Archivio tag: punk

Jah Wobble, bassista.

jah_wobbleJah Wobble è uno dei miei bassisti preferiti, forse perché non è un bassista convenzionale. Probabilmente nemmeno un bassista tout court. Recentemente è ritornato sulle scene con uno dei due gruppi che gli hanno dato, nel corso della sua trentacinquennale carriera, più soddisfazioni anche a livello commerciale, gli Invaders of the heart — l’altro, come chiunque sulla faccia della terra dovrebbe sapere, erano i PiL.

In piena epoca punk, Jah Wobble era considerato uno dei «quattro John»: gli altri tre erano John Grey (l’unico di cui si siano perse le tracce), John Lydon (alias — ma solo nel perimetro dei Sex Pistols — Johnny Rotten), e John Simon Ritchie (poi Beverley), conosciuto da tutti come Sid Vicious.

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Al prossimo che me lo chiede risponderò che il mio gruppo preferito sono i Clash.

Girava un test l’altro giorno, credo su Buzzfeed ma sono pigro e non ho voglia di andare a cercare, per calcolare quanto una persona sia snob in musica. L’ho fatto e il risultato è stato un punteggio di 41 su 100: pensavo bastasse a scongiurare il rischio, l’accusa dalla quale sono sommerso pressoché quotidianamente da famigliari, fidanzata, amici, colleghi ecc, di essere considerato a tutti gli effetti uno snob musicale con tanto di certificato rilasciato da un test acchiappa-click. Ma ecco invece che quelli del test non si sono risparmiati dal dirmi che, nonostante un punteggio al di sotto della metà, ero comunque snob, per giunta uno di quelli che gli altri «considerano un esperto» di musica.

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Due appunti su Italian Records – the singles ad un anno dall’uscita.

Al tempo dei servizi di streaming online gli album che val la pena possedere in edizione fisica — intendo val la pena per l’acquistatore medio, i compulsivi come me pensano che valga la pena possedere all’incirca ogni cosa che finisce sugli scaffali, è una malattia lo so — in quest’epoca di diavolerie tecnologiche figlie del proclama secondo cui l’utente non è che non voglia pagare, ma vuole solo trovare un modo comodo per far arrivare i soldi a chi di dovuto, gli album meritevoli di essere acquistati durano un anno. Poi li trovi su Spotify.

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Rip Rig + Panic

In questi giorni mi è capitato di riascoltare tutta la discografia dei Rip Rig + Panic. Loro erano uno dei gruppi più intelligenti fuoriusciti da quella nube molto fumosa (e indefinita) che prende il nome di post-punk. Molto intelligenti perché erano un gruppo che osava sperimentare, fare cose fuori dal comune. E nube fumosa, e indefinita, riferito al post-punk perché i punti di vista sono fondamentali; e il mio punto di vista dice che, forse, all’epoca erano loro i veri gruppi punk e tutti gli altri si limitavano a fare dell’agiografia di ciò che il punk era stato. Insomma, i Rip Rig + Panic mischiavano le carte, e all’abrasione del punk aggiungevano quella del free jazz (erano molto, e non solo per via di Neneh, collegati a Don Cherry e il loro nome viene dall’omonimo album di Ronald Kirk), il caos organizzato dell’improvvisazione, le rotondità/profondità della musica dub e i ritmi spezzati del funk. La loro storia nasce quando finisce quella di un altro gruppo tra i più intelligenti dell’epoca: il Pop Group, dal quale provenivano il chitarrista Gareth Sager e il batterista Bruce Smith. Ed è una storia che s’intreccia con quella di moltissimi altri gruppi dell’epoca, generalmente catalogati sotto l’enorme ombrellone della musica popular, ma che possedevano però molteplici sfumature, influenze e avanguardismi (le Slits, il già citato Pop Group, i New Age Steppers e il mondo di Adrian Sherwood e degli African Head Charge).

Mi è capitato di riascoltare la loro discografia perché è stata recentemente ristampata dai tipi della Cherry Red, una delle etichette che più pesca nel passato per riproporre piccoli gioielli dimenticati. Non è stato difficile, d’altronde, riascoltare tutti i loro lavori: la loro produzione risale al periodo 1981-1983 e comprende tre album: God (1981), I Am Cold (1982) e Attitude (1983).

E, come spesso mi capita quando mi ritrovo ad ascoltare gruppi che non (ri)ascoltavo da tempo, sono andato a rileggere qualche indicazione che andasse oltre i primi tre risultati di Google. Questo è quanto ne scrive Simon Reynolds nel suo seminale tomo Post Punk, 1978-1984 (invero ne scrive poco):

Il Pop Group si disintegrò in molteplici gruppi. Glaxo Babies, Maximum Joy e Pigbag si concentrarono su versioni del funk leggermente differenziate. I Pigbag, capitanati da Simon Underwood e ancora associati all’etichetta Y di Dick O’Dell, diventarono un vero «pop group», indovinando una clamorosa hit con ‘Papa’s got a brand new pigbag’. Bruce Smith e Gareth Sager, i più fervidi free-jazzer del Pop Group, formarono Rip Rig & Panic, prendendo il nome da un vecchio album di Ronald Kirk. Per vivacizzare le interviste sfoderavano un gergo beatnik tutto ‘cat’, ‘dig’ e ‘out there’, mentre la musica piroettava e saltellava in una capricciosa sarabanda. I Rip Rig & Panic erano in definitiva il Pop Group meno gli innesti reggae e la politica. «Sì, era solo musica» dice Smith. «Non avevamo neppure un cantante. Sager e il nostro pianista Mark Springer gorgheggiavano nel microfono ogni tanto, ma finché non arrivò Neneh eravamo senza una vera voce.» In uno dei primi sevizi giornalistici sul gruppo, Sager svillaneggiava indirettamente l’ex collega Mark Stewart: «E’ ora di farla finita con i piagnoni. A me piacciono i tipi che… che si lamentano ma allo stesso tempo dicono ‘yeah’.»

http://www.youtube.com/watch?v=YIeytJpzJ2s

35 anni dopo siamo ancora fermi a: non sapevano suonare.

I got no emotions for anybody else
You better understand I’m in love with my self
My beautiful self
Sex Pistols, “No Feelings”,  1977

Sul primo numero di Pubblico, il nuovo quotidiano diretto da Luca Telese, c’è un articolo a firma Luca Bussoletti (“cantautore un po’ grafomane”, dalla bio su Twitter) che fa un’analisi del fenomeno Sex Pistols. Non si capisce il motivo dell’analisi, il perché, la notizia correlata. Ma, si sa, i numeri uno vengono dopo i numeri zero, c’è un tempo per gli articoli di prova e un tempo per quelli da pubblicare — con nel mezzo un tempo in cui, evidentmente, qualcuno dimentica i primi in pagina.

Il pezzo è carino, al netto della mancanza di freschezza della notizia. Non aggiunge nulla che un buon passato sulle biografie edite dalle edizioni Blues Brothers non porti già in dote, ma tant’è. Nella dote, ad esempio, c’è quella di considerare il fenomeno punk, sia dal punto di vista musicale che da quello sociologico, solo con i Sex Pistols (primo errore). E di considerare la musica dei Sex Pistols come “non musica”, o “musica svuotata” (secondo errore). Allora via con i luoghi comuni sulla scarsezza dei musicisti punk, anche se non si capisce bene a che tipo di scarsezza ci si riferisca: se è tecnica, ci sono pile e pile di dischi a ribaltare il luogo comune; se è artistico/concettuale, ci sono pile e pile di dischi, di opere, di situazioni, di libri utili a far cambiare opinione. Certo, fa comodo scrivere che qualcuno ha rivoluzionato la musica senza saper suonare: s’imbastisce un pezzo anche con 35 anni di ritardo. Oppure — ma questo nell’articolo non c’è, del resto nemmeno sui libretti delle edizioni Blues Brothers stava scritto — che sulle fanzine punk autoprodotte venivano spiegati i 3 accordi fondamentali per incitare i ragazzi a scendere nelle strade e formare una band, e che questo abbia prodotto una miriade di fondamentali gruppi che han cambiato il corso della musica. Tutti miti, che sono sì veri ma anche sovradimensionati per continuare ad alimentare le storie che, a distanza di quasi 40 anni, ancora finiscono in pagina.

Nessuno mette in dubbio la nascita di mille giovani gruppi, e il fatto che col punk fu offerta loro la possibilità di andare sul palco tenendo a malapena in mano uno strumento. Chiediamoci, però, se i brocchi esistevano (ed esistono tuttora) solo nel punk. Altro fu il punk, soprattutto letto attraverso la lente della sottocultura: un taglio che forse avrebbe aggiunto un po’ di carne al pezzo pubblicato su Pubblico. Insomma, se rivoluzione c’è stata (e c’è stata), chiedo una moratoria sulla storia che fu una rivoluzione compiuta solo da scarsoni; il concetto, tra l’altro, non è nemmeno spendibile in supporto a molte delle (pseudo) rivoluzioni/rivolte odierne (ma anche, rimanendo in Italia, a quelle passate: in Inghilterra avevano il Punk, noi il Festival di Re Nudo al Parco Lambro. Là i Pistols fecero sì che per la prima volta la classifica dei singoli più venduti non avesse il numero 1, perché era considerato osceno il loro nome e non lo si poteva divulgare; qui, i compagni della rivoluzione se la presero con il camioncino dei polli arrosto — due stili completamente differenti).

A Luca Bussoletti, sicuramente animato da buone intenzioni, dico solo di rileggersi l’articolo. E poi di andare a riprendersi non dico i concetti dei Crass; e non dico nemmeno “London Calling” o “Sandinista!” dei Clash. No, semplicemente dico di ascoltarsi ancora “Nevermind the Bollocks” proprio dei Sex Pistols. Ci faccia sapere poi se trova quel disco, e chi lo ha suonato, così scarso. Ci dica se il riffing di Steve Jones non è quanto meno sopra la media dei chitarristi che, come lui, avevano copiato tutto dagli eroi degli anni precedenti (oltre che le mossette da Johnny Thunders). Ci dica se la sezione ritmica non è, almeno, compatta. E se la produzione non lo rende, ancora oggi, uno dei dischi rock che suonano meglio per potenza e muro di suono. Poi, magari, scriva anche che la storiella del non saper suonare era messa in giro ad arte e interpretata all’occorrenza. Arte, già, una parola che nella scena punk saltava fuori spesso, per via della provenienza di molti dei suoi esponenti proprio dalle scuole d’arte inglesi, notoriamente frequentate da disadattati e/o squattrinati. Se proprio proprio ancora non si è convinto, provi ad approfondire le influenze musicali di Johnny ‘Rotten’ Lydon, declamate spessissimo in interviste radiofoniche post-Pistols e pre-Pil: ci troverà il reagge, il dub, i minimalisti e persino i Van Der Graaf Generator (così sfatiamo anche il mito: punk vs progressive). A dimostrazione di una sensibilità artistico/musicale non proprio scarsa e messa in secondo piano per motivi di — diciamo — finzione.

Ne esce che l’unica parte del pezzo di Bussoletti che si salva è quella in cui Malcolm McLaren è citato come padre di tutta l’operazione: questo, forse, avrebbe potuto essere il fulcro dell’articolo.