Risucchiati dalla rete.

immagine via Flickr
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Jemima Kiss sui flussi incontrollabili cui la rete ci sottopone ogni giorno

Condividere dovrebbe implicare che abbiamo letto e quindi consigliamo ciò che stiamo postando, ma su Facebook questo non avviene spesso, specie con il giornalismo. Il flusso di news infinito cui siamo sottoposti non vuole che leggiamo un articolo — vuole invece che ci immergiamo nella frenetica abitudine social di scorrere, mettere like e condividere sempre maggiormente. Il news feed non è progettato per offrirci il miglior ambiente dentro il quale perderci, per dire, in un pezzo ben scritto sulla salute dell’industria nel mondo sviluppato, che ci invita a commentare e porre delle domande a chi l’ha redatto e agli esperti che hanno contribuito alla sua realizzazione.

Fruire di così tante informazioni porta ad un deficit di attenzione: più siamo immersi negli aggiornamenti e meno riusciamo a concentrarci su di essi, in una sorta di consumo frenetico e bulimico che alla fine non ci lascia nulla. Tra le capacità maggiormente danneggiate da questo fenomeno, sebbene non ce ne rendiamo sempre conto, c’è la creatività:

Dobbiamo sviluppare una nuova auto-consapevolezza che ci faccia capire quando veniamo risucchiati dalle cose, quando stiamo perdendo tempo, quando siamo manovrati da un algoritmo. È difficile capire cosa perdiamo in questa immersione, ma è fondamentale comprenderlo. Leggendo tra i migliori buoni propositi scritti per l’anno nuovo c’erano più cose da tagliare che obiettivi da raggiungere […]
Ciò che credo si perda in tutto questo rumore sono la creatività e il pensiero originale — quell’esplosione casuale, imprevedibile ed eccitante di idee che spuntano fuori quando meno te l’aspetti. E se pensiamo di essere a corto di idee creative, osservazioni e pensieri, falliamo nel voler riciclare le cianfrusaglie della rete, quando invece dovremmo costruire pensieri e opinioni che ci aiutino a navigare in questo formidabile, immenso ma anche insoddisfacente mare che abbiamo creato.

Dovranno fare, prima o poi, una specie di Celebrity Deathmatch: media tradizionali vs rete.

Senza entrare nel merito delle cose, anche se propenderei per dire che “Sofri, quello giovane” ha maggiori ragioni dalla sua, oggi abbiamo assistito al seguente dibattito: da una parte il giornalista tradizionale, Marco Bardazzi, che su La Stampa scrive che i social network (usati come la più classica delle sineddochi, la parte per il tutto, dove il “tutto” sembrerebbe essere la rete in generale) peggiorano la qualità dell’informazione:

In uno scenario simile piattaforme come Facebook o Twitter, dove tutto è immediato, rischiano di trasformare subito in «fatti» quelle che sono solo labili informazioni da confermare

Dall’altra l’informazione in rete — Il Post, più nello specifico il blog del suo direttore Luca Sofri — che replica a quelli del giornalismo tradizionale che, in verità, sulla liberazione di Rossella Urru sono stati proprio i media tradizionali a prendere l’abbaglio, e che Twitter l’ha semplicemente amplificato (un problema, certo, ma anche un’altra storia):

la notizia su Twitter è sì dilagata, ma le fonti citate e linkate dai tweet erano soprattutto le testate italiane che le avevano dato grande spazio. E che sono state le più potenti messaggere e interpreti di quella notizia ancora tutta da verificare (il primo grande giornale a fare marcia indietro, a suo merito, è stato il Sole 24 Ore che ha cambiato il suo titolo in “Giallo sulla liberazione”).

La falsa notizia della liberazione di Rossella Urru agli italiani l’hanno data i giornalisti professionisti, i siti dei giornali e dei tg, non “Twitter”.