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Il grande fratello di cui non ci preoccupiamo.

bigbrother

Tra gli italiani c’è uno strano ‘doppiopesismo’ quando si tratta di privacy. Ogni volta che qualcuno prova a limitarla con azioni che prendono di mira le nuove tecnologie, c’è una rivolta. Quello che più o meno è successo anche in queste ore, con l’annuncio del passo indietro del governo che ha tolto le modifiche proposte nel codice di procedura penale contenute nel decreto sull’antiterrorismo, in seguito ad una rivolta via web degli utenti non molto felici di trovarsi, un giorno, un programma-spia nel proprio computer.
Sempre rimanendo nel tema delle nuove tecnologie, spesso ci preoccupa l’enorme quantità di dati sensibili che i colossi dell’informatica e della rete hanno a disposizione sul nostro conto. Google conosce ciò che ricerchiamo, Facebook i nostri gusti, Amazon i nostri acquisti. E così via.

C’è però un aspetto delle nostre vite che non ci preoccupa, o che sembra preoccuparci infinitamente meno rispetto agli esempi esposti poco sopra. E riguarda il fatto che lo Stato, ormai, conosce tutto di noi. È una contraddizione che ha messo bene in evidenza l’economista e studioso liberale (ma lui preferirebbe «libertario») Alberto Mingardi, con un editoriale su La Stampa. Spiega Mingardi che ormai «il segreto bancario è morto e sepolto, dentro e fuori i confini delle nazioni, [ma] nessuno ha recitato una prece». Oggi lo Stato sa tutto di di noi e controlla ogni nostro movimento: non solo quanto guadagniamo e quanto spendiamo, ma come questo si rapporta al nostro stile di vita, quali investimenti facciamo, se abbiamo debiti e di quali entità. E non vale, secondo Mingardi, la massima che vuole che «gli onesti non hanno nulla da temere», perché in realtà questo spionaggio statale porta ad una «straordinaria concentrazione di potere che si produce, in capo ad organizzazioni che possono essere informate, in tempo reale, di ogni e qualsiasi transazione economica». Una concentrazione di potere che non solo dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il concetto di libertà e privacy, ma che secondo l’economista è del tutto simile a quella che si tira in ballo (e che tanto desta preoccupazione) quando ci sono di mezzo i colossi del web come Google o Amazon.

Ma perché, allora, nessuno si lamenta più di tanto, nessuno «recita una prece» o grida sdegnato? Scrive Mingardi:

Abbiamo la percezione che siano problemi dei ricchi, che a noialtri dovrebbero interessare poco o punto. Perché abbia senso essere sleali col fisco, bisogna che ci sia un patrimonio da occultare. C’è da dire che ‘ricchi’ sono sempre gli altri. Nella Russia di Stalin, per essere kulako, contadino proprietario e dunque nemico di classe, era sufficiente possedere due mucche.
Oggi, è un’idea molto diffusa che la burocrazia fiscale si stia attrezzando per prendere all’amo i pesci grossi, trascurando di passare ai raggi X quelli piccoli. Parrebbe un ragionamento di buon senso: val la pena concentrare risorse, per andare a prendersi il bottino più sostanzioso. E tuttavia, non è sempre così: si pensi a quanto avvenuto a quell’operaio pisano che si è trovato alla porta l’Agenzia delle Entrate, perché era andato due volte in crociera nel corso dello stesso anno. Troppe vacanze, per il reddito di quella famiglia: o così almeno, è apparso a dei funzionari, senz’altro ben intenzionati.
È facile sorridere di un eccesso di zelo, ma ciò che conta sono i meccanismi che lo hanno reso possibile. La tracciabilità ‘assoluta’ rappresenta un cambiamento epocale. Chiamiamola pure «trasparenza», ma implica un potere di sorvegliare le nostre vite che i più tremendi regimi del Novecento neanche si sognavano.

Il paradosso delle cinquanta sfumature.

Quando in Italia uscì la trilogia Cinquanta sfumature era il periodo in cui gli ebook reader iniziavano a prendere piede in maniera consistente. Tra le tante voci in strenua difesa del libro tradizionale, se ne levò una completamente a favore di quello elettronico: garantisce l’anonimato. E tutti giù a far battute sul fatto che, finalmente, si sarebbero potute leggere le sfumature senza che il tizio di fronte in metropolitana giudicasse noi e i nostri (eventuali) gusti sessuali.
A distanza di qualche anno, e complice l’uscita del film tratto da quei romanzi, si ritorna a parlare di questa strana forma di anonimato, per cui il libro elettronico è preferibile a quello di carta. Lo fa un articolo di Slate, che però ha come obiettivo quello di celebrare il «paradosso delle Cinquanta sfumature»: finalmente chiunque è libero di leggere il libro che vuole — sia esso un racconto soft-porno, un romanzo di Dickens o persino il Mein Kampf di Adolf Hitler — senza essere giudicato da nessuno. Attenzione, però, perché scrive Neil Richards che l’insidia sta da un’altra parte: forse non è il nostro vicino di posto sul treno a conoscere il testo che stiamo leggendo, ed eventualmente giudicarci; di sicuro è chi quel testo ce lo ha venduto, seppur in digitale:

la facilità con cui si acquista un libro digitale nasconde il paradosso della privacy dell’e-reader — chi te lo vende conosce esattamente chi sei e quale ebook leggi, quando, quanto e quanto spesso. Amazon sa più sulle tue abitudini di lettura sul Kindle del commesso della libreria, più del tuo bibliotecario e più di chiunque abbia mai conosciuto il nostro modo di leggere. Considerate un’ipotetica lettrice di Cinquanta sfumature di grigio che si portava appresso il suo Kindle nella metropolitana di Londra. Gli altri passeggeri avranno potuto non avere alcuna idea di cosa stesse leggendo, ma Amazon sì. Il modo in cui il Kindle è progettato permette ad Amazon di sapere non solo costa stava leggendo, ma anche se aveva finito il libro, a che pagina era arrivata, il tempo di lettura di ogni singola pagina, e quali passaggi aveva sottolineato per magari riprenderli in altri momenti, più privati. Certo, l’acquisto dei libri di carta è più laborioso, ma una volta che li abbiamo tra le mani hanno la privacy inclusa nelle loro pagine.

Quello di Richards non è un atto di accusa nei confronti dei libri digitali, e vorremmo vedere. Anche perché finora, scrive, «non esiste indicazione alcuna del fatto che Amazon abbia fatto qualcosa di particolarmente preoccupante con questi dati, o che le informazioni dei lettori siano state divulgate». Semmai, tutti questi dati sono stati utilizzati per garantire al lettore un servizio migliore e per indirizzarlo ad acquistare nuovamente: tutti elementi che rientrano in normali strategie di marketing.
Piuttosto, Richards punta il dito contro una carenza legislativa americana. Tipicamente, le direttive americane a differenza di quelle europee non sono omnicomprensive, ma settoriali. Per quanto riguarda il prestito di libri, spiega Richards che «i bibliotecari americani hanno sviluppato un’etica professionale di confidenzialità e si sono spesi affinché queste regole professionali diventassero legge per proteggere i dati delle librerie in tutti gli stati». Mentre per il noleggio di altri media esiste addirittura una legge, la Video Privacy Protection Act, approvata nel 1988, presidente Ronald Regan, dopo che erano stati diffusi i dati sui noleggi video del giudice della corte suprema Robert Bork. Questa legge non prende però in considerazione il noleggio di ebook perché, come spiega Richards:

continua a proteggere non solo le videocassette, ma anche la vendita di DVD e persino la coda di esecuzione di Netflix. Per una curiosa omissione, i libri e gli ebook non sono però protetti da nessuna legge federale sulla privacy. Qualche stato protegge le vendite di libri come parte delle sue norme sulla confidenzialità di librerie e biblioteche: il Colorando protegge i dati delle librerie nel primo emendamento della sua costituzione, e il Reader Privacy Act della California considera i dati su libri ed e-book come riservati. Ma le leggi sono basate sulla privacy intrinseca della carta, non sui nuovi sistemi di sorveglianza degli e-reader e delle smart tv.

Dunque non esiste un problema di privacy, nemmeno se i grandi operatori del settore conoscono tutti i nostri dati. Esiste, semmai, un problema di mancanza di leggi adeguate.