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C’è una canzone triste nel mio cuore.

Una ricerca della Freie Universitat di Berlino (pubblicata su PlosOne) ha dato conferma di qualcosa che in molti sospettavano da tempo: quando si è tristi, si ascolta musica triste. I ricercatori hanno chiesto ad un campione di 770 persone quanto spesso ascoltino musica triste, e quali sono le emozioni che questa evoca maggiormente (la risposta è stata: dolcezza, tranquillità e nostalgia). E fin qui sembrerebbe essere tutto nella norma. Quanto la ricerca mette in luce è però altro: la capacità della musica triste di influire, positivamente, sul nostro umore. Tra i risultati si legge che:

il fatto che le persone cerchino e apprezzino nella musica la tristezza può sembrare un paradosso, data l’enfasi che solitamente viene attribuita — sia dalla vulgata che dalla comunità scientifica — alla felicità come fonte di benessere personale. Lo studio ha dimostrato che per molti individui, ascoltare musica triste può realmente portare a effetti benefici sulle emozioni. Le nostre scoperte sono importanti per quattro motivi. Primo, i risultati indicano il potenziale della musica triste nel regolare l’umore negativo e le emozioni, così come nell’essere consolatoria. In particolare, gli effetti consolatori e confortanti sembrano essere gli unici della musica triste, come suggerisce il confronto tra gli usi e le funzioni dell’ascoltare la musica triste e quelli della musica allegra. Secondo, i risultati disegnano un quadro completo dei fattori situazionali di esposizione e dei tratti di personalità che contribuiscono all’apprezzamento della musica triste. In particolare, gli ascoltatori apprezzano maggiormente la musica triste quando stanno vivendo uno stato di stress emotivo, o quando possiedono una forte empatia e una scarsa stabilità emotiva. Terzo, i nostri risultati svelano meccanismo psicologici alla base dell’evocazione della tristezza per mezzo della musica, mostrando che i processi che coinvolgono la memoria sono centrali nella tristezza evocata dalla musica. Quarto, i nostri risultati contribuiscono al dibattito sul paradosso della tristezza evocata dalla musica, fornendo la prima prova empirica del fatto che questa tristezza è legata ad un’esperienza multidimensionale di gratificazione: la tristezza evocata dalla musica può essere apprezzata non solo come una ricompensa astratta (a causa del coinvolgimento dei processi di immaginazione o della mancanza di implicazioni tipiche della vita reale), ma svolge anche un ruolo nel benessere, dando conforto e regolando gli umori e le emozioni negative.

Spiegando la funzione di bilanciamento dell’umore che avrebbe la musica triste, Samantha Zabell scrive su Realsimple che

i dati suggeriscono che, in maniera prevedibile, la maggior parte delle persone trova che la musica triste sia confortante quando vive la crisi di una relazione — da qui la popolarità delle cosiddette «playlist per la separazione». Di fatto, gli intervistati hanno ammesso che la musica triste li ha aiutati a regolare un cattivo umore. Al contrario, la maggior parte delle persone ascolta musica allegra durante una festa, o come musica di sottofondo — quando stanno viaggiando o sono al lavoro. In queste circostanze, non è richiesta alcuna regolazione dell’umore — pulire la stanza o fare un viaggio non sono tipicamente i momenti in cui si ha più bisogno di un grande sostegno all’umore.

Toglietemi dalla vostra cazzo di mailing list.

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Nel 2005 i ricercatori informatici David Mazières e Eddie Kohler, esasperati dai continui inviti a conferenze ricevuti via mail, crearono un finto paper dal titolo eloquente: Get me off your fucking mailing listLevami dalla tua cazzo di mailing list. Unico contenuto: il testo del titolo, ripetuto per 10 pagine (qui trovate il Pdf). Il paper, impaginato come se fosse una vera ricerca scientifica — titolo, abstract, grafici — ha fatto in breve tempo il giro della rete e in molti, nella comunità scientifica e non, hanno imparato a riconoscerlo come un falso, uno scherzo, una boutade.

Secondo quanto riporta il blog Scholarly Open Access, lo scienziato australiano Peter Vamplew dell’Università australiana di informatica, infastidito dal continuare a ricevere inviti ad inviare le sue pubblicazioni da parte dell’International journal of advanced Computer Technology, si è ricordato di questo vecchio pdf, l’ha tirato fuori da qualche angolo del suo computer e l’ha inviato per tutta risposta. E qui viene il bello: l’International journal of advanced Computer Technology ha preso l’articolo, ha dichiarato di averlo revisionato, l’ha considerato eccellente e l’ha accettato. Fortunatamente non pubblicato: per questo, infatti, il dr. Vamplew avrebbe dovuto pagare una fee di 150 dollari — questo il prezzo chiesto dalla pubblicazione agli autori.

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