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Ma sono davvero gli interpreti a rimetterci con lo streaming?

Un lungo e ben fatto articolo di Douglas Wolk pubblicato su Slate dà modo di fare un po’ di chiarezza circa le problematiche che, sempre più, stanno emergendo nei rapporti tra l’industria musicale e i servizi di streaming audio quali Spotify o Pandora. Sempre più spesso, infatti, in queste ultime settimane abbiamo assistito a prese di posizione piuttosto forti da parte di artisti famosi nei confronti di questi servizi — l’ultima, in ordine di tempo e di clamore, è stata quella di Thom Yorke con l’annuncio di aver tolto tutto il catalogo dei suoi Atoms For Peace da Spotify.

Wolk fa chiarezza perché mette in evidenza alcuni aspetti che solitamente non vengono presi in considerazione, fornendo attraverso link una serie di fonti e di studi di notevole importanza. Il punto di vista legislativo da cui l’analisi viene condotta è quello anglosassone, per cui siamo in un campo completamente differente rispetto al nostro. Loro hanno il copyright, noi facciamo ancora riferimento al diritto d’autore in un contesto legislativo che deriva dal diritto romano. Le cose, da noi, funzionano in modo sensibilmente diverso rispetto agli Stati Uniti. Wolk, ad esempio, nel suo articolo dice che “le radio non devono pagare i detentori dei diritti [copyrights holders] della musica che passano”, mentre da noi funziona in modo completamente diverso e, sempre per rimanere nel campo delle radio, queste devono pagare sia la parte dei diritti d’autore (Siae) che le collecting di chi detiene i diritti fonomeccanici (Scf, per dire della più famosa).
Tuttavia moltissimi punti toccati all’interno dell’articolo valgono anche da noi, poiché fanno riferimento all’andamento dell’industria musicale che è pressoché identico — e pressoché in calo, con qualche tiepido entusiasmo quando s’impennano le vendite di vinile — ovunque.

Innanzitutto Douglas Wolk fa una distinzione netta nelle lamentele degli artisti: da una parte i compositori (non importa se poi anche esecutori delle musiche che hanno composto) e dall’altra i performers. E dovrebbero essere i primi i più preoccupati, perché i servizi di streaming stanno rosicando quote di mercato a quelli di diffusione tradizionale (radio, televisioni) che pagavano royalties ai compositori decisamente maggiori. Per fare un esempio, viene sottolineato come Pandora paghi ai compositori solo il 4% dei suoi ricavi annui, con la prospettiva di diminuire ulteriormente la dimensione di questa fetta nel futuro.

Cosa completamente diversa per gli interpreti, i più preoccupati. Tre i punti fondamentali sui quali l’analisi dei costi e dei benefici, per loro, dovrebbe basarsi:

1. Non bisogna confondere l’industria musicale con l’industria della musica registrata. Sono due cose diverse, e i dischi (l’industria della musica registrata) dice Wolk “sono il mezzo con cui gli ascoltatori spendono più tempo nell’esperienza musicale ma non sono quello su cui spendono più soldi”. I grandi ricavi gli artisti li fanno dai concerti, dal merchandising, da tutti gli altri eventi “collaterali” rispetto alla vendita dei dischi. E’ così ora, in quella che viene definita l’era post-Napster ma secondo Wolk le cose prima di Napster non erano molto differenti.

2. Lo streaming è una cosa differente dalle radio. La radio è una diffusione uno a molti, lo streaming è uno a uno. Non c’è paragone. Per questo, e per la stessa diffusione dei servizi streaming che raggiunge un numero di utenti inferiori a quella del circuito AM/FM, è normale che vengano pagate meno royalties. Le cose adesso stanno così, in un futuro si vedrà.

3. Non sono gli artisti a recepire direttamente i soldi da Spotify o da Pandora, ma sono le case discografiche. Che ricevono all’incirca mezzo centesimo di dollaro per canzone suonata. Wolk ha fatto un rapido calcolo: se l’ultimo album di Jay-Z “Magna Charta… Holy Grail” ha avuto un totale di tracce suonate su Spotify di 14 milioni, la casa discografica ha incassato 70 mila dollari. La casa discografica, non Jay-Z. Quanto incassa l’artista dipende da quali sono gli accordi tra lui e la casa discografica. Ma per il resto è impensabile, in questo momento, stabilire un modello di pagamento diretto tra Spotify e l’artista. Aggiungo io: ci sono artisti, su Spotify, che non hanno alcuna casa discografica alle spalle. La parte del padrone, in questo caso, si presume la faccia il distributore digitale. Nessuno, infatti, è in grado di caricare in modo autonomo la sua musica sui servizi di streaming.

Perché allora secondo Wolk dovrebbero essere gli autori i più preoccupati? E’ molto semplice, nonché intuitivo. Se la fruizione di musica dovesse passare sempre di più da un modello come quello attuale, basato su radio e tv, che li paga bene, ad uno streaming-oriented che li paga meno, essi incasseranno meno. E non vivendo di quelle che possiamo definire con un simpatico eufemismo “glorie accessorie” (fama, concerti, visibilità), che gli interpreti solitamente ricavano dalla difussione di un loro brano, rischiano di vedere i loro introiti diminuire notevolmente. Dunque, la battaglia di Thom Yorke condotta un po’ presuntuosamente in “nome dei diritti degli altri artisti”, forse era una battaglia un tantino sbagliata [“it doesn’t entirely hold water”, nell’articolo di Wolk]. Prova è, ad esempio, il fatto che la discografia completa dei Radiohead continua ad essere tranquillamente disponibile su Spotify, dal momento che né Yorke né alcun altro membro dei Radiohead hanno controllo su di essa (ad eccezione dell’album In Rainbows, su cui i Radiohead continuano ad avere il controllo totale delle registrazioni essendo stato realizzato e distribuito in modo completamente autonomo e indipendente da qualunque accordo commerciale secondo la formula del pay what you want).