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Largo agli hobbisti.

Pare che nella critica ci sia spazio per tutti, anche per i non professionisti:

Il problema con l’esigenza di un certo tipo di conoscenza o di esperienza nella critica è che si può finire col presupporre, o insistere, solo su un certo tipo di conversazione. E spesso sembra proprio questo il punto: la competenza viene usata per tacciare le critiche, in particolar modo quelle negative. La campagna conosciuta come Gamergate, che ha coinvolto Anita Sarkeesian, è l’esempio più evidente di questa tendenza; ma la si può trovare all’interno di ogni comunità di appassionati. È probabile che chi adori, per esempio, Game of Thrones, abbia letto tutti i libri e visto tutti gli episodi della serie. Così come chi non ama particolarmente Games of Thrones difficilmente investe il suo tempo nella lettura o nella visione degli episodi.

Come è possibile rifiutare l’intera serie dopo aver visto un solo episodio di Games Of Thrones? Come puoi pensare che Maus sia noioso e pomposo solo dopo aver letto mezza storia? Chi ti dà questo diritto?

In questo modo la competenza diventa la scusa rapida ed efficace per fermare i critici. E chi ama i videogiochi, o Game of Thrones, o Wonder Woman, diventa l’unico titolato a capire veramente; tutti gli altri — gli «haters» — sono, quasi per definizione, degli stupidi.

E a volte gli haters sono davvero degli stupidi, così come altre volte lo sono i fan. Ma può capitare che siano proprio le persone scettiche — che non si riconoscono come fan di qualcosa — ad avere delle cose interessanti da dire. Nonostante siano estranee all’oggetto — o forse proprio a causa di questa estraneità.

John Perry, La Nobile Arte del Cazzeggio (Sperling & Kupfer, 2013)

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Non è difficile comprendere il motivo della scelta di cambiare la parola chiave del titolo nella traduzione italiana, e trasformare così il verbo “procrastinare” nel più maramaldo “cazzeggiare”. Fatto sta che “La Nobile Arte Del Cazzeggio” (che in inglese non è nemmeno “nobile” ma è solo “The Art of Procrastination”) di John Perry — appena uscito per i tizi di Sperling & Kupfer — parla dei procrastinatori professionisti, non dei cazzeggiatori. La differenza c’è e non è affatto sottile, nonostante il marketing editoriale trovi che il verbo “procrastinare” non titilli le papille gustative dell’italiano in gita in libreria avvezzo di suo a sognare una vita intera di fannullismo e in cerca di una scusa per la realizzazione dei suoi sogni. Procrastinare significa rimandare qualcosa ma non è affatto detto che, nel tempo guadagnato, si debba rimanere con le mani in mano: ci sono milioni di altri compiti che si possono fare e possono essere altrettanto utili (se non di più) della cosa rimandata.

Il libretto, che ieri ho comprato e letto tutto d’un fiato, è collocato dai librai di casa nostra tra i manuali di self-help — quei tediosi libri ai quali i depressi e gli insicuri (due categorie editorialmente forti) si aggrappano con tutte le forze — pur non collocandosi affatto in quel genere. John Perry è un filosofo e la parte centrale del libro, quella dedicata al particolare tipo di procrastinatore definito “strutturato”, era già edita come il frutto di una ricerca filosofica pubblicata sulla rivista di satira scientifica Annals of Improbable Research, oltre che come il risultato della procrastinazione dell’autore stesso.

Ma in cosa consiste questa procrastinazione strutturata? Primo, nel non sentirsi affatto in colpa quando si rimandano i lavori; a patto però — e qui sta il trucco — che nel frattempo si faccia altro, secondo una scala di priorità che, mettendo in cima alla lista i lavori più importanti e difficili, fa sì che nel frattempo prima della loro realizzazione si possano eseguire altri compiti in sostituzione (per alleviare, appunto, il nostro senso di colpa). Col risultato che, prima o poi, tutto ciò che c’era da svolgere sia stato svolto. Quando va bene, poi, può capitare che quel compito così costantemente rimandato non sia più da svolgere.

Per il lettore abituato a ragionare con questi criteri, la lettura risulterà semplice oltre che appagante. Ma vengono analizzate, all’interno del libro, anche le motivazioni che portano i perfettini, gli ordinati (secondo una struttura di tipo “verticale”) ad odiare così tanto i procrastinatori, sebbene non è detto che tra una partnership dei due tipi non escano risultati buoni se non ottimi.

Il punto di partenza è vecchio e abusato: l’essere umano non è poi così razionale nei suoi comportamenti come si vorrebbe — e come lo si descrive. Tuttavia il tono di Perry nel sviluppare la sua teoria, snocciolata con una certa dose di surreale ironia, non è mai quello del maestrino. Anzi. Gli esempi portati a sostegno delle proprie tesi lo rendono un libello interessante anche per chi solitamente inizia a sbadigliare alla seconda sillaba di “filosofia”.

Il potente ufficio stampa dell’editore sta riuscendo nell’impresa di far parlare di questo testo in ogni dove. Meglio di tutti, come spessissimo le capita, ne ha scritto Annalena Benini nella sua “lettera rubata” sul Foglio dello scorso sabato. Tuttavia mi preme sottolineare che nel mio Kindle il libro l’ho infilato con i soldini miei (tanti, troppi come al solito per un ebook). Per cui, se pensate che queste righe costituiscano una marchetta poco o tanto remunerata fatelo pure, ma sappiate che lo è solo in potenza per un futuro pieno di copie promozionali (così mi gioco del tutto la possibilità e la facciamo finita).