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Un pubblico adatto a recepire, forse, non è mai esistito. E’ sempre stato formato.

Di solito quando si vuole dimostrare una tesi partendo da un esempio, lo si sceglie per lo meno calzante. E non è detto che, quello di partire proprio da un esempio solo, sia il modo migliore per arrivare alla dimostrazione finale. L’impressione che ho avuto leggendo il pezzo di Christian Caliandro pubblicato su Art Tribune è proprio questa: che l’esempio fosse quanto meno sbagliato, e quindi la tesi di fondo non stesse molto in piedi. La tesi di Caliandro è facilmente riassumibile nel catenaccio al suo pezzo “Il problema della ricezione: gli Smashing Pumpkins e lo sporco della vita”:

come può esistere un oggetto artistico rivoluzionario, se non esiste (più) il pubblico adatto a recepirlo e fruirlo?

L’oggetto “artistico rivoluzionario”, preso ad esempio per la dimostrazione della tesi, sono gli Smashing Pumpkins, e in particolare il loro ultimo lavoro “Oceania”, definito come “caso studio” per affrontare la questione. Qualcosa però non mi sembra quadrare. Nel 2012 — dopo che gli Smashing Pumpkins sono già stati assorbiti dall’estabilishment musicale come parte integrante, avendo raggiunto negli anni ’90 vette di notorietà molto alte e avendo influenzato generazioni di musicisti successivi a loro — non vedo dove stia la rivoluzione nella loro musica. Limitando il campo dell’analisi a “Oceania”, si potrebbe anche aggiungere quanto segue: il disco è bruttino, senza il bisogno che lo scriva Pitchfork (oggetto di una forte reprimenda da parte di Billy Corgan e, per la proprietà transitiva, anche di Caliandro). Ma la questione non è nemmeno questa: fosse stato anche un capolavoro, si sarebbe trattato di rivoluzione artistica? Ne dubitiamo. Il problema però sembra essere un altro: la generazione dei blog musicali è incapace di riconoscere un capolavoro, i tempi sono cambiati, ora c’è una fruizione musicale usa e getta sostenuta da una critica che ha bisogno di indirizzare il pubblico di riferimento proprio verso questa bulimia in cui l’approfondimento svetta in negativo. Insomma, il pubblico è modellato al non riconoscimento dei capolavori (nella musica come nell’arte, che poi dovrebbe essere il campo che interessa di più a Caliandro, immaginiamo anche solo per le pagine che ospitano il suo intervento). Questo è già più ragionevole, solo che per rimpiangere dei tempi forse bisogna guardare a quelli un po’ più indietro del grunge, cui Corgan (e, ancora per la proprietà transitiva, Caliandro) sembrano guardare con la lacrimuccia della nostalgia — l’uno forse per motivi commerciali, l’altro probabilmente da semplice fan.

Già associando Corgan e gli Smashing Pumpkins al grunge si compie un’azione storicamente poco corretta, almeno rimanendo allo stretto ambito musicale. Ma sorvoliamo. Se però “Nevermind” fu capolavoro universalmente riconosciuto e “Oceania” no, non è per via della critica che ha forgiato un pubblico sordo. Da una parte avevamo un disco furbetto, ma in qualche modo di svolta, con tutto il contorno di rockstar maledetta e chiacchierata. Dall’altra abbiamo un disco debole, prodotto da un gruppo in piena parabola discendente (qualcuno dice anche oltre il capolinea, non so se Pitchfork che non sono solito leggere o il buon senso), rimesso in piedi dal solo leader dopo che innumerevoli altri tentativi di tenere alto il suo nome non erano andati esattamente a buon fine (do you remember Zwan? Io no…). Detto questo: i tempi del grunge, per quanto tremendamente lontani, a livello di critica e di pubblico sembrano essere anche tremendamente vicini. Scoppiato il bubbone (che no, Caliandro, non voleva essere la “reazione al pop commerciale e artificiale degli anni Ottanta”, almeno non solo), il genere venne codificato e assorbito almeno quanto le nuove generazioni di musicisti “perfettamente intercambiabili, massimamente noiosi e accademici” portati in palmo da Pitchfork, e venne fatto fruttare ad uso e consumo delle masse, complici le testate musicali di tutto il mondo a braccetto con l’industria discografica. (Apro solo una piccola parentesi: musicisti “intercambiabili” sono esistiti in tutte le ere: trovato l’originale che vendeva, si è provveduto a fotocopiarlo in grandi quantità. Il “noiosi” si rubrica alla voce “gusti personali”, per quanto uno poi si sforzi di non trovare noioso “Oceania”. Quanto al “massimamente accademici”, quello forse è il prodotto dei nostri tempi: gli hipster si collocano così, ma anche molte testate che hipster non lo sono — o non lo sono dichiaratamente, o sono addirittura dichiaratamente contrarie.)

La mia raccolta di riviste musicali sta su uno scaffale troppo in alto rispetto a dove sto scrivendo adesso, per cui mi si perdonerà se vado a memoria e non cito la fonte (mi pare fosse un vecchio numero di Rolling Stone), ma quando i Warrant, cioè uno di quei gruppi cui fu dato il ben servito all’arrivo del grunge da parte dei mondi discografico e critico evidentemente meno interessati alla ricerca del capolavoro di cui sembra preoccuparsi Caliandro, e più avvezzi invece al battere cassa — quando i Warrant, dicevo, entrarono negli uffici della A&M per sbrigare pratiche contrattuali e videro che nell’ufficio del boss il loro poster era stato sostituito da quello degli Alice In Chains, capirono che era finito tutto. Non perché una nuova ondata di musica genuina era arrivata a scalzarli, ma perché i gusti del pubblico (per la solita strana coincidenza astrale per cui i giovani si appassionano a qualcosa) erano mutati, e discografici ed editori delle più grandi testate musicali del pianeta avevano perfettamente compreso come la vacca da mungere fosse diventata un’altra. Nessuno ha reclamato che “Dog Eat Dog” o “Ultraphobic”, giusto per rimanere in tema di Warrant, fossero capolavori non riconosciuti: semplicemente erano dischi deboli, come “Oceania”, prodotti da gruppi artisticamente incartati anche (ovviamente non solo) per via di un benservito di media e industria.

Certo, citare il Grunge viene sempre comodo, perché è universalmente rappresentato come l’ultima grande rivoluzione musicale in grado di dire qualcosa, come se dopo invece ci sia stato lo stallo assoluto, e non sia stato prodotto più nulla di interessante — il che non è semplicemente vero. Il difetto di questo pensiero sta, purtroppo, nel farlo sempre discendere dall’altra grande rivoluzione universalmente dipinta come una delle ultime e più genuine: il punk. Genere musicale (o sottocultura extramusicale, a seconda di chi ne parla) cui è stato attribuito il più grande numero di figli, più o meno legittimi. Ma, rimanendo nel campo strettamente musicale, il grunge si rifaceva molto di più al rock degli anni ’70, e per capirlo basta aver ascoltato anche distrattamente i dischi di quegli anni. Che poi il mondo di riferimento, negli anni Novanta, fosse costituito dai ragazzini che, contestualmente agli Alice in Chains e ai Pearl Jam (e, certo, ai Nirvana), riscopriva anche i Sex Pistols o i Crass, è fuori discussione: ma perché era tutto un grande “fuck the system” foraggiato dal sistema che poi nessuno è riuscito mai a fottere veramente.

Quanto alla tesi di fondo di Caliandro, cui ho dato evidentemente poco spazio perché poco spazio ne ha dato anche lui, fornendo l’esempio di fondo sbagliato: beh, un capolavoro lo si riconosce (anche) a distanza di tempo. Forse a Pitchfork tra qualche anno saranno pronti a rimangiarsi tutto (compreso l’ultimo barlume di ragione che gli sarà rimasto) e a nominare “Oceania” uno degli migliori dischi degli anni Dieci di questo nuovo millennio. Io rimango tra quelli cui non interessa molto se un disco è blasonato o bistrattato dalla critica. Come diceva quello nello spot delle camicie: se va bene a me… Ma fare una battaglia culturale in nome di “Oceania”, ecco, questo mi sembra davvero esagerato.

Se poi, invece, si vuole andare ad indagare sul concetto di sporco, non solo come ornamento estetico tipico del grunge (e solo estetico: la sporcizia musicale, anche intesa in senso lato, è altra), bisogna decisamente guardare altrove. Il rumore — ovvero la cosa che in termini di suono è più spesso associata allo sporco –, ha dato origine ha importanti movimenti musicali. Dal Futurismo agli avanguardisti, alle sperimentazioni noise. Niente a che vedere con i dischi capolavoro declamati da Pitchfork, ma nemmeno con gli Smashing Pumpkins ad essere sinceri. Sinceramente, non so se esista un pubblico adatto a recepirlo; per mia esperienza personale, sarei portato a dire di sì.