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Uscire dai bar, la mattina, in Corso Sempione.

corso_sempione

A riprova del fatto che non è su Internet che prendono forma le idiozie più assurde, le notizie più false, il chiacciericcio più inutile, e per tranquillizzare Umberto Eco (e Michele Serra) circa il fatto che Internet non genera un bel niente e semmai amplifica (ma amplificano anche i libri, i giornali, le riviste ecc.), testimonio quanto segue.

Questa mattina, uscito dalla metropolitana, mi avviavo verso Corso Sempione a Milano per poi, da lì, raggiungere il lavoro. Notavo che tutta la circolazione era bloccata da un grande dispiegamento di forze di polizia municipale, impegnate nel duro compito di tenere a bada i pedoni sui marciapiedi e gli automobilisti e i motociclisti sulle strade che si immettono nel corso. Pensavo, tra me e me, che da lì sarebbe dovuto passare qualcuno di importante. Poi mi sono ricordato che a Milano era arrivata Michelle Obama e che, probabilmente, questa mattina sarebbe dovuta passare da Corso Sempione per uscire dalla città e raggiungere i padiglioni dell’Expo o non so che. (Più tardi ho poi scoperto che era proprio così).

Tra le tante cose che pensavo c’era che, poverina, la first lady non ha davvero un attimo di pace: se per dover attraversare una città blocca il traffico, non oso immaginare gli ostacoli nella sua vita privata quando decida di voler fare qualcosa sulla scorta del fatto di volerla fare e basta, senza dover dare giustificazioni a nessuno. Ma questo è il meno. Perché pensavo anche a Umberto Eco e alle presunte cazzate che nascerebbero e crescerebbero sui social network — la mattina, devo ammettere, non è un gran pensare il mio pensare — e mi accorgevo di una cosa. A pochissimi era chiaro che a bloccare il traffico fosse il passaggio di Michelle Obama. Per tutti gli altri, non so se per loro ignoranza della notizia o se per una questione di sintesi ahimé abusata non solo sui social network ma anche nella vita reale, era semplicemente «Obama» a costringerli a stare fermi e disciplinati sul marciapiede, sotto lo sguardo severo (ma non troppo) di una vigilessa urbana. E vi risparmio la demagogia non solo inutile, ma anche ingiustificata/ingiustificabile, che le mie orecchie han dovuto sentire sul numero di vigili urbani e poliziotti impiegati, su quante moto chiedevano strada, su quante macchine fungevano da scorta e così via. Proveniva tutta da gente che stava andando al lavoro, mica appena uscita da un bar di Corso Sempione.

foto Fototak.

Tic e condivisioni di riflesso.

Chinua Achebe è stato uno scrittore e critico letterario nigeriano, famoso dalle nostre parti soprattutto per il romanzo Il crollo (1958). È morto a Boston il 22 marzo 2013, due anni fa.

Negli ultimi giorni si è assistito però ad una specie di sua seconda morte. Tutto è partito dalla rete. Come ha ricostruito Joshua Benton su Neiman Lab, qualcuno per celebrare l’anniversario della sua morte ha scritto un tweet e ri-condiviso l’obituary che il New York Times aveva dedicato allo scrittore. In pochissimo tempo, Achebe è diventato trending topic su Twitter e su Facebook, con la notizia della sua morte condivisa da moltissime persone, tra cui personalità attendibili come Susan Rice, consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, che in un tweet del 23 marzo (poi rimosso) parlava di «giornata triste per la Nigeria»:

First Post, che ha ricostruito tutta la storia, parla del fenomeno della «condivisione di riflesso»: si condivide senza porsi troppe domande sul contenuto di ciò che si sta condividendo, ma anzi dando per assodato che, parlandone la rete ed essendo citata una fonte autorevole come il New York Times, la notizia sia non solo affidabile, ma anche ‘fresca’. A tal proposito scrive Shirley Li sull’Atlantic:

I lettori spesso non fanno caso alla data di pubblicazione di una storia, perché non c’è associazione tra la stessa e il momento in cui la leggono. Nel passato, la gente prendeva fisicamente in mano un giornale raccogliendolo sulla porta ad una certa ora del giorno (o accendeva la TV per vedere i notiziari della notte). Oggi quelle stesse notizie vengono presentate su internet non sotto forma di titoli, ma di topic; vengono trasformate in parole chiave che a loro volta diventano hashtag. La nozione di data di pubblicazione associata a storie individuali oggi sembra datata. E dal momento che chi produce le notizie fa sempre più affidamento sui social network (soprattutto su Facebook) per farle circolare, tutto l’ecosistema delle notizie incentiva il tenere la data e l’ora di pubblicazione in qualche modo nascosta.

La conseguenza maggiore di ciò è la scomparsa di una data di scadenza per le notizie, siano esse breaking news (e dunque qualcosa di legato ad un determinato momento) o storie che possano essere letta anche fuori dal contesto temporale nel quale sono avvenute. First Post fa poi notare anche un altro aspetto che deriva da questa vicenda, e che ha a che vedere con la distrazione e i riflessi automatici dovuti all’esposizione a flussi ininterrotti di informazioni:

Siamo abbastanza certi che molte persone che hanno condiviso il link al NYT con l’obituary di Achebe abbia fatto lo stesso due anni fa, quando lo scrittore morì per davvero — e se ne sia semplicemente dimenticata. Nel flusso infinito di condoglianze via web, è molto facile perdere traccia di quelle che hai espresso nella tua timeline. E se un certo numero di persone che ricordavano che Achebe era morto due anni prima hanno ridacchiato in silenzio osservando le loro timeline, la verità è che fenomeni di questo tipo dicono qualcosa su di noi e sul moto in cui rispondiamo al flusso costante di informazioni che proviene da internet.

La ricerca della visibilità sociale

In un lunghissimo articolo di Jacob Silverman sul Guardian che affronta la questione dell’esserci o non esserci sul web — e la affronta in modo articolato, fin troppo, e anche un filino moralista, nel senso che si perde nel dare un po’ troppi giudizi senza poi arrivare alla conclusione di un suo, di giudizio — c’è spazio anche per quella tipologia di persone che stanno sui social tutto il giorno, pur senza condividere nulla. Ad un certo punto emerge anche un termine che mi riporta indietro alla fine degli anni 90, quando bazzicavo i newsgroup musicali italiani e quella parola si usava molto:

Nel web sociale, la persona che non condivide è vista come un modello superato che non può trovare posto nel nuovo spazio sociale. Se non addirittura sconnessa del tutto, quella persona non è semplicemente connessa a ciò che conta — magari ha una email, ma non un profilo Facebook, oppure sì ma non lo usa molto. (Il termine prevalente per indicare questo tipo di persona è «lurker», una vecchia parola mutuata dalle message board, leggermente peggiorativa, che descrive qualcuno che legge la board ma non pubblica mai i suoi messaggi). Non è strano chiedersi perché un amico stia su Twitter ma twitta raramente, o perché metta spesso «mi piace» sugli status degli altri in Facebook, ma non posta mai nulla. Perché non sono preoccupati di accumulare capitale sociale? Perché ancora, essere nella minoranza “tranquilla” è meglio che non esserci del tutto. Va forse peggio alla persona i cui frequenti tweet e aggiornamenti di stato non ricevono risposta alcuna. Nell’epoca dei social media, sforzarsi per cercare la visibilità e non raggiungerla è un’amara sconfitta.

Risucchiati dalla rete.

immagine via Flickr

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Jemima Kiss sui flussi incontrollabili cui la rete ci sottopone ogni giorno

Condividere dovrebbe implicare che abbiamo letto e quindi consigliamo ciò che stiamo postando, ma su Facebook questo non avviene spesso, specie con il giornalismo. Il flusso di news infinito cui siamo sottoposti non vuole che leggiamo un articolo — vuole invece che ci immergiamo nella frenetica abitudine social di scorrere, mettere like e condividere sempre maggiormente. Il news feed non è progettato per offrirci il miglior ambiente dentro il quale perderci, per dire, in un pezzo ben scritto sulla salute dell’industria nel mondo sviluppato, che ci invita a commentare e porre delle domande a chi l’ha redatto e agli esperti che hanno contribuito alla sua realizzazione.

Fruire di così tante informazioni porta ad un deficit di attenzione: più siamo immersi negli aggiornamenti e meno riusciamo a concentrarci su di essi, in una sorta di consumo frenetico e bulimico che alla fine non ci lascia nulla. Tra le capacità maggiormente danneggiate da questo fenomeno, sebbene non ce ne rendiamo sempre conto, c’è la creatività:

Dobbiamo sviluppare una nuova auto-consapevolezza che ci faccia capire quando veniamo risucchiati dalle cose, quando stiamo perdendo tempo, quando siamo manovrati da un algoritmo. È difficile capire cosa perdiamo in questa immersione, ma è fondamentale comprenderlo. Leggendo tra i migliori buoni propositi scritti per l’anno nuovo c’erano più cose da tagliare che obiettivi da raggiungere […]
Ciò che credo si perda in tutto questo rumore sono la creatività e il pensiero originale — quell’esplosione casuale, imprevedibile ed eccitante di idee che spuntano fuori quando meno te l’aspetti. E se pensiamo di essere a corto di idee creative, osservazioni e pensieri, falliamo nel voler riciclare le cianfrusaglie della rete, quando invece dovremmo costruire pensieri e opinioni che ci aiutino a navigare in questo formidabile, immenso ma anche insoddisfacente mare che abbiamo creato.

(H)Ello.

Ello è il social network che negli ultimi 3-4 giorni sta sulla bocca di tutti. I suoi ideatori, nel manifesto, promettono un’esperienza completamente diversa rispetto alle altre piattaforme social, dove loro dire:

every post you share, every friend you make and every link you follow is tracked, recorded and converted into data. Advertisers buy your data so they can show you more ads. You are the product that’s bought and sold.

Se siete indecisi se iscrivervi o meno, Jess Zimmermann sul Guardian prova a schiarirvi le idee:

Right now, people are getting on Ello because their friends are there, or they want to see if their friends are there. Everyone’s feed is “you followed x” and “x followed you” and no real interaction, because interaction isn’t the point. This is orientation week. We’re saying hi and putting up posters and labeling the dividers in our three-ring binders because this year, this time, it’s going to be better. There’s nothing inherently better about the new year or the new classes or the new binders. But they’re exciting because we don’t know yet how they’ll fail.

Ello will not be successful, in the long run. But if it appears successful in these early days, that’s not a referendum on the service itself; it’s a referendum on how disillusioned we are with the options we have right now. Entrenched social networks like Twitter and Facebook would do well to pay attention, because they’re the ships we’re trying to abandon. Sure, they could sit smugly and say “you’ll be back”, and we will – most of us will never actually leave. But this is also a good opportunity for the big guys to figure out why a chunk of their userbase has such a wandering eye.

Ho aggiornato Tweetdeck e…

Tweetdeck era un bellissimo client per gestire Twitter. E, in modo minore, anche Facebook, LinkedIn, Foursquare, Google Buzz e MySpace. L’unica integrazione diretta, come si capisce dal nome, era con Twitter; degli altri network si poteva però fare l’aggiornamento di stato. Così, se i tuoi account Twitter, FB e LinkedIn non erano sincronizzati (a non tutti piace), ma volevi che un cinguettio apparisse anche sulla tua bacheca e fosse visibile ai tuoi contatti lavorativi, bastava scrivere il testo e selezionare i pulsanti corrispondenti a qualunque social network sul quale volevi far apparire l’aggiornamento. Semplice, intuitivo e non invasivo.

Nel maggio scorso è stato comprato per una cifra compresa tra i 40 e i 50 milioni di dollari da Twitter, che lo considerava un rivale scomodo per il suo (scarso) client ufficiale, e dall’altro ieri è disponibile sull’Appstore. Questo nuovo ti obbliga a registrarti mediante account che, misteriosamente, non è lo stesso di Twitter. Sono poi spariti LinkedIn e Foursquare (Google Buzz nel frattempo è morto e di MySpace non parla più nessuno) e le notifiche ai lati dello schermo (se attivo “notifications popup” non succede nulla). Anche le foto nei tweet ora vengono aperte nel browser, siano esse caricate su Twitter, su Twitpic o su Yfrog. In compenso Facebook è entrato prepotentemente a far parte del pacchetto. Per cui, se commetti l’errore di aggiungere il tuo account durante la configurazione del primo avvio, tutti gli aggiornamenti di stato dei tuoi amici, tutti i tag, tutti i messaggi privati vanno a finire — mischiandosi! — a quelli di Twitter, rispettivamente nel colonnino della timeline, in quello delle menzioni e in quello dei messaggi diretti. E non c’è modo di toglierli: cassando l’account FB tra quelli che Tweetdeck controlla non si ricevono infatti più gli aggiornamenti, ma lo storico rimane. Ci sono solo tre soluzioni. Quella impraticabile è di cancellare a mano gli aggiornamenti, i tag e i messaggi privati. Quella fastidiosa, eliminare almeno dal colonnino menzioni tutto lo storico, compreso quello di Twitter. Quella furba è di tenersi la versione vecchia, ancora perfettamente funzionante, e non eseguire l’upgrade a quella nuova.