L’album di famiglia di Rossana Rossanda

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Oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera lo storico e politologo Ernesto Galli della Loggia ha scritto un articolo, intitolato Assassini e il coraggio di dirlo, che sta facendo molto discutere. In buona sostanza Galli della Loggia spiega che il mondo islamico non deve fare una ritrattazione o dissociarsi dai terribili fatti commessi negli ultimi giorni a Parigi dietro richiesta del mondo occidentale; piuttosto, ha bisogno di uno «scandalo» al suo interno, ovvero

di qualcuno nelle sue file che abbia la lucidità intellettuale e il coraggio di dire che se nel mondo si aggirano degli assassini – non uno, non dieci, ma migliaia e migliaia di assassini feroci – i quali sgozzano, violentano donne, brutalizzano bambini, predicano la guerra santa, e fanno questo sempre invocando Allah e il suo Profeta, sempre annunciando di compiere le loro gesta in nome e per la maggior gloria dell’Islam, ebbene se ciò accade non può essere una pura casualità. Non può essere attribuito a una sorta di follia collettiva. Il mondo non è pazzo: qualche ragione deve esserci. Deve esserci qualche legame – distorto, frainteso grossolanamente, erroneamente interpretato quanto si vuole – ma un legame effettivo con qualcosa che riguarda l’Islam reale.

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La sinistra instupidita.

Nessuno è stupido. Per cui non dirò che secondo me esiste una sinistra stupida —sebbene alla fine del ragionamento sembrerà chiaro che pensi ne esista anche una che non sia stupida.
Credo però che esista una sinistra instupidita. Lo dico senza presunzione. Anzi, senza la doppia presunzione: la prima, facilmente intuibile dall’affermazione pesantuccia; la seconda, dal fatto che non mi ritengo una persona di sinistra, o comunque non secondo le categorie che da vent’anni in Italia vengono utilizzate per definire la sinistra (che poi è la sola sinistra italiana).

Perché, allora, penso che esista una sinistra instupidita? La riflessione mi è venuta quando, questa mattina, ho letto le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sull’amnistia, rilasciate dopo la visita a Poggioreale. Napolitano ha detto, sostanzialmente, che di amnistia c’è bisogno seppur la sua realizzazione non dipende da lui, ma è prerogativa del parlamento. Questa la notizia senza fronzoli. Nemmeno una novità, se si pensa che il capo dello stato non è la prima volta che spende parole per un atto di clemenza generale. D’altronde la situazione nelle carceri italiane è quella che è. Lo denunciano da sempre i nostri Radicali, ma ora pare che qualcuno se ne sia accorto anche in Europa.
Subito dopo aver letto le dichiarazioni di Napolitano, scorro la mia timeline di Twitter. Dove leggo i primi esempi di sinistra instupidita. Il personaggio tipico —il fenotipo di sinistro instupidito, potremmo chiamarlo — dopo aver letto le parole di Napolitano twittava una cosa più o meno di questo tenore:

Non è sospetto il tempismo di Napolitano nel dichiararsi favorevole all’amnistia?

Il sottinteso era fin troppo evidente: il tempismo sospetto, infatti, starebbe nella situazione giudiziara di Silvio Berlusconi.

Ok, ma perché dire allora che esiste una sinistra instupidita? Perché secondo me una persona di sinistra —compresa una persona che si riconosce nelle categorie italiane di sinistra— dovrebbe avere a cuore l’amnistia molto più di quanto abbia a cuore l’esecuzione della condanna di Silvio Berlusconi. O di qualunque altra persona, a dire il vero.

L’amnistia, in definitiva, penso sia uno degli atti più di sinistra che ci possano essere —più di buon senso che ci possano essere, e infatti ogni tanto trova qualche sponda favorevole anche a destra (sebbene nelle persone che si trovano a destra solo perché le categorie italiane di destra e di sinistra, come già detto, sono categorie che valgono solo in Italia —sembra che l’italianità di cui si parla tanto in questi giorni per i casi Telecom e Alitalia, se ha un valore, lo ha solo in negativo).
Una persona di sinistra, secondo me, non dovrebbe pensare che un’amnistia potrebbe (condizionale, ché non sono un giurista e quindi non so come stiano esattamente le cose) salvare Silvio Berlusconi dalla sua condanna. Una persona di sinistra, di una sinistra non instupidita, dovrebbe pensare che un atto di amnistia pone rimedio ad una situazione carceraria che ha di molto oltrepassato il limite della legalità e di ogni rispetto dei diritti umani.

Invece no. La sinistra instupidita pensa che l’accelerazione di Napolitano (che poi una vera accelerazione a me non è sembrata) sull’amnistia rompa le uova nel paniere a chi è pronto a festeggiare l’uscita per via giudiziaria (perché quella politica, come abbiamo visto, ha fallito su tutti i fronti) del leader del partito politico con il quale si sta cercando —tra sempre maggiori difficoltà— di far finta che l’Italia, sebbene in crisi, abbia voglia di rimboccarsi le maniche. La sinistra instupidita ritiene più importante condannare ed eseguire la condanna del suo leader politico storico, contro il quale ha sempre perso, anziché un atto di fondamentale —e oggettiva, agli occhi dei non instupiditi— importanza.

Già. Ma da cosa è stata instupidita questa sinistra? Questa sinistra è stata instupidita, o meglio si è instupidita, quando ha abbracciato senza se e senza ma certi giornali. E certe procure. E certi partiti fondati dai fuoriusciti dalle procure in uggia di carriera politica. Viene constantemente instupidita da certi editoriali di giornaloni chic che parlano quasi di derattizazione dal berlusconismo. O da certe gazzette delle procure che non pubblicano notizie, ma copiaincollano brogliacci per non dire di altre carte che sulla stampa non dovrebbero trovare spazio.
Si è instupidita quando non si è accorta che la linea gliela stava dettando chi si è collocato a sinistra solo per convenienza politica (e per le solite, strambe, categorie italiane); ma che, in verità, stava a destra. Come certi ex magistrati. Come i grillini. Come Marco Travaglio. In quel momento, quando ha smesso di essere sinistra pur continuando a dichiararsi di sinistra, la sinistra era già altro. Una destra della peggior specie. Una destra inconsapevole di esserlo, che ad esempio non vuole l’amnistia se dovesse salvare Silvio Berlusconi. Che alla certezza del diritto preferisce un diritto incerto, senza pensare che oggi le va bene così ma domani potrebbe capitare a lei. Che raccoglie firme, inneggia ai plagiatori come ai nuovi eroi della letteratura di denuncia, s’indigna con la erre avvotolata, moraleggia e poi si dà una patina di difesa dei diritti civili quando c’è da inchiodare un marchio privato alle sue scelte di comunicazione e marketing. Una destra, questa sinistra instupidita, che riesce a sospettare (ah, la cultura del sospetto!) di un galantuomo come Giorgio Napolitano, accusandolo via Twitter di connivenza con il nemico di sempre, e ritenendolo organico senza capire che la sinistra del nostro capo dello stato è l’altra: può piacere o meno, ma non è instupidita.

Questa sinistra instupidita, invece, ha in sé tutti i difetti peggiori. Tra i quali svetta quello di non riconoscersi, di non capirsi più tanto è persa nell’inseguire questo o quel guitto buono per una stagione o poco più. È la vittima inconsapevole di un’operazione di marketing politico condotta da una serie di furbacchioni che tutto hanno, tranne l’essere di sinistra. Sono arrivati e hanno fatto credere che seguendoli, comprando i loro libri, pagando per i loro spettacoli, indignandosi con loro in battaglie fuori dal tempo, sarebbero stati puri e dalla parte dei giusti contro il puzzone. Con l’unico risultato che la sinistra ha finito di ragionare su cosa sia giusto e cosa no, non capendo di essere diventata altro.

Aggiornamento — proprio mentre stavo rileggendo questa notarella è arrivata la notizia che i ministri del Pdl si dimettono in massa. A dimostrazione che per una sinistra instupidita esiste una destra all’altezza.

Tra le virgolette (di un’intervista) — spedire la tessera ad un indirizzo nuovo.

Oggi Francesco De Gregori concede una lunga intervista ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera per dire quello che pensa della sinistra italiana.
A me il personaggio De Gregori non piace, proprio più come personaggio che come cantautore in generale. Per cui, politicamente distante da lui così come dall’oggetto della sua intervista, potrei anche fregarmente e passare oltre.
Potrei. Ma secondo me val più la pena postare un paio di virgolettati che — sì — anche a me, politicamente distante da lui così come dall’oggetto della sua intervista, hanno fatto andare il caffé per traverso dallo stupore al momento in cui li ho letti.

È un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto”, una moda americana di trent’anni fa, e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo slow food e poi magari, “en passant”, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me

ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l’accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull’Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l’ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell’etica e dell’estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di “regime berlusconiano”: è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere. E ho trovato anche ridicolo che si sia appiccicata una lettera scarlatta al sindaco di Firenze per un suo incontro col premier

Postati ad uso e consumo degli amici de sinistra, quelli che fanno parte dell’arco cangiante…

Ruzzle nella campagna elettorale.

Ruzzle, la versione moderna dello Scarabeo, è il talk of the town degli ultimi due giorni. Complici i media che hanno parlato del suo exploit in modo massiccio, sembra essere entrato pesantemente anche nella campagna elettorale italiana.

Due sono gli spot che girano e che hanno questo social-game come protagonista assoluto: uno di Sel e l’altro del Partito Democratico. D’altronde, chi più della sinistra è sempre stato in grado di arruffianare i gusti dei più giovani? Nessuno, anche se fa nulla se i tempi sono cambiati e oggi c’è meno voglia di vedere anche un app telefonica strumentalizzata in chiave politica.

Comunque, due spot. Nel primo, quello del partito di Vendola, 30 dei 45 secondi di durata totale sono utilizzati per elencare i nomi dei leader politici genericamente “di destra”: da Berlusconi a Monti passando per Fini e anche per quel Casini che di Vendola sembra essere il nemico (politico) numero uno, dato che con il suo celebre doppiogiochismo sta cercando di ipotecarsi il suo bel ruolo di sponda politica del Pd al senato.

La logica che sottosta a questo spot è quanto di più incomprensibile possa esserci. Al di là dello strizzare l’occhio ad un giochino accativante, al suo interno ci sono tutti i motivi per cui la sinistra fa fatica a imporsi nella campagna elettorale: anziché parlare di essa, perde più della metà del tempo a disposizione a parlare degli altri, quelli che sarebbero i suoi avversari, avvitandosi in una logica di comunicazione suicida.

Nel secondo spot, il partito di Bersani la mette più sulle spicce: in un ipotetico confronto tra il leader del Pd e Berlusconi, il primo vince sul secondo con il termine “diritti”, a quanto pare determinante nelle differenze tra i due schieramenti.

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Qui la pochezza dello spot si nota ancora di più: la sfida è ridotta a due e incentrata sulle parole chiave con le quali il Pd dovrebbe vincere le elezioni. L’impressione che ne deriva è quella di un rincorrere l’altro spot per non sfigurare. Cioè il peggio che possa capitare: si copia un’idea e, la maggior parte delle volte, la si copia anche male.