Oggi su Medium

Oggi ho scritto un pezzo su Medium, la piattaforma a metà tra il blog e la cura dei contenuti, che sembra un magazine digitale e che è stata fondata da Evan Williams e Biz Stone (già Twitter). Si chiama quasi come un vecchio brano di Gil Scott-Heron: una specia di tributo, essendo un pezzo che tratta anche di musica.

The revolution will be metadataed.

C’è una cosa che vorrei dire agli amici di Spotify.

Ho un rapporto molto stretto con Spotify. E quando dico Spotify non intendo un nome per indicare un servizio. Intendo proprio quel servizio. Quello svedese, che sta rivoluzionando il mondo della musica — ma un vecchietto come me ormai non crede più molto ai facili entusiasmi delle rivoluzioni.

Ho un rapporto molto stretto nel senso che lo uso dal primo giorno che è stato lanciato in Italia. Era il 12 febbraio 2013: quella volta ho avviato la prova gratuita di due giorni della versione Premium, dopodiché mi sono abbonato. Sono quindi 12 mesi che pago 9,99 euro al mese per avere accesso a tutta la musica del loro catalogo, ovunque voglio, con possibilità di sincronizzare online e senza interruzioni pubblicitarie. Sono un vecchietto, ve l’ho detto: e da vecchietto ho ancora la concezione di un disco inteso proprio come album, con un suo ordine che non voglio sia interrotto ogni due brani da un tizio che mi dice di comprare qualcosa. Per me l’ascolto — diciamo così — è sacro.

I motivi per cui ho aderito a Spotify sono molti. Su tutti, a me la musica piace pagarla. Non sto dicendo di non aver mai fatto nell’altro modo, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Però, ecco, io i dischi li compro. Ancora. Solo che abbonandomi a Spotify pensavo che ne avrei comprati meno. Un compromesso accettabile per 10 euro al mese.

Il suo successo ha portato ad urli di dolore lanciati a più riprese dagli artisti, che accusano lo streaming online di non far guadagnare loro tutto ciò che gli spetterebbe. A questo non credo. Ho già ripetuto più volte — anche su queste pagine — che è un grido di dolore miope: non perché non sia vero in sé, ma perché la causa non è Spotify. Semmai sono gli accordi presi dalle case discografiche con questi servizi a essere poco vantaggiosi per gli artisti. La discussione, per chi fosse interessato, è ampia.

Delle 10 euro mensili che spendo a vario titolo, quelle per Spotify sono tra le meglio spese. Lo uso praticamente sempre, lo sfrutto dal primo all’ultimo centesimo. Anche in questo momento, mentre scrivo, sto streammando un disco da Spotify. Direte: e come fai a trovare il tempo di ascoltare tutta quella musica? Risponderò: avete presente il tempo che trovate, voi, a seguire tutte quelle serie tv? Io lo adopero per ascoltare dischi. Io arrivo alla sera con le orecchie stanche. Tanto stanche da iniziare a pensare che, forse, sarebbe il caso di seguire anche qualche serie tv: gli occhi, del resto, mi funzionano benissimo. In questo, dunque, non sono un cliente medio di Spotify. Sono, piuttosto, il cliente che il mercato discografico dovrebbe adorare oltre misura: non contribuisco all’impennata fatua delle vendite dei vinili, ma contribuisco a quello zoccolo duro di gente che apre il portafogli per passione e non per feticismo (ché quando finisce il feticismo cosa rimane?).

Tuttavia c’è una cosa che mi ha stancato di Spotify e che a più riprese (e in buona compagnia) ho fatto presente lassù in Svezia, dove però continuano ad ignorarla. Nelle app per telefono e tablet non c’è alcuna possibilità di cancellare la cache o di definire la quantità di spazio che si vuole dedicare. Faccio un esempio: tutta la musica che ascolto in streaming o che sincronizzo offline viene salvata da qualche parte nel mio dispositivo. Per sempre, anche se tolgo la sincronizzazione o non ascolto più il brano per secoli. Non c’è modo di controllare quella porzione di spazio che viene occupata a forza, né tantomeno eliminarla senza ricorrere alle cattive maniere (che poi è quello che consigliano anche loro: disinstallare e reinstallare l’app).

La motivazione ufficiale di ciò è: in questo modo risparmi banda, perché se ascolti sempre le stesse canzoni, noi le teniamo già pronte per te. Obiezione, vostro onore. E proprio questo il motivo per cui mi sono abbonato: per decidere cosa sincronizzare offline — verosimilmente gli ascolti abituali. E perché voglio il controllo di come, quanto e con cosa intasare il mio telefono. Non mi sembra di chiedere la luna; e comunque nel libero mercato se i concorrenti la offrono, la luna, per non perdere fette di clienti bisognerebbe iniziare a metterla nel menù. Pare sia un piatto piuttosto richiesto, leggendo i vari forum online.

Avessimo dei telefoni a memoria infinita, il problema non si porrebbe. Il fatto è che in questo modo lo spazio occupato dall’applicazione cresce a dismisura. Diventa una valanga incontrollabile, che rende il telefono inutilizzabile nel giro di un mese tanta è la memoria occupata inutilmente. E tutte le volta a disinstallare e reinstallare, nemmeno fossimo all’alba delle nuove tecnologie.

Ho contattato l’assistenza più volte. Siamo passati dal «ci stiamo lavorando» al «ci stiamo lavorando». Nessun progresso. Anche oggi pomeriggio: «Grazie del feedback. Lo abbiamo girato ai nostri tecnici». E’ la quinta volta che lo girano. Dei geni, praticamente. Ci sono persone (paganti) che chiedono loro una semplicissima miglioria, e questi continuano a prendere atto della necessità di introdurre la miglioria. Rimandandola.

Si sente spesso dire in giro che i tizi dietro ‘ste startup tecnologiche siano le persone più smart del mondo. Non metto in dubbio la tendenza generale, anche se a volte mi viene da mettere in dubbio il caso particolare.

Il principale concorrente di Spotify, cioè il francese Deezer, questa funzione ce l’ha. Ti fa cancellare con un semplicissimo pulsante la cache, e ti fa decidere quanto spazio vuoi dedicarle tra tutto quello residuo del tuo iPhone o iPad. Infatti una volta ho minacciato, via Twitter, di passare a Deezer se non avessero risolto il problema. Mica l’han risolto, per carità: mi hanno regalato un mese di abbonamento. A me, capito? Quello che le banche chiamerebbero pagatore affidabile.

Mi spiacerebbe cambiare tutto di punto in bianco. In quanto vecchio, inizio a diventare anche metodico e piuttosto abitudinario. E poi con Spotify mi trovo bene. Molto bene. E questo è un giudizio del tutto disinteressato, dal momento che a differenza del 99% di quelli che citano questo tipo di servizi nei loro tweet, o che li embeddano nei loro siti, io il servizio lo pago. Non me lo regalano mica. Parliamoci chiaro: non sto smarchettando un bel niente, né tantomeno facendo gli occhi dolci a qualcuno.

Però adesso la misura è colma e se entro un mese non sono in grado di introdurre una funzione che l’amico mio sviluppatore di app mi ha detto richiedere mezzora per essere implementata, passo ai francesi. Seppur come idea, da italiano, non è proprio la fine del mondo.

Spotify si spiega.

Spotify, più volte attaccato dagli artisti con argomentazioni un po’ dubbie, ha pensato di fare un po’ di chiarezza aprendo Spotify for Artists, un sito internet dove è spiegato il funzionamento del servizio e dove sono reperibili dati sul suo andamento. Questo perché:

With any format change in music – CD and iTunes included – there’s a lot of confusion around how these different models work, and quite often some serious scepticism. We understand that’s out there, so we want to be as clear and transparent as we possibly can explaining how Spotify fits in.

Spotify, nella mente di chi l’ha creato, è considerato alla stregua di un semplice cambio di medium. Nel passato, ad ogni transazione — dal vinile alla cassetta, dal vinile al cd, dal cd ad iTunes — si sono sollevati polveroni, dubbi, inchieste, controinchieste. Interessi di parte, soprattutto.

Anche Spotify for Artists rappresenta un interesse di parte, certo. Per fare un paragone un po’ azzardato, è come uno studio commissionato dalla Coca Cola sui benefici delle bevande gassate. Però a me sembra anche un buon punto di inizio, una risposta a quegli artisti che maggiormente avevano mosso delle critiche a questo nuovo paradigma di consumo musicale.

Attendiamo fiduciosi la contro-replica degli interessati. Qualora ci fosse. Nel frattempo facciamo notare una cosa. Nell’algoritmo pubblicato sul sito e che spiega il funzionamento dei pagamenti attualmente adottato da Spotify, è evidente che il collo di bottiglia che strozza i guadagni degli artisti è rappresentato dal modello industriale ancora in vigore (e non più sostenibile, come già detto), e non dai servizi di streaming musicale.

Voci assennate.

Nel lungo dibattito che si è sviluppato intorno ai nuovi modi di fruire musica — che da queste parti sono stati parecchio analizzati — finalmente inizia a levarsi qualche voce assennata. Sto parlando della violoncellista Zoe Keating che, intervenendo ad una tavola rotonda organizzata dalla Virgin la scorsa sera a Londra, ha messo in chiaro un paio di cose. Cioè che per musicisti come lei è impensabile non prendere in considerazione l’uso delle nuove tecnologie applicate alla distribuzione musicale (dunque Spotify e tutti gli altri servizi sotto attacco dei grandi nomi come Thom Yorke e David Byrne). A patto però che questi servizi non si basino più su modelli economici come quelli del passato, frutto di negoziazioni con le sole case discografiche. Quello che chiede Zoe Keating, in sostanza, è che gli artisti siano inclusi in queste nuove meccaniche:

An artist like me couldn’t exist without technology: I can just record music in my basement and release it on the internet. And it’s levelled the playing field: an obscure artist like myself who makes instrumental cello music can just get it all out there. But this is not just an excuse for services to replicate the payment landscapes of the past. It’s not an excuse to take advantage of those without power. Corporations do have a responsibility not just to their shareholders but to the world at large, and to artists.

Ancora su Byrne, Yorke, Spotify e l’industria discografica

Non sono l’unico a non aver gradito l’intervento di David Byrne pubblicato l’altro giorno sul Guardian a proposito di musica, Spotify e di internet che soffoca la nostra creatività. Dave Allen su North, ad esempio, usa argomenti simili ai miei per quanto riguarda la colpa del fatto che gli artisti percepiscono poco dagli stream:

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Oh supergirl, you’ll be my supermodel.

david byrne

Con argomentazioni decisamente migliori rispetto a quelle utilizzate da Thom Yorke —che in verità non ne ha utilizzate affatto— oggi il Guardian pubblica il lamento di David Byrne nei confronti di Spotify in particolare e di Internet in generale.

Il problema, leggendo questi pezzi — e il problema si fa infinitamente più grande quando a scriverli sono persone di grande intelligenza come David Byrne — è che vanno a battere tutti sullo stesso chiodo. E cioè su quella che un paio di giorni fa ho definito come una specie di difesa corporativa di un sistema che non è più sostenibile.

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Caro Thom Yorke

La faccio brevissima, come l’ho fatta brevissima sul mio profilo Facebook:

Io ho come l’impressione che invece sia Thom Yorke ad essere alla frutta. Lungi dal difendere tout court il ‘modello spotify’ (una parte per il tutto, ovviamente), mi sembra però che «l’ultima disperata scoreggia di un corpo moribondo» sia la difesa corporativa di un modello che non è più sostenibile, senza per altro aggiungere a questa una sola proposta che sia valida e non generica.

Ma sono davvero gli interpreti a rimetterci con lo streaming?

Un lungo e ben fatto articolo di Douglas Wolk pubblicato su Slate dà modo di fare un po’ di chiarezza circa le problematiche che, sempre più, stanno emergendo nei rapporti tra l’industria musicale e i servizi di streaming audio quali Spotify o Pandora. Sempre più spesso, infatti, in queste ultime settimane abbiamo assistito a prese di posizione piuttosto forti da parte di artisti famosi nei confronti di questi servizi — l’ultima, in ordine di tempo e di clamore, è stata quella di Thom Yorke con l’annuncio di aver tolto tutto il catalogo dei suoi Atoms For Peace da Spotify.

Wolk fa chiarezza perché mette in evidenza alcuni aspetti che solitamente non vengono presi in considerazione, fornendo attraverso link una serie di fonti e di studi di notevole importanza. Il punto di vista legislativo da cui l’analisi viene condotta è quello anglosassone, per cui siamo in un campo completamente differente rispetto al nostro. Loro hanno il copyright, noi facciamo ancora riferimento al diritto d’autore in un contesto legislativo che deriva dal diritto romano. Le cose, da noi, funzionano in modo sensibilmente diverso rispetto agli Stati Uniti. Wolk, ad esempio, nel suo articolo dice che “le radio non devono pagare i detentori dei diritti [copyrights holders] della musica che passano”, mentre da noi funziona in modo completamente diverso e, sempre per rimanere nel campo delle radio, queste devono pagare sia la parte dei diritti d’autore (Siae) che le collecting di chi detiene i diritti fonomeccanici (Scf, per dire della più famosa).
Tuttavia moltissimi punti toccati all’interno dell’articolo valgono anche da noi, poiché fanno riferimento all’andamento dell’industria musicale che è pressoché identico — e pressoché in calo, con qualche tiepido entusiasmo quando s’impennano le vendite di vinile — ovunque.

Innanzitutto Douglas Wolk fa una distinzione netta nelle lamentele degli artisti: da una parte i compositori (non importa se poi anche esecutori delle musiche che hanno composto) e dall’altra i performers. E dovrebbero essere i primi i più preoccupati, perché i servizi di streaming stanno rosicando quote di mercato a quelli di diffusione tradizionale (radio, televisioni) che pagavano royalties ai compositori decisamente maggiori. Per fare un esempio, viene sottolineato come Pandora paghi ai compositori solo il 4% dei suoi ricavi annui, con la prospettiva di diminuire ulteriormente la dimensione di questa fetta nel futuro.

Cosa completamente diversa per gli interpreti, i più preoccupati. Tre i punti fondamentali sui quali l’analisi dei costi e dei benefici, per loro, dovrebbe basarsi:

1. Non bisogna confondere l’industria musicale con l’industria della musica registrata. Sono due cose diverse, e i dischi (l’industria della musica registrata) dice Wolk “sono il mezzo con cui gli ascoltatori spendono più tempo nell’esperienza musicale ma non sono quello su cui spendono più soldi”. I grandi ricavi gli artisti li fanno dai concerti, dal merchandising, da tutti gli altri eventi “collaterali” rispetto alla vendita dei dischi. E’ così ora, in quella che viene definita l’era post-Napster ma secondo Wolk le cose prima di Napster non erano molto differenti.

2. Lo streaming è una cosa differente dalle radio. La radio è una diffusione uno a molti, lo streaming è uno a uno. Non c’è paragone. Per questo, e per la stessa diffusione dei servizi streaming che raggiunge un numero di utenti inferiori a quella del circuito AM/FM, è normale che vengano pagate meno royalties. Le cose adesso stanno così, in un futuro si vedrà.

3. Non sono gli artisti a recepire direttamente i soldi da Spotify o da Pandora, ma sono le case discografiche. Che ricevono all’incirca mezzo centesimo di dollaro per canzone suonata. Wolk ha fatto un rapido calcolo: se l’ultimo album di Jay-Z “Magna Charta… Holy Grail” ha avuto un totale di tracce suonate su Spotify di 14 milioni, la casa discografica ha incassato 70 mila dollari. La casa discografica, non Jay-Z. Quanto incassa l’artista dipende da quali sono gli accordi tra lui e la casa discografica. Ma per il resto è impensabile, in questo momento, stabilire un modello di pagamento diretto tra Spotify e l’artista. Aggiungo io: ci sono artisti, su Spotify, che non hanno alcuna casa discografica alle spalle. La parte del padrone, in questo caso, si presume la faccia il distributore digitale. Nessuno, infatti, è in grado di caricare in modo autonomo la sua musica sui servizi di streaming.

Perché allora secondo Wolk dovrebbero essere gli autori i più preoccupati? E’ molto semplice, nonché intuitivo. Se la fruizione di musica dovesse passare sempre di più da un modello come quello attuale, basato su radio e tv, che li paga bene, ad uno streaming-oriented che li paga meno, essi incasseranno meno. E non vivendo di quelle che possiamo definire con un simpatico eufemismo “glorie accessorie” (fama, concerti, visibilità), che gli interpreti solitamente ricavano dalla difussione di un loro brano, rischiano di vedere i loro introiti diminuire notevolmente. Dunque, la battaglia di Thom Yorke condotta un po’ presuntuosamente in “nome dei diritti degli altri artisti”, forse era una battaglia un tantino sbagliata [“it doesn’t entirely hold water”, nell’articolo di Wolk]. Prova è, ad esempio, il fatto che la discografia completa dei Radiohead continua ad essere tranquillamente disponibile su Spotify, dal momento che né Yorke né alcun altro membro dei Radiohead hanno controllo su di essa (ad eccezione dell’album In Rainbows, su cui i Radiohead continuano ad avere il controllo totale delle registrazioni essendo stato realizzato e distribuito in modo completamente autonomo e indipendente da qualunque accordo commerciale secondo la formula del pay what you want).