incostituzionali” — è solo metafora del disfacimento che stiamo vivendo. Per il resto, state tranquilli: visto che la Corte Costituzionale l’ascoltate sempre come la Bibbia, dovreste quanto meno mandare a memoria le sue sentenze come il Padre Nostro. In quella di ieri (di cui non sono ancora state depositate le motivazioni, per altro), si diceva che il Porcellum è una legge elettorale incostituzionale. Non perché l’abbia scritta un noto amante della Costituzione come Roberto Calderoli, ma perché la mancanza di preferenze e la soglia di sbarramento esagerata grazie alla quale si ottengono seggi in gran quantità a fronte di risultati percentuali intorno al 27%, rendono impossibile per l’elettore svolgere il suo diritto di voto libero e democratico.

Tutto questo, però, non inficia minimanente sugli ultimi governi democraticamente eletti perché in molte delle note pubblicate a corredo della sentenza lo spirito principale è che il Porcellum fa schifo, ma la volontà del popolo che si è espresso nelle urne lo scorso febbraio (o prima) va rispettata. Fino al paradosso che, se si votasse oggi stesso, lo si farebbe ancora con il Porcellum (con conseguenze, questo sì, nefaste dal momento in cui verranno pubblicate le motivazioni e «fatti salvi gli effetti di legge per il passato»).

Ciò nulla toglie all’esito fondamentale della sentenza: la legge elettorale va cambiata e il Parlamento deve farlo in fretta, altrimenti interverremo noi. Concetto questo che ha reso sollievo a molti parlamentari, compresi quelli che solitamente non mancano mai di fare le pulci (mi astengo dal dire se più o meno giustamente) alle sentenze, e che oggi gridavano alla «sentenza storica e importantissima».

Per cui: il Porcellum fa più o meno schifo a tutti. Ma anche le dichiarazioni fatte per dare aria alla bocca. Un po’ di Bonomelli (non fosse sufficiente, anche del bromuro) e vi passa tutto.

Bacini.

PS – Nelle analisi da web, prototipo preso particolarmente in considerazione (e di mira) in questo post, non si parla mai di cose serie. Per questo oggi sulle bacheche di Facebook, tra un condividere i rutti dell’uno o dell’altro dissidente e/o demagogo di turno, si è tralasciato di sottolineare l’unico elemento preoccupante della sentenza di ieri: c’è il serio rischio che la repubblica maggioritaria e bipolarista torni ad essere invece balneare e proporzionale. O forse là fuori, ovvero lì dentro (al Parlamento), c’è qualcuno in grado di porre un serio e credibile argine a questo rischio?