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The radio saved my life tonight.


Da un sondaggio condotto lo scorso novembre da Morgan Stanley (e riportato da Quartz) su un campione di 2.016 cittadini americani, emerge che la radio è ancora lo strumento più conosciuto e utilizzato per ascoltare la musica.

Graficamente, in percentuale gli interpellati hanno detto di utilizzare regolarmente i seguenti servizi:

grafico 1

Capovolgendo la questione e chiedendo agli intervistati di quali servizi non hanno mai sentito parlare, la situazione è questa:

grafico 2

Insomma, c’è ancora spazio per l’uso terapeutico del mezzo radiofonico così come lo cantavano i Bon Jovi in una loro vecchia, e piuttosto sconosciuta, canzone (vedi il video sopra).

Commenta la ricerca John McDuling:

Quasi chiunque ha almeno sentito parlare della radio, il che è confortante, dal momento che il mezzo è in circolazione da quasi un secolo (nonostante sarebbe curioso sapere se il 2% che non ha mai sentito parlare della radio sia molto giovane o molto vecchio d’età). Molte persone conoscono YouTube, Pandora e la radio satellitare Sirius. Anche Spotify sembra essere conosciuto in maniera soddisfacente, confermando il suo status di più grande servizio di streaming on-demand. Ma i suoi diretti rivali, compresi Beats, Rdio e Deezer (quest’ultimo, per essere corretti, è appena sbarcato negli Stati Uniti) rimangono piuttosto sconosciuti.

La buona notizia per i servizi di streaming è che c’è molto spazio di crescita. La loro sfida sarà quella di convincere le persone a ricominciare a pagare per la musica. Il che rappresenta una proposta completamente differente.

Far fuori i migliori.

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Chi mi conosce potrebbe pensare che questo, più che un post, sia una confessione sentimentale piena di conflitti di interesse. Vi assicuro che non è così.
Seguo con costanza e con una certa passione quello che fa Giorgio Dell’Arti. Per chi non lo conoscesse, provo a scrivere due righe di sua biografia adoperando quello stile asciutto e ragionieristico che da sempre contraddistingue la sua scrittura. E dunque:

Giorgio Dell’Arti (Catania, 1945). Giornalista. Di diverse testate, tra cui Il Foglio (cura l’edizione del lunedì, il cosiddetto «Foglio dei Fogli») e la Gazzetta dello Sport (tiene la rubrica «Altri mondi»). Fondatore nel 1987 del Venerdì di Repubblica. Ha scritto anche per Vanity Fair, Io donna, La Stampa, Il Sole 24 Ore ecc. Dirige il sito di storia italiana Cinquantamila, ospitato dal Corriere della Sera. In radio ha condotto Ultime da Babele (2009) e Radio1 in corpo nove (2014), entrambe su Radio 1 Rai. Diversi libri, tra gli ultimi: Il giorno prima del Sessantotto (2008), Cavour. Vita dell’uomo che fece l’Italia (2011) e il «romanzetto» I nuovi venuti (2014) dove racconta di un colpo di stato operato in Italia dai poteri forti per mano di un gruppo di kosovari. Compilatore del Catalogo dei Viventi (2007, 2009 e in preparazione l’edizione 2015), redatto in gran parte attingendo dal suo enorme archivio di articoli tratti dai giornali: «All’inizio scrivevo su Word degli abstract sulle cose che leggevo e mi piacevano. Poi la cosa è andata avanti, mi ha preso il furore e mi sono fatto costruire il database, che chiamo “L’archivio dei frammenti”. È così che sono finito a fare l’infelice mestiere del tuttologo». Per suscitare l’invidia dei suoi colleghi è solito dichiare che il suo unico hobby è fare soldi: «Li fa impazzire. In realtà sul conto in banca avrò 20.000 euro. Il mio unico piacere è il lavoro». Divorziato, due figlie: Lucrezia e Arianna. Compagno di Lauretta Colonnelli, giornalista del Corriere della Sera.

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La radio italiana compie 90 anni.

Il 6 ottobre 1924 andò in onda la prima trasmissione radiofonica della radio pubblica italiana: era la voce di Ines Viviani Donarelli che introduceva l’esecuzione del Quartetto in La maggiore di Haydn.

All’epoca la radio pubblica italiana si chiamava URI (Unione radiofonica italiana). Sarebbe poi diventata EIAR nel 1927 e infine RAI dal 1945 (ma fino al 1954 l’acronimo voleva dire Radio Audizioni Italiane).
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I Calibro 35 svecchiano la musica di Radio 1 Rai.

In Italia abbiamo una lunga tradizione di library music composta espressamente per la radio pubblica. In verità, abbiamo una lunga tradizione di vari tipi di musiche, non solo sigle stacchi e jingles, composte unicamente per la radio pubblica. Basti pensare a quello che è stato lo Studio Di Fonologia della Rai: un laboratorio musicale messo in piedi da Luciano Berio e Bruno Maderna per produrre le musiche radiofoniche (ma non solo) che tutto il mondo ci invidiava — sia le musiche che il laboratorio.

Erano anni che gli spazi fissi di Radio 1 Rai venivano annunciati dalle stesse musiche, ma a partire da questa mattina c’è stato un restyling non indifferente. I Calibro 35 sono infatti gli autori e interpreti delle nuove sigle introduttive e delle musiche di sottofondo del Gr, di Onda Verde, del meteo e dello sport. Uno svecchiamento della radio italiana ben interpretato dalle parole del direttore Flavio Mucciante:

«Il classico suono dell’arpa lascia il posto alla perfetta fusione di jazz, rock e funk con un gusto del vintage Rai, rivisitato in chiave contemporanea»

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Ed è proprio quel «gusto del vintage Rai» a non mancare nelle nuove musiche: i Calibro 35, da grandi appassionati della library music e delle colonne sonore italiane degli anni ’70, non si sono fatti prendere la mano nello stravolgere il significato di quelle sottolineature musicali, ed hanno prodotto stacchi come se ne sarebbero dovuti sentire già da 30 anni, senza per questo suonare vecchi, o stantii, o posticciamente in stile. Ed essendo al contempo molto istituzionali, come deve convenirsi per il primo canale della radio pubblica.

Bello ogni tanto poter scrivere qualcosa di positivo verso la Rai. Sarebbe altrettanto bello sperare che questo sia solo il primo passo verso uno svecchiamento — e un innalzamento di qualità — in grande stile. Ma non ci facciamo troppe illusioni.

Tra l’altro, queste nuove musiche dei Calibro 35 le potete anche scaricare — in free download come si dice nell’ambiente — a partire da oggi e per una settimana soltanto dal loro Bandcamp ufficiale.

Per prevenire ogni accusa di marchetta: sì, lavoro nella casa discografica che ha dato alle stampe Traditori di Tutti dei C35. Ma non mi sarebbe costato nulla non scrivere nemmeno una riga da queste parti se non avessi ritenuto l’operazione interessante e degna di nota.

la “nastroregistroteca” di Radio Rai prende polvere. Qualcuno che l’aiuti?

Nella sua consueta rubrica “Bordin Line” sul Foglio [25.09.2012, p.2], l’ex direttore di Radio Radicale Massimo Bordin mi dà modo di rintracciare un articolo di Sara Nicoli, pubblicato qualche giorno fa sul sito web del Fatto quotidiano e riguardante lo stato dell’archivio di Radio Rai. E’ assolutamente casuale l’averlo scoperto proprio oggi, quando nel post precedente do conto di un lungo intervento di Will Prentice sulle pagine di The Wire riguardante le nuove sfide che gli archivisti audio devono raccogliere. Nuove per gli archivi di altri paesi (Prentice è archivista della Public Library britannica), perché evidentemente le cose da noi funzionano diversamente.

Che l’archivio di Radio Rai versasse in condizioni critiche non era una novità, né tra gli addetti ai lavori né tra le persone meno informate sui fatti. Tanti anni di discorsi, di tentativi, di promozioni non sono serviti a granché, visto che oggi gli stessi lavoratori della Rai — leggiamo sul Fatto — si rivolgono al Presidente della Repubblica affinché intervenga in quella che ha tutta l’aria d’essere una trascuratezza incredibile nei confronti dell’immenso patrimonio audio di cui la Rai è in possesso. Nell’articolo si legge che, negli scantinati della Rai romana, versano in condizioni critiche innumerevoli supporti fonografici, più o meno il frutto di una raccolta iniziata nel 1950. Una raccolta che racconta oltre cinquant’anni di cultura e di storia italiana abbandonata sugli scaffali, senza essere catalogata né riversata in digitale, e il cui destino parrebbe quello di essere abbandonata definitivamente nel momento in cui i lavoratori che ora se ne occupano, e che costituiscono una vera e propria “memoria storica” dell’archivio, andranno in pensione.

In Rai tutto questo, ovviamente, lo sanno bene. Non c’è bisogno che la stampa lo documenti per darne notizia ai suoi vertici. Ma sembra che anche a questo giro, dopo le recenti dichiarazioni del neo direttore generale Luigi Giubitosi, nessuno voglia farsi carico di dar via, finalmente, ad un’opera di digitalizzazione, archiviazione e salvaguardia del patrimonio. Il che è un vero peccato, perché le poche volte che qualcun altro (con l’aiuto della Rai, ma al di fuori di essa) è riuscito a mettere mano su quelle registrazioni, ne è emerso sempre qualcosa di pregevole. Mi riferisco (anche, ma non solo) alla recente operazione dell’etichetta milanese Die Schachtel la quale, in collaborazione con Rai Trade, ha messo sul mercato un lussuosissimo cofanetto contenente alcune delle registrazioni dei radiodrammi trasmessi tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’80 proprio dalla radio di stato, con le musiche realizzate nel celebre Studio di Fonologia di Milano (nato dall’idea di Luciano Berio e Bruno Maderna, sulla scia di altri studi simili nelle radio europee) da compositori quali Nino Rota, Niccolò Castiglioni e Salvatore Sciarrino, ovvero parte del meglio dell’avanguardia musicale italiana (Prix Italia – L’immaginazione all’ascolto. Il Premio Italia e la Sperimentazione Radiofonica, a cura di Angela Ida De Benedictis e Maria Maddalena Novati).

In Italia non mancano né i mezzi, né tanto meno le professionalità in grado di compiere un serio lavoro di archiviazione delle registrazioni di Radio Rai. Manca, come sempre, la voglia di intraprendere il progetto. E non solo: ancor più grave, manca anche la lungimiranza sul valore che un progetto del genere può avere. Non si tratta, infatti, soltanto di salvaguardare il patrimonio in quanto memoria collettiva del nostro passato. Ma anche di metterlo a disposizione di studiosi, o pubblicarne delle ristampe da mettere in commercio che farebbero la gioia di appassionati, collezionisti o semplici curiosi. Ne si potrebbe trarre anche un guadagno economico, che può servire a ripagare parte dei costi che un’operazione del genere richiede.