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Al prossimo che me lo chiede risponderò che il mio gruppo preferito sono i Clash.

Girava un test l’altro giorno, credo su Buzzfeed ma sono pigro e non ho voglia di andare a cercare, per calcolare quanto una persona sia snob in musica. L’ho fatto e il risultato è stato un punteggio di 41 su 100: pensavo bastasse a scongiurare il rischio, l’accusa dalla quale sono sommerso pressoché quotidianamente da famigliari, fidanzata, amici, colleghi ecc, di essere considerato a tutti gli effetti uno snob musicale con tanto di certificato rilasciato da un test acchiappa-click. Ma ecco invece che quelli del test non si sono risparmiati dal dirmi che, nonostante un punteggio al di sotto della metà, ero comunque snob, per giunta uno di quelli che gli altri «considerano un esperto» di musica.

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35 anni dopo siamo ancora fermi a: non sapevano suonare.

I got no emotions for anybody else
You better understand I’m in love with my self
My beautiful self
Sex Pistols, “No Feelings”,  1977

Sul primo numero di Pubblico, il nuovo quotidiano diretto da Luca Telese, c’è un articolo a firma Luca Bussoletti (“cantautore un po’ grafomane”, dalla bio su Twitter) che fa un’analisi del fenomeno Sex Pistols. Non si capisce il motivo dell’analisi, il perché, la notizia correlata. Ma, si sa, i numeri uno vengono dopo i numeri zero, c’è un tempo per gli articoli di prova e un tempo per quelli da pubblicare — con nel mezzo un tempo in cui, evidentmente, qualcuno dimentica i primi in pagina.

Il pezzo è carino, al netto della mancanza di freschezza della notizia. Non aggiunge nulla che un buon passato sulle biografie edite dalle edizioni Blues Brothers non porti già in dote, ma tant’è. Nella dote, ad esempio, c’è quella di considerare il fenomeno punk, sia dal punto di vista musicale che da quello sociologico, solo con i Sex Pistols (primo errore). E di considerare la musica dei Sex Pistols come “non musica”, o “musica svuotata” (secondo errore). Allora via con i luoghi comuni sulla scarsezza dei musicisti punk, anche se non si capisce bene a che tipo di scarsezza ci si riferisca: se è tecnica, ci sono pile e pile di dischi a ribaltare il luogo comune; se è artistico/concettuale, ci sono pile e pile di dischi, di opere, di situazioni, di libri utili a far cambiare opinione. Certo, fa comodo scrivere che qualcuno ha rivoluzionato la musica senza saper suonare: s’imbastisce un pezzo anche con 35 anni di ritardo. Oppure — ma questo nell’articolo non c’è, del resto nemmeno sui libretti delle edizioni Blues Brothers stava scritto — che sulle fanzine punk autoprodotte venivano spiegati i 3 accordi fondamentali per incitare i ragazzi a scendere nelle strade e formare una band, e che questo abbia prodotto una miriade di fondamentali gruppi che han cambiato il corso della musica. Tutti miti, che sono sì veri ma anche sovradimensionati per continuare ad alimentare le storie che, a distanza di quasi 40 anni, ancora finiscono in pagina.

Nessuno mette in dubbio la nascita di mille giovani gruppi, e il fatto che col punk fu offerta loro la possibilità di andare sul palco tenendo a malapena in mano uno strumento. Chiediamoci, però, se i brocchi esistevano (ed esistono tuttora) solo nel punk. Altro fu il punk, soprattutto letto attraverso la lente della sottocultura: un taglio che forse avrebbe aggiunto un po’ di carne al pezzo pubblicato su Pubblico. Insomma, se rivoluzione c’è stata (e c’è stata), chiedo una moratoria sulla storia che fu una rivoluzione compiuta solo da scarsoni; il concetto, tra l’altro, non è nemmeno spendibile in supporto a molte delle (pseudo) rivoluzioni/rivolte odierne (ma anche, rimanendo in Italia, a quelle passate: in Inghilterra avevano il Punk, noi il Festival di Re Nudo al Parco Lambro. Là i Pistols fecero sì che per la prima volta la classifica dei singoli più venduti non avesse il numero 1, perché era considerato osceno il loro nome e non lo si poteva divulgare; qui, i compagni della rivoluzione se la presero con il camioncino dei polli arrosto — due stili completamente differenti).

A Luca Bussoletti, sicuramente animato da buone intenzioni, dico solo di rileggersi l’articolo. E poi di andare a riprendersi non dico i concetti dei Crass; e non dico nemmeno “London Calling” o “Sandinista!” dei Clash. No, semplicemente dico di ascoltarsi ancora “Nevermind the Bollocks” proprio dei Sex Pistols. Ci faccia sapere poi se trova quel disco, e chi lo ha suonato, così scarso. Ci dica se il riffing di Steve Jones non è quanto meno sopra la media dei chitarristi che, come lui, avevano copiato tutto dagli eroi degli anni precedenti (oltre che le mossette da Johnny Thunders). Ci dica se la sezione ritmica non è, almeno, compatta. E se la produzione non lo rende, ancora oggi, uno dei dischi rock che suonano meglio per potenza e muro di suono. Poi, magari, scriva anche che la storiella del non saper suonare era messa in giro ad arte e interpretata all’occorrenza. Arte, già, una parola che nella scena punk saltava fuori spesso, per via della provenienza di molti dei suoi esponenti proprio dalle scuole d’arte inglesi, notoriamente frequentate da disadattati e/o squattrinati. Se proprio proprio ancora non si è convinto, provi ad approfondire le influenze musicali di Johnny ‘Rotten’ Lydon, declamate spessissimo in interviste radiofoniche post-Pistols e pre-Pil: ci troverà il reagge, il dub, i minimalisti e persino i Van Der Graaf Generator (così sfatiamo anche il mito: punk vs progressive). A dimostrazione di una sensibilità artistico/musicale non proprio scarsa e messa in secondo piano per motivi di — diciamo — finzione.

Ne esce che l’unica parte del pezzo di Bussoletti che si salva è quella in cui Malcolm McLaren è citato come padre di tutta l’operazione: questo, forse, avrebbe potuto essere il fulcro dell’articolo.