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Battaglie culturali

Tom Chatfield è uno scrittore e commentatore di cose digitali inglese. In un lungo articolo pubblicato dal sito Aeon, si sofferma su una questione molto dibattuta nel mondo editoriale: la superiorità della carta sul digitale (e viceversa) e la necessità che gli editori diano in omaggio la copia digitale di un testo laddove si sia acquistata quella fisica. Alla fine della lunga analisi, con Chatfield che pure si schiera a favore dell’uno e dell’altro formato – «Una versione di carta da scarabocchiare o da regalare, una digitale da usare» –, lo scrittore conclude che la vera battaglia per il mondo editoriale non è interna (digitale contro cartaceo, Amazon contro gli editori tradizionali), ma esterna:

The real battle isn’t between screen and paper editions, or even between Amazon and Hachette: it’s between one person trying to conjure a world in words, and another inviting me to match coloured shapes in lines until my eyes glaze into darkness. Readers, writers, publishers: get a grip. We need to stick together. The enemy isn’t pixels (or print) – it’s someone breathing a bored sigh, plucking their iPhone from their pocket, and giving up on us entirely.

 

Siamo tutti artisti (?)

Jonathan Jones, per il quale da queste parti si ha una passione molto ben documentata, torna sull’argomento della democratizzazione della fotografia. Ovvero, come scrive nella sua column sul Guardian, su come qualunque essere umano dotato di smartphone si consideri un fotografo:

Superb widely available cameras, often on our phones, have turned us all into “artists”. But the art we make, coo over and share on Instagram is often unbelievably corny, sentimental, vacuous nonsense. The more easily created and universally visible photography becomes, it seems the more flesh-crawlingly stupid its aesthetic values. We are turning into a world of bad artists, cosily congratulating one another on every new slice of sheer kitsch.

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Stai lavorando ad un documento di Microsoft Word, o compilando un complicatissimo foglio di calcolo con Excel, quando all’improvviso il programma si blocca. Un blocco quasi sempre irreversibile: tecnicamente il programma è andato in crash — «è crashato», per usare un inglesismo. Quasi sempre la causa di ciò sta in un errore di programmazione: qualche riga di codice non corretta o un conflitto generato con pezzi di software di terze parti. All’utente però raramente interessa il vero motivo del crash, troppo impegnato com’è ad imprecare per il lavoro perso o a sperare in quella funzione che, alla riapertura del programma crashato, dovrebbe ripristinare il file cui stava lavorando — almeno fino al momento in cui qualcosa non ha funzionato correttamente.

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Un enorme telefono senza fili.

Leggendo sull’Atlantic un articolo di Joe Pinsker sugli scenari futuri cui i sistemi di traduzione simultanea ci condurranno, ho trovato questo passaggio che rinforza le mie convinzioni. E cioè che, ancora per molto tempo, servizi pure innovativi come quello della traduzione simultanea appena resa disponibile anche in Italia da Skype, saranno sostanzialmente inutili:

A mio padre piace raccontare una storia che riguarda un suo amico scienziato. Il quale una volta esordì ad una conferenza che stava tenendo in Giappone raccontando una barzelletta che durava un paio di minuti. Dopo averla raccontata in inglese, aspettò che fosse fatta la traduzione per il pubblico. La traduttrice però parlò per pochi secondi, dopodiché il pubblico esplose in una risata.
Una volta finita la conferenza, lo scienziato chiese alla traduttrice come aveva potuto riassumere l’umorismo della sua barzelletta in una forma così concisa. Lei alzò le spalle e disse: «Ho spiegato che il nostro ospite americano aveva appena raccontato una barzelletta molto divertente, e che quindi tutti avrebbero dovuto ridere».
La storiella su questo scienziato dimostra la qualità soggettiva e tutta umana della traduzione. Muoversi tra diverse lingue di rado vuol dire tradurre letteralmente il significato; richiede il costante riposizionamento di input imprevisti, infinite decisioni soggettive e qualche consapevolezza sociale. In altre parole, tradurre è qualcosa per cui sono portati gli umani, non le macchine.

Il motivo di questo mio scetticismo è presto detto. Non vorrei che la già pigra umanità facesse troppo affidamento su questo tipo di servizi, e li collocasse nel suo ordine di priorità molto al di sopra del cercare di imparare una lingua straniera che possa rivelarsi utile nel lavoro o nelle relazioni sociali. Il risultato sarebbe imbarazzante: milioni di persone che credono di comunicare con milioni di altre persone facendo affidamento su un servizio terzo nei confronti del quale non possono avere l’onere della prova circa il fatto che si stia comportando correttamente. Un enorme telefono senza fili, dove alla peggio nessuno capirà nulla di ciò che sta dicendo il suo interlocutore e, alla meglio, tutti annuiranno alle affermazioni altrui fingendo di averle capite — un po’ come la traduttrice che chiede al pubblico di ridere per una barzelletta appena raccontata in un’altra lingua.

L’imbarazzo della scelta.

Il cosiddetto imbarazzo della scelta a casa mia capita spesso. Si decide di guardare un film, si accende il televisore, ci si connette ad una delle piattaforme disponibili in Italia — no, nessun magheggio per usare Netflix da queste parti, ci si accontenta degli altri due o tre, ma principalmente due, servizi a disposizione — e si comincia una ricerca sfrenata. Un occhio al televisore e l’altro all’orologio, tenendo bene a mente l’ora X alla quale solitamente si va a letto per non incorrere, l’indomani, in una di quelle giornate dove la rotula prende il posto dell’occhio. Questa diapositiva di vita domestica è raccontata da Rick Paulas sul Pacific Standard:

Funziona così: crolli sul divano dopo una dura giornata di lavoro. Affondi le mani nei cuscini, recuperi il telecomando e con un gesto automatico stai scorrendo il menù di Netflix. Prima le commedie, poi i film drammatici acclamati dalla critica, quindi le serie inglesi perché tutti stanno parlando di Black Mirror. Selezioni un titolo, leggi la trama, perdi d’interesse e ti sposti su un altro film. Butti un occhio all’orologio, fai un rapido calcolo, e realizzi che la durata di quello che stai per vedere è maggiore della quantità di tempo che ti rimane prima di prepararti ad andare a letto. Allora spegni la TV, ti alzi dal divano, e di maledici per aver buttato via del tempo.

Temevamo, ad un certo punto, di dover disattivare tutti gli abbonamenti e fare affidamento sulla televisione cosiddetta «generalista», ma anche lì — complice il moltiplicarsi dell’offerta con l’avvento del digitale terrestre — saremmo incappati in questo fenomeno chiamato:

«Choice overload, o choice paralysis, o effetto troppa scelta», spiega Benjamin Scheibehenne, uno psicologo che studia il modo con cui compiamo — o meno — le nostre scelte. «Se dai alle persone più opzioni tra le quali scegliere, impiegheranno più tempo e finiranno col sentirsi oppressi e frustrati».

Analogico vs digitale

Emmanuel Tsekleves si chiede perché il mondo analogico, nonostante tutto, continua a giocare un ruolo importante nelle nostre vite sempre più digitali:

Se guardiamo indietro alla nostra infanzia, è stato attraverso il tatto che abbiamo avuto le nostre prime percezioni e ci siamo fatti un’idea del mondo intorno a noi. La fisicità, la natura materiale degli oggetti, il loro colore, la loro consistenza, la loro forma, la loro grandezza, il loro peso e il loro odore coinvolgono i nostri sensi. Per questo in molti continuano a preferire i libri di carta agli e-book: per via della sensazione di calore della carta, opposta alla freddezza della plastica e del metallo. Il fresco profumo di un libro nuovo, o il pungente aroma di un volume antico: qualcosa che è completamente assente nell’equivalente digitale. Il fruscio di scorrere le pagine paragonato al cliccare su un e-reader. In tutto e per tutto un’esperienza multisensoriale.

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Nostalgia della tecnologia.

Siamo tutti nostalgici degli oggetti del passato (soprattutto quelli tecnologici, ma non solo).
Avere in casa un vecchio telefono a gettoni — o, più semplicemente, una sua t-shirt celebrativa, non è più solo un affare da hipster. Secondo Emma Brockes

parte di questa nostalgia ci viene dal chiaro ricordo di quando la tecnologia non era più complicata del pulsante on/off o di una sveglia. Viviamo in un mondo dove Apple tiene dei corsi su come devi usare il tuo telefono, così la semplicità di un tempo ci appare come una cosa buona: si possedeva un apparecchio che non era, e mai sarebbe stato, misterioso per il novanta percento.

Di tutti questi oggetti che ci affascinano, alcuni hanno su di noi una presa ancora più forte. Continua a leggere

Sistemi operativi (e sigarette)

Charlie Brooker, con il suo solito stile irriverente, scrive sul Guardian qualche verità circa la dipendenza che tutti (nessuno escluso) abbiamo col tempo sviluppato nei confronti delle tecnologie, e dell’aggiornamento dei sistemi operativi cui queste tecnologie sono soggette (e noi con loro):

Updates are awful. All you want to do is watch TV and rot in your own filth. Instead you spend the evening backing up your phone, downloading a gigantic file and sitting around while your phone undergoes an intense psychological makeover, at the end of which it may or may not function. Often, it takes an hour or more. Fiddly, time-consuming admin – it’s like having to change the water in a fish tank. I can’t be arsed: it’s why I don’t have an aquarium. I’d rather let the fish die.

But if I hold out, gradually nothing will work on my existing phone. They’ll freeze me out by degrees. Cut me out of the club. Plus I’ll miss out on great features such as slightly different icons and a terrifying new form of predictive text that precisely mimics the sensation of talking to an idiot who keeps finishing your sentences for you. (Either my thumbs have grown clumsier, or predictive text in general has grown a lot more aggressive recently. I can’t type anything without it continually popping up to blurt random words on my behalf – it’s like being in the Beastie Boys.)

Fino al paragone più divertente:

Part of the problem is that smartphones are so horribly addictive, as moreish as smoking. The difference between smartphones and cigarettes is this: a cigarette robs 10 minutes from your lifespan, but at least has the decency to wait and withdraw all that time in bulk as you near the end of your life – whereas a smartphone steals your time in the present moment, by degrees. Five minutes here. Five minutes there. Then you look up and you’re 85 years old.

Proprio mentre da un’altra parte si racconta che un grande vecchio, Leonard Cohen, ha ricominciato a fumare. Aveva promesso che l’avrebbe fatto una volta compiuti gli 80 anni: «È l’età giusta per ricominciare», ha detto. A proposito del fatto che fumare ti ruba la vita ma lo fa tutto insieme, verso la fine.

Pono, il player audio di Neil Young destinato non si capisce bene a chi.

Sta facendo molto parlare di sé Pono, il player musicale di Neil Young lanciato in questi giorni all’SXWX e messo in vendita, almeno inizialmente, tramite crowdfunding su Kickstater al prezzo di 300 dollari (399 dovrebbe essere il costo nei negozi).

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A futura memoria.

Fatemi fare un po’ il nostalgico. Non cambierei il mio iPhone con niente al mondo, sia chiaro. Ma per chiunque abbia mai avuto un BlackBerry in vita sua, quanto ha scritto Andres Martinez su Zocalo Public Square (ripreso poi da Slate) è da scolpire su pietra e tenere lì, a futura memoria:

The other seismic cultural shift was that intimate two-way communication ceased to be the primary purpose of handheld devices. To this day, no other device can match the Blackberry, with its keyboard, for the ease with which you can pound out a long, thoughtful e-mail. I have written entire articles on a Blackberry, but I am reduced to writing like a second-grader when using the iPhone’s virtual touchscreen keyboard. The iPhone is less about correspondence and authorship than about photos, video, and short tweets. The battle for inches between touchscreen and keyboard has fundamentally altered how we communicate. Twitter’s rise is the natural result of the touchscreen’s triumph. It is hard, after all, to type anything longer than a tweet on an iPhone, not to mention type anything accurately, as acknowledged by those ubiquitous “pardon my typos” disclaimers on e-mail and the zealous autocorrect.

Even friends who mock me for clinging to a Blackberry long after it ceased being cool will admit that the BB is better for e-mail. Then they point out that the iPhone is better for everything else. But to me, that sounds a bit like saying Car X is better than Car Y for everything except getting you from Point A to Point B.