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Due o tre righe sulla chiusura di Pubblico.

A me che piacciono i giornali viene la tristezza ogni volta che ne chiude uno. Questo per dire che le prossime righe non servono per infierire sulla chiusura di Pubblico, che domani andrà in edicola per l’ultima volta. Servono però come conferma di un’impressione che avevo già da tempo e che solo in parte avevo scritto.

A me l’operazione di Pubblico è sempre sembrata il trampolino di lancio di una personalità, parlo del direttore Luca Telese, dall’ego un po’ troppo ingigantito (eufemismo). Telese era un ottimo giornalista ai tempi del Giornale, quando Maurizio Belpietro (allora direttore) davanti alla sua titubanza nell’andare a lavorare nel giornale di Berlusconi gli disse “chi meglio di uno di sinistra può raccontare la crisi della sinistra?”. Prima di diventare la star mediatica che si crede di essere grazie alla televisione, ha scritto anche almeno un libro a mio avviso notevole (Cuori Neri, Sperling & Kupfer), che gli è valsa l’accusa di intesa col nemico dai soliti democratici, e poi ha diretto — sempre per il medesimo editore — una collana interessante, “Radici nel presente”, che ha avuto il coraggio di pubblicare anche un notevolissimo libro-inchiesta sul caso Tortora (Applausi e Sputi di Vittorio Pezzuto).

Poi è andato al Fatto, tronfio tronfio, e ha trovato sulla sua strada Marco Travaglio. Un altro personaggio dall’ego masturbatorio esagerato (altro eufemismo). Che però ha dalla sua una fetta di pubblico notevole, che lo segue in ogni sua cosa: per questo, grazie a Berlusconi, è riuscito a creare un intero genere letterario che mischia l’ironia, i brogliacci delle procure, l’analisi politica qualunquista e un tanto al chilo e che liscia il pelo al lettore contento di farselo lisciare. Ma magari ne parliamo un’altra volta, ché qui si stava dicendo di Telese.

Telese, al Fatto, non è resistito moltissimo proprio per i contrasti con le altre primissime donne che affollano quella strana gazzetta delle procure. E se n’è andato sbattendo la porta: la vostra deriva grillina non mi piace e proverò a sbarrarvi la strada con un nuovo progetto editoriale. Inutile dire che quelli del Fatto, nel campo dei progetti editoriali, hanno asfaltato il povero Telese. Che è giunto all’epilogo di oggi: Pubblico chiude dopo 3 mesi di attività. Un fallimento del genere — un fallimento editoriale, di quello sto parlando — non lo ricordo dai tempi dell’Indipendente di Ricardo Franco Levi.

Ma qual era il problema di Pubblico, dunque? A mio avviso stava nel fatto che era stato messo giù troppo “in fretta”. E sfogliandolo la cosa si notava ampiamente. Articoli così e così, analisi così e così, rubrichisti così e così. Prezzo sfacciatamente alto (solo Il Sole 24 Ore e Il Foglio costano così tanto, ma stiamo parlando di due nicchie, e Telese non è riuscito a crearne comunque una terza disposta a pagare). Il campo da occupare, poi, era già bello affollato: a fare il giornale manettaro-dipietrista e grillino stanno, come detto, Padellaro e Travaglio con il Fatto. A fare quelli di sinistra governativa, seppur in due modi differenti, ci sono l’Unità e Repubblica. Per il comunismo duro e puro è rimasto solo il manifesto, e si sa benissimo in che condizioni. Che target di pubblico aveva in mente Telese? Nessuno, secondo me; contava di più vedere il suo nome stampato di fianco a “direttore”. A meno che “dalla parte dei primi e degli ultimi” contenga, al suo interno, un qualche significato nascosto ai più; anche girando le parole, beati gli ultimi perché saranno i primi, una coesistenza dei due estremi sullo stesso piano è dura da vedersi. Appellarsi a Briatore, che non manca la photo-opportunity circondato da copie di Pubblico (ma c’aveva già pensato anni fa Berlusconi a comprare molte copie del manifesto, quella volta in edicola a 50 euro l’una), sapeva di disperato appello finale più che di dimostrazione dell’eterogeneità (sociale, anche) dei lettori.

Rimane anche l’impressione di un’impresa economica tirata in piedi alla “bell’e meglio”. Possibile che dopo soli 3 mesi debbano chiudere baracca e burattini? Un’impresa del genere deve prevedere necessariamente un periodo di rodaggio maggiore, in termini di tempo, durante il quale cercare di mettere a frutto gli investimenti iniziali. E deve prevedere un piano b, come minimo. Peccato che, si lamenta l’assemblea dei redattori in un articolo che parla di “giornalicidio”, gli investimenti iniziali fossero pochini e i piani b non pervenuti.

Però le analisi di editoria seria le lascio pure a quelli che lo fanno di mestiere. Queste sono solo le mie impressioni. Confermate dal comunicato di oggi pomeriggio:

Quello del 31 dicembre sarà l’ultimo numero. Dal primo gennaio Pubblico, in edicola dal 18 settembre, sospende le pubblicazioni. Intanto vi invitiamo in redazione a brindare con noi a questa “incredibile impresa”.

Capito? Un giornale affonda e quello chiama tutti a brindare all’ “incredibile impresa”.

35 anni dopo siamo ancora fermi a: non sapevano suonare.

I got no emotions for anybody else
You better understand I’m in love with my self
My beautiful self
Sex Pistols, “No Feelings”,  1977

Sul primo numero di Pubblico, il nuovo quotidiano diretto da Luca Telese, c’è un articolo a firma Luca Bussoletti (“cantautore un po’ grafomane”, dalla bio su Twitter) che fa un’analisi del fenomeno Sex Pistols. Non si capisce il motivo dell’analisi, il perché, la notizia correlata. Ma, si sa, i numeri uno vengono dopo i numeri zero, c’è un tempo per gli articoli di prova e un tempo per quelli da pubblicare — con nel mezzo un tempo in cui, evidentmente, qualcuno dimentica i primi in pagina.

Il pezzo è carino, al netto della mancanza di freschezza della notizia. Non aggiunge nulla che un buon passato sulle biografie edite dalle edizioni Blues Brothers non porti già in dote, ma tant’è. Nella dote, ad esempio, c’è quella di considerare il fenomeno punk, sia dal punto di vista musicale che da quello sociologico, solo con i Sex Pistols (primo errore). E di considerare la musica dei Sex Pistols come “non musica”, o “musica svuotata” (secondo errore). Allora via con i luoghi comuni sulla scarsezza dei musicisti punk, anche se non si capisce bene a che tipo di scarsezza ci si riferisca: se è tecnica, ci sono pile e pile di dischi a ribaltare il luogo comune; se è artistico/concettuale, ci sono pile e pile di dischi, di opere, di situazioni, di libri utili a far cambiare opinione. Certo, fa comodo scrivere che qualcuno ha rivoluzionato la musica senza saper suonare: s’imbastisce un pezzo anche con 35 anni di ritardo. Oppure — ma questo nell’articolo non c’è, del resto nemmeno sui libretti delle edizioni Blues Brothers stava scritto — che sulle fanzine punk autoprodotte venivano spiegati i 3 accordi fondamentali per incitare i ragazzi a scendere nelle strade e formare una band, e che questo abbia prodotto una miriade di fondamentali gruppi che han cambiato il corso della musica. Tutti miti, che sono sì veri ma anche sovradimensionati per continuare ad alimentare le storie che, a distanza di quasi 40 anni, ancora finiscono in pagina.

Nessuno mette in dubbio la nascita di mille giovani gruppi, e il fatto che col punk fu offerta loro la possibilità di andare sul palco tenendo a malapena in mano uno strumento. Chiediamoci, però, se i brocchi esistevano (ed esistono tuttora) solo nel punk. Altro fu il punk, soprattutto letto attraverso la lente della sottocultura: un taglio che forse avrebbe aggiunto un po’ di carne al pezzo pubblicato su Pubblico. Insomma, se rivoluzione c’è stata (e c’è stata), chiedo una moratoria sulla storia che fu una rivoluzione compiuta solo da scarsoni; il concetto, tra l’altro, non è nemmeno spendibile in supporto a molte delle (pseudo) rivoluzioni/rivolte odierne (ma anche, rimanendo in Italia, a quelle passate: in Inghilterra avevano il Punk, noi il Festival di Re Nudo al Parco Lambro. Là i Pistols fecero sì che per la prima volta la classifica dei singoli più venduti non avesse il numero 1, perché era considerato osceno il loro nome e non lo si poteva divulgare; qui, i compagni della rivoluzione se la presero con il camioncino dei polli arrosto — due stili completamente differenti).

A Luca Bussoletti, sicuramente animato da buone intenzioni, dico solo di rileggersi l’articolo. E poi di andare a riprendersi non dico i concetti dei Crass; e non dico nemmeno “London Calling” o “Sandinista!” dei Clash. No, semplicemente dico di ascoltarsi ancora “Nevermind the Bollocks” proprio dei Sex Pistols. Ci faccia sapere poi se trova quel disco, e chi lo ha suonato, così scarso. Ci dica se il riffing di Steve Jones non è quanto meno sopra la media dei chitarristi che, come lui, avevano copiato tutto dagli eroi degli anni precedenti (oltre che le mossette da Johnny Thunders). Ci dica se la sezione ritmica non è, almeno, compatta. E se la produzione non lo rende, ancora oggi, uno dei dischi rock che suonano meglio per potenza e muro di suono. Poi, magari, scriva anche che la storiella del non saper suonare era messa in giro ad arte e interpretata all’occorrenza. Arte, già, una parola che nella scena punk saltava fuori spesso, per via della provenienza di molti dei suoi esponenti proprio dalle scuole d’arte inglesi, notoriamente frequentate da disadattati e/o squattrinati. Se proprio proprio ancora non si è convinto, provi ad approfondire le influenze musicali di Johnny ‘Rotten’ Lydon, declamate spessissimo in interviste radiofoniche post-Pistols e pre-Pil: ci troverà il reagge, il dub, i minimalisti e persino i Van Der Graaf Generator (così sfatiamo anche il mito: punk vs progressive). A dimostrazione di una sensibilità artistico/musicale non proprio scarsa e messa in secondo piano per motivi di — diciamo — finzione.

Ne esce che l’unica parte del pezzo di Bussoletti che si salva è quella in cui Malcolm McLaren è citato come padre di tutta l’operazione: questo, forse, avrebbe potuto essere il fulcro dell’articolo.