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i Davide della musica contro i Golia della vendita.

In un articolo sul Corriere della Sera [20.01.2013 – p. 31, non esiste un link] Caterina Caselli si lancia in un’appassionante difesa del copyright. Il che, in punta di diritto e obiettivamente, è una difesa che ci si aspetta da chiunque, a maggior ragione da un discografico ed editore.

Come in molti degli interventi di questo tipo scritti dagli “addetti ai lavori” dell’industria discografica, vengono snocciolate le cause che hanno portato l’industria stessa al collasso: la pirateria musicale che lavora a larga scala grazie ad internet, soprattutto; e il presunto doppio-gioco dei “giganti del web” che a parole dicono di volerla combattere mentre nei fatti la “finanziano” (scrive proprio così Caselli). Purtroppo in questi interventi non viene mai — mai! — fatta una piccola auto-critica su come la stessa industria sia rimasta, in tutti questi anni, fondamentalmente ferma a vedere le macerie che cascavano e non abbia provato a trovare delle soluzioni (qualcosa nelle realtà più piccole è successa, in verità) ma solo cavalcato qualunque cosa le garantisse un minimo di ritorno economico sul brevissimo periodo. Perché il discorso che meno soldi all’industria significa meno investimento sugli artisti è vero; ma è vero anche che con gli introiti dei cantanti di X Factor (a titolo generale, non so nemmeno se in Sugar ce ne sia uno) non si rilancia un’industria agonizzante, né si hanno a cuore le magnifiche sorti e progressive della cultura musicale italiana. E’ però un discorso troppo lungo e legato anche a fattori sociologici (leggi: il cambiamento nelle abitudini d’ascolto) che richiederebbe spazio e tempo per essere affrontato.

Ciò che non ho condiviso minimanente nel discorso di Caterina Caselli è l’aver fatto un minestrone indigesto delle cause, mischiando la pirateria con le questioni fiscali dei grandi colossi di vendita. Scrive infatti:

Insomma, meno risorse per tutti, anche per i cittadini. Ma non per i colossi del Web che sanno come sfruttare al meglio le contraddizioni di una Europa che accetta nell’Unione Paesi a fiscalità differenziata, permettendo alle multinazionali di stabilire la sede legale nel Paese dove conviene loro. Qui fanno i profitti (tanti), lì pagano le tase (poche).

La storiella è un po’ quella della caccia ad Amazon e al fatto che non pagherebbe (condizionale!) le tasse come dovrebbe. Il che è una storiella finta, ovvio. Amazon le tasse le paga e non può essere colpevole di non pagare quanto qualcuno — vai a capire perché — vorrebbe fargli pagare in penitenza di chissà cosa. Ci si dimentica un po’ troppo spesso del fatto che aziende come Amazon nel paese in cui insediano una filiale (non nel paese dove hanno la residenza fiscale!) danno da lavorare a migliaia di persone, considerando l’indotto, e creano dunque gettito fiscale.

Leggendo l’articolo di Caterina Caselli sembrerebbe invece che l’industria musicale sia in crisi, oltre che per la pirateria, per via dell’esistenza di non meglio specificati “colossi del web” che altro non fanno se non vendere i prodotti dell’industria stessa. Boh, mi viene il mal di testa.

Frenare la tentazione.

Non sono antipolitico. Non sono di quelli che s’indignano per la Casta, per la scorta alla Casta, per lo stipendio della Casta. Anche quando mi viene la tentazione, mi mordo la lingua. Penso, rifletto. E tutte le volte capisco che incazzarsi, prendersela scivolando nel qualunquismo, fare l’antisistema non solo non serve a nulla (il che è l’ovvietà maggiore), ma nella maggior parte dei casi non mette a fuoco nemmeno il problema. Spesso, infatti, incazzarsi per presunti torti altrui ci porta a tenere fuori dalla vista i piccoli torti nostri di tutti i giorni. Un po’ la vecchia questione della pagliuzza e della trave.

L’ultima volta che ho avuto la tentazione di incazzarmi — e forse la tentazione non m’è ancora passata del tutto — è stata questa mattina. Quando ho letto che il governo starebbe pensando ad una tassa da applicare alle bibite gassate. La motivazione ufficiale non sarebbe quella di fare cassa sul consumo di coca cola — sia mai — bensì educare ad una sana e corretta alimentazione, evidentemente compromessa da una gassosa ogni tanto (o ogni tantissimo, ma saranno pure cazzi nostri?!). L’intento nobile dell’azione da stato di polizia etico-salutista è quello di andare a finanziare il piano per le non autosufficienze. Come a dire: cari consumatori di zuccheri, oltre alla colpa sociale di essere grassi ve ne aggiungiamo una etica e se vi schierate contro la tassa è come se vi schieraste contro interventi sul piano sociale. E qui, credetemi, è davvero difficilissimo trattenersi; perché non è possibile anche solo pensare di finanziare interventi di indubbia importanza con tasse di dubbia etica.

Avevo già scritto, in passato, cosa penso di questo tipo di limitazioni alla libertà personale. Si comincia con la bibita gassata, poi si mazzola ancor di più il fumatore (leggete cosa hanno pensato nella modernissima Australia) e il passo successivo, finale, sarà quello di mandare a casa di ciascun contribuente (allo studio il modo per coinvolgere anche gli evasori) una versione del Kamasutra, con le posizioni consentite e che non gravano sul sistema sanitario nazionale.