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Quella volta che Gianfranco Funari diresse un giornale.

Vent’anni fa. Era il 6 luglio del 1994 quando Gianfranco Funari varcava l’ingresso di un palazzone in Via Valcava 6 a Milano. L’edificio, che oggi è una delle sedi di Fastweb, allora ospitava il quotidiano l’Indipendente. L’editore Andrea Zanussi aveva nominato Funari direttore editoriale del giornale per cercare di risollevare le vendite e superare la crisi d’identità che aveva colpito la testata. Peccato che il popolare conduttore non avesse firmato alcun contratto, come si scoprì dopo pochi mesi. Nel dicembre 2005, intervistato da Paolo Bonolis nella trasmissione televisiva Il Senso della vita, dirà: «Provai a salvare l’Indipendente anche perché era mio». Continua a leggere

Stampare un edificio in 3-D

landscape_house

Progettare un edificio e stamparlo in 3-D. Quella che sembra essere non tanto un’utopia quanto una proiezione da un futuro non si capisce nemmeno quanto remoto, rischia invece di essere molto più vicina alla realtà di quanto si possa immaginare.

Alla base di tutto c’è un ingegnere italiano, Enrico Dini. La cui stampante D-Shape sarà infatti usata per “costruire” un edificio vero. Non un oggetto, nemmeno una stanza (che sarebbe già un bel traquardo): no, una struttura vera e propria, di quelle che di solito si fanno partendo dalle fondamenta e utilizzando abbondanti dosi di cemento armato. E’ la prima volta che questo succede, e di colpo ciò che ancora non è vista come un’invenzione “di massa” sposta l’asticella avanti di parecchie tacche.

L’idea è venuta allo studio olandese Universe Architecture, dell’architetto Janjaap Ruijssenaars. L’edificio, il cui nome è Landscape House, non sarà un semplice palazzo, bensì una struttura con la forma dell’anello di Moebius, quindi in perfetta “continuità”: una piccola parte sarà posta sottoterra, mentre l’altra dà l’idea di “emergere” dalla superficie. Il claim del progetto è in linea con l’idea: “Può la costruzione essere natura? Quando il dentro e il fuori si fondono, non c’è inizio e non c’è fine” — siamo a metà strada tra la fantascienza e il marketing ad effetto.

Il materiale utilizzato sarà quello tipico delle stampanti 3-d: una speciale sabbia trattata con vari agenti chimici. Solo successivamente alla “stampa” dei pezzi che andranno a comporre il tutto (parlare di costruzione, infatti, non ha più molto senso) questi saranno trattati con del cemento per garantire maggiore solidità.

Oliver Wainwright, critico d’architettura del Guardian, si chiede quanto questo tipo di visioni possano essere interessanti. Il discorso, infatti, non riguarda tanto il fatto — garantisce Dini — che in questo modo “non ci saranno più muratori a limitare le visioni degli architetti” (il che potrebbe comunque aprire un discorso su come e quanto certe visioni  è positivo siano modellate dallo scontro con i limiti della realtà), piuttosto si concentra sulla facilità con cui l’operazione viene presentata. L’ingegnere italiano afferma infatti che, d’ora in avanti, basterà “premere play sul computer”:

But the question remains: is speeding up the process from concept design to built reality an entirely welcome change? In a world where scaleless computer-generated forms can be summoned so quickly from the inky black depths of the screen, free from context, what might “simply pressing ‘enter'” lead to?

Ultimi giapponesi della parola scritta

Mentre tutto il mondo fa credere il contrario — o gioca a far credere: Jeremy Leslie di MagCulture ha descritto questa che stiamo vivendo come “l’era d’oro della pubblicazione di riviste”, nonostante si diffonda l’idea opposta — i tizi di Monocle continuano ad insistere sul valore della carta stampata. Osservando la cosa dal loro punto di vista, si potrebbe dire che stanno tirando l’acqua al loro mulino, visto che si sono sempre dimostrati scettici nei confronti della parola digitale (non esiste un app per sfogliare il giornale, ma solo un archivio digitale in un pdf disponibile per altro ai soli abbonati cartacei) e han preferito puntare sui media tradizionali, affiancando da tempo al magazine la scommessa della radio (nel nuovo palinsesto Tyler Brule conduce ogni settimana The Stack, trasmissione dedicata — indovinate? — alla carta stampata). Gli argomenti utilizzati, pur non essendo originali, hanno un non so che di romantico, e val sempre la pena citarli integralmente:

Then there are the practical advantages to enjoying books and magazines in physical form. You can’t take a laptop into the bath with you. You can’t cut out and keep part of an e-reader. And your paperback can’t run out of battery halfway through a flight. But beyond this, these objects form a part of our lives. They decorate our homes and define the spaces in which we work and live. At a deeper level, they say something about us and the kind of people we are. And while a CD collection may have looked a bit messy and heavy on the plastic, a well-stocked bookcase is warm and inviting.

Davanti a dichiarazioni come questa, viene fin troppo facile dire: sì, avete perfettamente ragione. Senza nemmeno arrivare ad affermare che chiunque di noi feticisti della carta stampata che si sente fidelizzato ad un magazine punta a sbandierarne la copertina sotto gli occhi di tutti, ognuno di noi vorrebbe almeno avere una libreria ben organizzata che colpisca il visitatore di casa nostra, del nostro studio, del nostro ufficio (e forse a Monocle dovrebbero ricredersi anche sulla raccolta di CD: in fondo, pur se supporti contenenti informazioni digitali, sono fisici). Certo è che poi si ritorna sempre alla solita vecchia questione, al netto degli arredamenti e della fighezza — e cioè del feticismo:

Because our appreciation of the physical object, something you can hold, touch, smell and enjoy, will always remain in some form or other.

E allora partono i distinguo: il giornale quotidiano lo butto via alla sera; il romanzo lo leggo e poi non ci arredo il tavolino da caffé. Nessuno si sognerebbe di comprare un catalogo Phaidon per iPad — ma ne producono, tra l’altro? E’ possibile — il successo di Monocle d’altronde lo dimostra — portare avanti l’idea di una pubblicazione cartacea di valore: ben scritta, ben illustrata, ben argomentata, ben impaginata e ben stampata. La cosa, per quanto mi riguarda, non perde nemmeno un grammo del suo fascino all’avanzare delle tecnologie di digital publishing. Lo ammetto: mi schiero tra coloro i quali, avessero qualche soldino da spendere, avvierebbero una pubblicazione cartacea. E che annusano i libri e le riviste, soprattutto quelli stampati su carta favolosa. E che ritengono Monocle facente parte di quest’ultima categoria.

Però, ecco, non so come dire: non c’è bisogno di raffigurarsi sempre come gli ultimi giapponesi della pubblicazione cartacea.