Gli smartphone al museo.

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Si leva una voce contro l’utilizzo degli smartphone nei musei. Non tanto perché, come ovvio, frammentano l’esperienza della contemplazione facendoci osservare un’opera attraverso un piccolissimo schermo; piuttosto, perché sono un collettore formidabile di dati che potremmo anche non avere molta voglia di fornire. Scrive Leann Davis Alspaugh che gli smartphone ormai hanno sostituito le vecchie audioguide:

e ora i visitatori leggono o ascoltano tramite gli auricolari le guide scaricate sui loro telefoni. Ma proprio come ogni altra forma di accesso che lo smartphone ci permette, l’interazione e a due sensi. Dal momento in cui entri nel museo — se non da prima, quando acquisti online i biglietti — stai anche contribuendo a fornire i tuoi dati personali e le informazioni che ti riguardano ai nuovi dipartimenti “coinvolgimento” dei musei. Non sorprenderti dunque se, mentre ti soffermi davanti ad un quadro di Caravaggio, ti arriva sullo smartphone un buono per l’acquisto di un cappuccino.
Oltre a ciò che forniamo volontariamente navigando sui siti dei musei o compilando i questionari sull’esperienza della visita, i musei stanno imparando molte cose sulle nostre abitudini utilizzando un nuovo strumento digitale che serve a raccogliere i nostri dati: il digital beacon. Questi piccoli trasmettitori senza fili, ora installati anche al Los Angeles County Museum e al Guggenheim, per esempio, possono registrare quanto velocemente i visitatori dotati di smartphone si muovo attraverso le sale, o quali opere attraggono più persone. Gli sviluppatori polacchi dell’Estimote, un modello di digital beacon, considerano il loro prodotto un «computer molto piccolo», compatibile con i più diffusi smart device e ad alta efficienza energetica. La sua forma irregolare e la sua colorazione a tinte pastello rendono l’Estimote facilmente riconoscibile. Questi beacon funzionano tramite una combinazione di segnali Bluetooth e una memoria basata sul cloud.
Resisi improvvisamente conto del loro deficit di innovazione, i musei si sono ritrovati a dover assumere immediatamente analisti di dati e a mettere in piedi dipartimenti di IT per snocciolare numeri.

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Il restringimento dello sguardo

foto via Flickr
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BusinessWeek ha appena reso noti i dati di una ricerca condotta da Flurry Analytics e Comscore, secondo la quale negli Stati Uniti le persone passano più tempo davanti ai tablet e agli smartphone che davanti alla televisione (compresi i suoi giovani eredi: le smart tv). Rispettivamente 177 contro 168 minuti. Certo, il tempo che trascorso davanti al telefono o alla tavoletta non comprende solo la fruizione dei video: con un iPad si possono fruire molti altri contenuti, come la navigazione in internet, i social network e tutto il microcosmo di applicazioni e giochi. Tuttavia la ricerca è indicativa di una tendenza e, con ogni probabilità, nei prossimi anni sarà più diffuso il guardare film su tablet anziché al cinema o in televisione (cosa che in alcune fasce d’età potrebbe già avvenire).

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Il telefono cellulare

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Andrew Martin festeggia a modo suo sul Guardian il trentennale del primo telefono cellulare apparso in Gran Bretagna, definendo il suo utilizzo un paradosso:

Qualunque valutazione dell’impatto del telefono cellulare sulla nostra vita sarebbe piena di paradossi. I cellulari rappresentano la libertà — a meno che il governo, o un giornalista di un tabloid, stiano curiosando tra le nostre telefonate. I cellulari sono una funzione dell’individualismo; ma come è possibile ciò, se tutti li usiamo per tutto il tempo? Si dice che con un telefono cellulare nessuno ti potrà mai dare buca ad un appuntamento. O sarebbe più vicino alla realtà dire che vieni doppiamente snobbato, perché la persona che dovevi incontrare non solo non si è presentata, ma ha anche spento il suo telefono?

Tutti usiamo il telefono, anche se non riusciamo mai a capire la loro utilità, fino a quando si rompono:

Non riesco a tenere a mente l’utilità di un cellulare mentre lo sto usando — questo anche se mi è capitato di scrivere racconti storici dove descrivevo la scomodità di inviare messaggi nell’Inghilterra edoardiana: in bicicletta fino all’ufficio postale, bucare una gomma per strada, fare la coda per avere il modulo dei telegrammi, scrivere il telegramma, chiedere il costo della spedizione, realizzare di non avere abbastanza soldi, andare alla banca sull’altro lato della strada e fare la coda anche lì, ritornare all’ufficio postale e vedere che era chiuso per pranzo.
Piuttosto, mi arrabbio quando i cellulari non funzionano. Attualmente, per esempio, mio figlio più giovane ha lo smartphone rotto: può chiamarti ma tu non puoi chiamarlo; o, almeno, tu puoi chiamarlo, ma lui non ti sente. Anziché aggiustarlo, mio figlio si è inventato una frase pre-registrata per quando qualcuno lo chiama: «Grazie per avermi chiamato. Probabilmente dovremmo avere una conversazione, ma non riesco a sentirti, perciò per favore mandami un sms».

A futura memoria.

Fatemi fare un po’ il nostalgico. Non cambierei il mio iPhone con niente al mondo, sia chiaro. Ma per chiunque abbia mai avuto un BlackBerry in vita sua, quanto ha scritto Andres Martinez su Zocalo Public Square (ripreso poi da Slate) è da scolpire su pietra e tenere lì, a futura memoria:

The other seismic cultural shift was that intimate two-way communication ceased to be the primary purpose of handheld devices. To this day, no other device can match the Blackberry, with its keyboard, for the ease with which you can pound out a long, thoughtful e-mail. I have written entire articles on a Blackberry, but I am reduced to writing like a second-grader when using the iPhone’s virtual touchscreen keyboard. The iPhone is less about correspondence and authorship than about photos, video, and short tweets. The battle for inches between touchscreen and keyboard has fundamentally altered how we communicate. Twitter’s rise is the natural result of the touchscreen’s triumph. It is hard, after all, to type anything longer than a tweet on an iPhone, not to mention type anything accurately, as acknowledged by those ubiquitous “pardon my typos” disclaimers on e-mail and the zealous autocorrect.

Even friends who mock me for clinging to a Blackberry long after it ceased being cool will admit that the BB is better for e-mail. Then they point out that the iPhone is better for everything else. But to me, that sounds a bit like saying Car X is better than Car Y for everything except getting you from Point A to Point B.