Archivio tag: servizio pubblico

Il resto sono tutte balle.

Di tutto il can can che è successo in questi giorni tra la Rai, Fazio e Brunetta, io sto con Brunetta. Detto questo, però, ecco lo stesso il mio ragionamento.

Fazio ha dichiarato che lui costa tanto ma fa guadagnare tanto. La Rai ha confermato: Fabio Fazio è un valore semmai, non un costo. Brunetta si è incazzato, perché così passa la duplice idea che certi stipendi siano normali e che lui sia un po’ fesso — e non è tipo tanto disposto a passare per fesso.

Ma ammettiamo pure che certi stipendi siano normali: se il valore di mercato di Fabio Fazio è quantificato in quella cifra, e la Rai effettivamente nel rapporto costi e benefici guadagna in favore di questi ultimi, uno stipendio non sarà mai troppo alto. Però ricordiamoci anche di una cosa: la Rai è pubblica, di proprietà dello stato. E quando dico questo non intendo dire, retoricamente, che la Rai è di tutti i cittadini italiani: di quelli che pagano il canone ma anche di quelli che non lo pagano. Intendo dire, molto più semplicemente, che se la Rai fosse una società privata a quest’ora non sarebbe nemmeno in amministrazione controllata, ma sarebbe già fallita del tutto. Per cui: paghi gli stipendi che vuole ma almeno faccia il favore di fare quello per cui lo stato la tiene ancora in piedi. Faccia cioè il servizio pubblico.

Tradotto molto semplicemente (forse è per questo che nessuno ci ha ancora pensato), vuol dire: prenda i tanti soldi che Fabio Fazio — da valore quale è — fa guadagnare e li investa in programmi coraggiosi ma economicamente meno vantaggiosi. Faccia questo e ricambi un po’ del personale col quale per anni si è ingrossata per motivi che tutti conosciamo e forse — dico: forse — potremmo avere una televisione pubblica degna di questo nome.

Non ce la fa? Benissimo: privatizzazione.

Il resto, la competizione con un privato, il fatto che quel privato sia Berlusconi — il resto, dicevo, sono tutte balle.

Chiamalo servizio pubblico.

E’ facile fare demagogia, quando si parla di Rai. Il famigerato servizio pubblico, concetto di cui tutti si riempiono la bocca, chi dopo oggettive analisi, chi per convenienza, chi per difendere l’indifendibile, è obiettivamente tutto tranne quello che siamo abituati a vedere sui tre canali della televisione di stato. (Prevedo già l’obiezione: i canali di stato, con il passaggio al digitale terrestre, non sono più tre ma molti di più, vedi Rai4 o Rai5. Giusto: ma che numeri fanno questi canali? Ecco, nella risposta a questa domanda sta anche la risposta all’obiezione. Rai4 e Rai5 sono reti televisive in parte coraggiose e in parte culturali; ma hanno lo stesso peso di un’unghia sul carrozzone Rai. E sia benedetto Carlo Freccero sempre e comunque).

Cosa dovrebbe essere, quindi, il servizio pubblico? E’ una domanda che non ha una risposta, ma ne potrebbe avere mille, tutte differenti. Più o meno quanto sono differenti le menti degli italiani che dal servizio pubblico si aspetterebbero tante cose, tutte giuste e tutte diverse tra loro. Per questo, ad una domanda del genere, forse conviene rispondere per sottrazione. E dire cosa non è servizio pubblico. I quiz preserali sono servizio pubblico? Secondo me sì, perché il servizio pubblico non deve essere solamente un insieme di trasmissioni seriose o con velleità cultural-artistiche. Gli approfondimenti sono servizio pubblico? Sì, anche nelle modalità che siamo abituati a conoscere: Vespa, Floris, Ferrara, persino Fazio (che si collocherebbe nella zona dell’”infoteinment”). Il telegiornale lottizatto dalla maggioranza (Rai1), da una costola della maggioranza (Rai2) e dall’opposizione (Rai3) sono servizio pubblico? Probabilmente sì, a meno che voi sapientoni dell’informazione e della comunicazione non conosciate un modo più onesto di rappresentare tutte le voci di un’Italia che, a scadenze regolari, si reca alle urne a votare questo o quel partito.

Non è servizio pubblico, invece, basare la programmazione televisiva su un gioco condotto  “al ribasso” osservando quello che fanno le reti concorrenti, le quali si muovono con una logica puramente commerciale. Le reti Mediaset, le reti private, le innumerevoli reti che sono spuntate come funghi sul digitale terrestre si dice che spesso offrano una programmazione ai limiti del ridicolo. Non sono un critico televisivo, quindi mi fido del giudizio comune e do per scontato che possa essere vero. Ma, cinicamente, l’unico discorso da fare, l’unica cosa giusta da dire è che quelle reti non hanno come mission quella di fare servizio pubblico; non prendono i soldi di un canone; non hanno come referenti i telespettatori ma solo gli inserzionisti pubblicitari. Devono, sempre per essere cinici, vendere spot al più alto prezzo possibile. Le trasmissioni diventano il contenitore della pubblicità, non viceversa. Per questo un servizio pubblico che si chiami realmente così deve, per prima cosa, puntare tutto sulla differenziazione rispetto alle reti commerciali. Inoltre, deve sopravvivere di pochissimi spot e del solo canone, che in un vero servizio pubblico deve essere pagato da tutti. Altrimenti — e questa sarebbe persino la soluzione preferibile — si privatizza la Rai. E, in una certa misura, mi auguro che accada quanto prima.

Non è scoprendo Celentano che delira in prima serata e fuori contesto che abbiamo compreso che la Rai non fa servizio pubblico. Lo abbiamo scoperto leggendo che la BBC inglese dal 23 al 31 di marzo manderà in onda 200 (duecento!) ore di trasmissione continua con la musica di Schubert, per la celebrazione dei 215 anni dalla nascita del compositore austriaco.

(Prevedo, in conclusione, un’altra obiezione: la radio Rai. Ecco, nel panorama radiofonico nazionale, mi sembra che l’unico tentativo di servizio pubblico venga fatto via radio, anche se non sempre con successo. Ma lì ci si muove con una logica, e dei costi, totalmente differenti da quelli televisivi. Oso di più, e dico che la radio — a differenza della televisione — nel corso degli anni si è sputtanata di meno. Anche per questo il mezzo radiofonico non ha incontrato il calo di popolarità che tutte le Cassandre avevano previsto, ma ha anzi dimostrato di saper reggere ottimamente la sfida dei nuovi mezzi di comunicazione.)