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Un grande compleanno.

wyattLa prima volta che ho sentito Robert Wyatt è stata sul disco Third una decina di anni fa. Ci sono arrivato tardi, ma del resto a quel tipo di rock non ci si affeziona durante l’adolescenza: manca il brivido. Che ovviamente non è vero che manchi, anzi. Solo che servono un grande lavoro d’orecchio, una grande pazienza. Mica è musica, quella, che può ascoltare chiunque facendo un volo dal — chessò — punk rock alla scena di Canterbury apprezzandone tutte le sfumature. Io a Third ci ero arrivato via il progressive rock. Le fonti che mi nutrivano (col senno di poi: mica ‘ste grandi fonti) me lo avevano spacciato come uno dei capolavori assoluti del genere, solo un po’ più intriso di jazz (del jazz, al tempo, ero ancora quasi totalmente a digiuno). Mi aspettavo i Gentle Giant, trovai tutt’altro. Non mi piacque, così come non mi piacque Moon in June la prima volta che l’ascoltai: quel brano, ancora più che tutto Third, sono stati il mio primo vero incrocio con Robert Wyatt, cioè con il succo di quello che è Robert Wyatt. Di quello che è sempre stato, non solo nella sua prima parte di carriera (quella di batterista bipede, come ama ironizzare). C’era però qualcosa, in Moon In June, che era impossibile da ignorare: la voce. Robert Wyatt, per il tempo che gli fu concesso di suonare la batteria, era stato un gran bel batterista. Non nel senso che fosse tecnico, o che cercasse nella tecnica, nel manierismo, nel virtuosismo la sua essenza di musicista. Tutt’altro, a Wyatt di quelle cose lì non è mai importato un cazzo. Solo che gli ascolti di gioventù — Cecil Taylor, soprattutto, perché il suo modo di suonare la batteria era un po’ pianistico, e d’altronde stiamo parlando di due strumenti «a percussione» — devono avergli indicato la strada, devono essergli rimasti impressi più di qualunque seminario su uso e tecnica dello strumento. E tanto più pestava — era un pestone, Robert Wyatt — tanto più la sua voce sembrava arrivare direttamente dal lui bambino. Una voce d’angelo, una voce malinconica. Due aspetti che l’hanno sempre contraddistinto. No, non era possibile ignorarlo.

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