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Un paio di mosse così così

Dennis Karjala spiega perché, dopo un certo limite di tempo, è giusto che le opere protette diventino di pubblico dominio:

Se nel 1998 il Congresso non avesse esteso per 20 anni il copyright, oggi Rhapsody in Blue di George Gershwin, Il sole sorgerà ancora di Hemingway e Via col vento di Margaret Mitchell sarebbero di pubblico dominio. Batman e Robin potrebbero essere usati da chiunque. Mentre i film del 1940 — come Il grande dittatore di Charlie Chaplin o Furore di John Ford — sarebbero divenuti di pubblico dominio alla fine del 2015.
Invece tutte queste opere — e decine di migliaia di altre — rimarranno coperte da copyright almeno fino al 2019. Certamente, dopo assisteremo ad un altro tentativo di estensione del termine.

Perché evidenziare tutto questo è importante? Beh, come ti sentiresti se dovessi ottenere una licenza dal proprietario del copyright per poter leggere un passaggio della Bibbia in chiesa? O se prima di poter inforcare la bicicletta avessi bisogno della licenza dai discendenti dell’inventore della ruota?

Diamo tutti per scontato il diritto di utilizzare certi pezzi della nostra tradizione culturale, come la Bibbia. E possiamo liberamente utilizzarli perché i diritti proprietari — come i brevetti o i copyright — costituzionalmente devono esistere solo per una certa quantità limitata di tempo. Dopodiché queste opere diventano di pubblico dominio, che vuol dire che nessuno ha l’esclusivo diritto di controllare la loro copia, la loro esecuzione pubblica, il loro uso, la loro vendita o la loro modifica.

Tutto questo avviene mentre Taylor Swift — che pare abbia deciso di giocare un’agguerrita guerra su più fronti — mette il trademark ai testi di alcune canzoni del suo ultimo disco 1989: qui i dettagli di cosa ha protetto e per quali utilizzi. Il motivo di questa scelta lo spiega bene Kelsey McKinney:

Per molti (anche se non necessariamente per Taylor Swift), le vendite dei dischi e lo streaming non contano più per fare i soldi. Una delle fonti di guadagno maggiori per molti artisti — siano essi dei top-seller come Swift o dei cantautori semi-sconosciuti — è la vendita del merchandise. Vendere magliette è profittevole, ma non se chiunque può produrre delle imitazioni e vendere a tuo discapito.

Può sembrare stupido che artisti come Taylor Swift mettano il trademark per così tante frasi e per utilizzi così differenti (il sapone?), ma quello che Swift sta facendo è qualcosa che ogni artista fa già — assicurarsi che l’unica persona che possa trarre profitto dal suo lavoro e dalla sua immagine sia lei.

Ora che possiede il trademark, nessuno può stampare una maglietta con la scritta «The Sick Beat» e venderla al di fuori del luogo del concerto senza infrangere la legge. È una mossa intelligente, anche se può sembrare un po’ stupida.

La parola definitiva su Taylor Swift vs Spotify

Taylor_Swift_-_1989Sul caso, già ampiamente [1] analizzato [2], di Taylor Swift che ha deciso di togliere la sua musica da Spotify, la parola definitiva l’ha forse scritta Bill Wyman su Vulture, in un articolo che ha fatto in breve tempo il giro della rete:

Il disco ha venduto 1,2 milioni di copie nella prima settimana (il risultato più alto in oltre 10 anni). L’incasso lordo dovrebbe essere intorno ai 12 milioni di dollari. I pagamenti di Spotify sono quasi impossibili da calcolare, date le variabili su come il servizio funziona, ma è verosimile che Taylor Swift avrebbe guadagnato qualche migliaio di dollari per ogni mille streaming sulla piattaforma. La conclusione è ovvia: Swift è un genio. Il cd continua a vivere!

È corretta questa analisi? No.

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Taylor Swift vs Spotify, secondo round.

Un paio di opinioni degne di nota sul caso Taylor Swift vs Spotify già discusso qui.

Jillian Mapes su Flavorwire la mette in modo molto semplice: Taylor Swift in questo momento e per varie ragioni ha una posizione dominante rispetto ai servizi di streaming:

Il motivo per cui Taylor Swift ha tolto la sua musica da Spotify è semplice: perché può (…) Swift è parte dell’un percento dell’industria musicale, e anche se è un membro della generazione dei millenial che ha abbracciato lo streaming, la sua posizione di elite l’allinea in senso finanziario più a icone musicali pre-Internet come Garth Brooks o i Beatles. C’è una strategia comune nei confronti dello streaming a questo livelli di artisti: lasciano semplicemente Spotify fuori dal cancello. Hanno prosperato prima, continueranno a prosperare anche dopo. Anche se Taylor Swift non ha mai goduto di questo lusso, ora potrebbe comunque avvantaggiarsi da questo tipo di mentalità.
Con 1989, Swift ha lasciato i suoi vecchi fan nella polvere e ha continuato a far fruttare la sua vecchia tattica di tenere un piede nel pop e uno nel country. Lo ha fatto ignorando quasi completamente Spotify, con l’eccezione del primo singolo Shake It Off (lo stesso ha fatto con YouTube). L’idea è che la scarsa disponibilità gratuita guiderà le vendite nella fase iniziale — e per ora sembra funzionare. Perché non avrebbe dovuto replicare lo stesso modello con i suoi vecchi dischi?

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Considerazioni su Taylor Swift, 1989 e la musica in streaming.

Taylor_Swift_-_1989

È notizia di ieri che Taylor Swift ha deciso di rimuovere tutta la sua musica da Spotify. I motivi alla base di questa scelta sono probabilmente molti: già in passato, con un op-ed pubblicato sul Wall Strett Journal, l’ex paladina del neo-country ora convertita sulla via delle produzioni luccicanti di Max Martin aveva espresso le sue perplessità circa il modello di business rappresentato dallo streaming musicale. C’entra molto, però, anche la pubblicazione del suo nuovo disco 1989 — che non era ancora apparso su Spotify, seguendo una tendenza in voga tra gli artisti che sulla carta hanno un disco che vende, e cioè quella di aspettare un po’ prima di renderlo disponibile all’ascolto (più o meno) gratuito: l’aveva già fatto la stessa Taylor Swift, e lo avevano fatto anche Beyonce, i Coldplay e Adele. Spiega bene questa tendenza un post di Ben Sisario pubblicato sul blog Artsbeat del New York Times:

Insieme ad una manciata di altri artisti mainstream come Adele, i Coldplay e Beyonce, Taylor Swift ha spesso tolto la sua musica da Spotify per un periodo limitato di tempo dopo la pubblicazione, concedendo i suoi dischi solo dopo una ‘finestra’ di esclusività per la vendita fisica e digitale, che rendono maggiormente in termini di royalties. (E possono anche contribuire a quei grandi numeri di vendite settimanali che tanto fanno vantare l’industria musicale). Il disco più recente di Taylor Swift, 1989, pubblicato lo scorso 27 ottobre, non ha rappresentato un’eccezione, anche se su Spotify era già presente il primo singolo Shake It Off.

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