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Sottane e veline

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Oggi il Foglio pubblica una lunga chiacchierata di Salvatore Merlo con Ettore Bernabei, che tutti immaginiamo essere lo splendido e coltissimo 94enne che è. Bernabei è stato, tra il 1961 e il 1974, direttore generale della Rai passando attraverso quattro parlamenti e quattordici differenti governi. Considerato da tutti come il ‘papà’ della televisione italiana, è un grande sostenitore della televisione di stato come di un modello che «interpreta ancora l’interesse nazionale, a prescindere dal fatto che uno sia guelfo o ghibellino», come ha recentemente dichiarato in un’intervista alla Stampa, dove si augurava anche un futuro per la Rai sul solco della Bbc in Gran Bretagna.

Ad un certo punto della conversazione con Merlo — e lo riporto così com’è scritto, come un appunto da lasciare ai posteri e senza che questo mio riportare celi un giudizio di alcuna sorta — si finisce dalle parti delle differenze tra la televisione di ieri e quella di oggi, e tra la televisione pubblica di ieri e la televisione privata di oggi, e viene introdotto l’argomento ‘sottane e veline’:

Malgrado il suo cattolicesimo convinto, Bernabei tolse le lunghe gonne alle ballerine televisive, «le sottane arrivavano fin sotto le caviglie», e lanciò in televisione le gemelle Kessler, primo sogno erotico degli italiani. Una cosa ai limiti dello scandaloso. «Ma non c’era volgarità, quelle gambe in calzamaglia erano un capolavoro un po’ platonico, avevano la stessa estetica che può avere, chessò, la statua della Venere di Fidia. Di modo che poi ciascuno degli italiani, fra i telespettatori, si accontentasse delle gambe storte e con la cellulite della propria moglie o compagna». E qui Bernabei mi fissa con cupa energia, per la prima volta alza anche il tono della voce. «Le cosce e le natiche al vento delle televisioni commerciali di oggi sono un’altra cosa», dice. «E non mi piacciono. Le gemelle Kessler mandavano gli italiani a dormire tranquilli, gli italiani che poi dovevano votare. Le veline fanno venire voglia di dargli un morso. Ma poiché, poi, in realtà, non c’è nulla da mordere, la gente si arrabbia».

We used to be friends

Quanto vedete nel video qui sopra è il risultato di un gioco fatto dai programmatori Brett Bergmann e Benjamin Roberts. I due hanno preso tutti gli episodi della prima stagione di Friends e li hanno fusi in un filmato dalla durata di un singolo episodio. Brandon Ambrosino definisce il risultato come «una passeggiata surreale sulla via della nostalgia». Si chiama We Used to Be Friends e, in qualche modo, ci permette anche di porre uno sguardo critico alla grande stagione delle sit-com televisive degli anni Novanta. Continua Ambrosino:

Like all sitcoms, Friends‘ scripts were written with an almost scientific precision. In every episode, Rachel and Ross would flirt and fight, Monica would be brazenly type-A, Joey would smugly pursue women, Phoebe would say something so random that it was funny, and Chandler would offer a commentary on all of it that would never be as funny as it was in his head. This formulaic approach to storytelling comes through in the episodes’ titles, each of which starts with the words “The one with/where … ” (“The One Where Joey Speaks French,” “The One With the Male Nanny”).

Fino a farne anche una questione di genere — probabilmente del tutto involontaria all’epoca, ma che torna tanto di moda ex post, fissati come siamo a stabilire che tutto sia suddiviso in quote:

One longtime critique of the sitcom has been its lack of diversity, and that each punchline — regardless of the comedic genius with which it was delivered — shored up the prevailing hegemony of the ’90s: white, male, heterosexual, affluent.

La scomparsa dei cartoni animati del sabato mattina

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Per quelli della mia generazione, i cartoni animati del sabato mattina rappresentavano un must. Ci si alzava presto per mettersi davanti alla televisione (per la gioia dei genitori, delle mamme soprattutto) e fare una scorpacciata di cartoni animati che altrimenti non avremmo potuto vedere durante la settimana (se non quando si stava a casa da scuola ammalati: ma è un altro discorso ancora). Da qualche anno, però, i grandi network televisivi generalisti hanno ridotto di molto la programmazione dei cartoni animati durante il weekend. Il primo a lamentarne la quasi del tutto scomparsa (almeno negli Stati Uniti) è stato Peter Sciretta sul portale Slashfilm:

Sento di essere invecchiato perché mi viene la tentazione di ricordare le storie “del tempo che fu” e “di quando ero ragazzo io”, ma il tempo passa e le cose cambiano con ogni generazione. Da piccolo aspettavo con impazienza il sabato mattina per via del blocco di cartoni animati che venivano trasmessi. Dalle 8 a mezzogiorno, molti network televisivi erano pieni delle ultime, o delle più famose, serie di cartoni animati, piazzate in mezzo a spot pubblicitari dei migliori giocattoli del tempo. (Alcune di queste serie erano, in effetti, anche pubblicità di giocattoli.) Nel corso degli anni, i cartoni animati hanno iniziato a scomparire dal sabato mattina. Perché? I colpevoli sono la combinazione dei canali via cavo, che permettevano l’accesso ai cartoni animati 24 ore su 24, e un decreto sulle telecomunicazioni del 1996.

Il decreto citato da Sciretta prevedeva infatti che i network e le stazioni televisive trasmettessero almeno 3 ore alla settimana di programmazione cosiddetta «educativa». Per evitare che queste trasmissioni interrompessero la programmazione dei canali affiliati al network, furono mandate in onda per lo più il sabato mattina.

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La calamita tra due bacini

Stavo noiosamente facendo zapping in televisione quando mi sono imbattutto in un canale locale. Di quelli come ce ne sono in tutte le regioni d’Italia e che mandano in onda orchestre di ballo liscio che si esibiscono nelle piazze d’Italia. Non ho idea di che orchestra fosse quella che mi si palesava davanti, ma ha subito catturato la mia attenzione. Non c’entra il fatto che la mia attenzione venga catturata da qualsiasi cosa produca un suono. C’entra il fatto, forse, che questa orchestra era insolita, almeno rispetto a quello che è il cliché delle orchestre di ballo liscio che, col tempo, si è formato nella mia testa. Sono rimasto con gli occhi incollati al televisore per una buona mezzora. Stavo lì, inebetito, e intorno a me poteva scoppiare una guerra mondiale che non me ne sarei accorto.

Questa orchestra non si limitava ad eseguire il canonico repertorio del liscio. Alternava, piuttosto, pezzi di propria produzione con arrangamenti strizzanti l’occhio alla tradizione del ballo in piazza, a medley di brani italiani famosi. C’è stato un blocco interamente dedicato ad Eros Ramazzotti e giurerei che prima e dopo altri erano gli artisti omaggiati. Si presentavano sul palco in 10, così suddivisi: due tastieristi (di cui uno, quello che in gergo viene chiamato «il maestro» e cui solitamente viene intitolata l’orchestra, in posizione predominante sul palco rispetto a tutti gli altri); tre coristi all’occorrenza dotati anche di sax e tamburello, bellocci e incamiciati come i calciatori (e, come sempre più spesso accade, anche gli emuli dei calciatori) quando vengono paparazzati nei bagni di Forte dei Marmi in orario di aperitivo — mancava solo che facessero il gesto del surfista; un chitarrista, anonimo; un bassista, altrettanto anonimo; la cantante e leader de facto dell’orchestra; un co-cantante, quello che cantava i brani di Ramazzotti e, durante gli altri, faceva da entertainer incitando il pubblico; infine, un batterista: metallaro, nel senso che secondo me aveva un background alla Dream Theater o quelle cose lì, e che non perdeva l’occasione per dare sfoggio di tecnica rendendo la situazione surreale.

Il batterista era chiaramente il motivo per cui la mia attenzione era stata catturata. Tipico caso di persona sbagliata nel posto sbagliato. Sebbene l’orchestra suonasse davvero e non si limitasse a coglionare il pubblico con due basi midi, allo stesso tempo mi chiedevo cosa spingesse un musicista — o aspirante tale — dotato di una più che discreta tecnica, a sbarcare il lunario con le orchestre di liscio. Intendendo un motivo che andasse oltre quello noto ai più: e cioè che sbarcare il lunario con le orchestre di liscio fa, solitamente, fare un bel mucchietto di soldi.

Conclusa l’analisi, ho spostato la mia attenzione sul pubblico. Il pubblico era quello dei giovani di ieri, per non dire dell’altro ieri. Terza età, chi più e chi meno. Di quelli che, tutte le volte che si sparge la voce di un palco in paese, arrivano vestiti come alla comunione del nipote e si mettono ai bordi della piazza in attesa che parta un valzer, una mazurka, o anche solo una buona occasione per fare un trenino. A loro del dettaglio che sul palco ci sia la cover band degli Immortal frega pochissimo: ci provano sempre. Alla peggio avranno preso un cordiale e portato la moglie a braccetto da casa al palco (e ritorno) nel loro completo blé.

Nell’esibizione che mi aveva rapito al pubblico era però andata meglio: c’era da ballare. Almeno sulla carta, perché Ramazzotti sì Ramazzotti no, l’orchestra era di quelle che promettono balli; e che vengono scritturate dalle amministrazioni comunali proprio per far ballare. Quindi i giovanotti ballavano. Sempre, anche su Terra Promessa. E sempre con lo stesso passo di danza: una roba tipo valzer, molto discreta ma con molto contatto con il proprio partner. Il trenino o il ballo di gruppo che ogni tanto partivano sotto sollecito dell’entertainer di cui sopra, per loro era solo un inutile — nonché fastidioso — diversivo. Volevano quella specie di valzerino, quell’unico passo che conoscevano.

In quel momento, con il dito già pronto su un tasto del telecomando per porre fine a quel mio personalissimo inebetimento televisivo, ho realizzato tutto. La calamita tra due bacini — quella cosa per cui a 16 anni ci si struscia di brutto rischiando l’abrasione da blue jeans — non conosce età. Talvolta, nemmeno pudore.

Il resto sono tutte balle.

Di tutto il can can che è successo in questi giorni tra la Rai, Fazio e Brunetta, io sto con Brunetta. Detto questo, però, ecco lo stesso il mio ragionamento.

Fazio ha dichiarato che lui costa tanto ma fa guadagnare tanto. La Rai ha confermato: Fabio Fazio è un valore semmai, non un costo. Brunetta si è incazzato, perché così passa la duplice idea che certi stipendi siano normali e che lui sia un po’ fesso — e non è tipo tanto disposto a passare per fesso.

Ma ammettiamo pure che certi stipendi siano normali: se il valore di mercato di Fabio Fazio è quantificato in quella cifra, e la Rai effettivamente nel rapporto costi e benefici guadagna in favore di questi ultimi, uno stipendio non sarà mai troppo alto. Però ricordiamoci anche di una cosa: la Rai è pubblica, di proprietà dello stato. E quando dico questo non intendo dire, retoricamente, che la Rai è di tutti i cittadini italiani: di quelli che pagano il canone ma anche di quelli che non lo pagano. Intendo dire, molto più semplicemente, che se la Rai fosse una società privata a quest’ora non sarebbe nemmeno in amministrazione controllata, ma sarebbe già fallita del tutto. Per cui: paghi gli stipendi che vuole ma almeno faccia il favore di fare quello per cui lo stato la tiene ancora in piedi. Faccia cioè il servizio pubblico.

Tradotto molto semplicemente (forse è per questo che nessuno ci ha ancora pensato), vuol dire: prenda i tanti soldi che Fabio Fazio — da valore quale è — fa guadagnare e li investa in programmi coraggiosi ma economicamente meno vantaggiosi. Faccia questo e ricambi un po’ del personale col quale per anni si è ingrossata per motivi che tutti conosciamo e forse — dico: forse — potremmo avere una televisione pubblica degna di questo nome.

Non ce la fa? Benissimo: privatizzazione.

Il resto, la competizione con un privato, il fatto che quel privato sia Berlusconi — il resto, dicevo, sono tutte balle.

Ok, ora fateci vedere se siete capaci anche in tv.

do you remember the good ol' days?

do you remember the good ol’ days?

Dire che MTV non si occupa più di musica ma di ben altro è ormai considerata una sciocchezza. Il che però non vuol dire che non sia vero. Affatto. Vuol solo dire che è talmente tanto tempo che MTV non si occupa di musica che continuare a rimarcarlo ogni due per tre risulta banale.

Pensavo questo mentre mi rendevo conto che questo fine settimana, a Torino, si svolgono i Digital Days organizzati da MTV Italia. Io non so come siano gli altri canali di MTV in giro per il mondo, dal momento che non guardo più nemmeno quello italiano, ma non mi è difficile immaginare che la situazione sia la stessa: trasposizione della rubrica del cuore di Cioè, solo condita con più volgarità da trivio, sul canale tradizionale, e un po’ di musica qua e là sugli altri canali del digitale terrestre o del satellite. Magari, ecco, in UK va meglio: qui da noi il canale di classici visibile sul satellite ha ereditato la videoteca di Videomusic (e poteva comunque andarci peggio), là magari hanno ereditato qualcosa di meglio — anche se Fade to Grey dei Visage, a mio modesto parere summa della pop culture degli ultimi trent’anni, ogni tanto passa anche da queste parti.

Ma sto perdendo il filo, come sempre.

Dunque, i digital days. Quelli della mia età si ricorderanno gli MTV Days, kermesse musicale che veniva organizzata da MTV Italia una decina di anni fa o forse più, che è resistita — a stento: le ultime edizioni lasciavano un po’ a desiderare — fino a qualche anno fa. Agli inizi la organizzavano all’Arena Parco Nord di Bologna (quel posto che da qualche tempo è stato intitolato a Joe Strummer) e aveva l’aria di un discreto festival musicale gratuito, con programmazione perfettamente allineata sui gusti italiani dell’epoca (i Timoria in piena caduta libera, per esempio) ma con una sua logica (e dignità) di fondo. Poi, per carità, i tempi cambiano. D’altronde MTV è ormai un marchio, un brand, e credo che il pubblico medio di MTV, identificabile non solo nello spettatore degli adattamenti italiani di telefilm di pessimo gusto (i telefilm, non gli adattamenti) ma anche in quello di prodotti nostrani, almeno nei protagonisti, come Spit, lo spettatore medio di MTV — dicevamo — nemmeno conosce più il significato dell’acronimo. La parola ‘music’ credo la si sia voluta nascondere gradualmente fino alla totale scomparsa. Non lo contesto: d’altronde nel marketing lui è il genio e io il coglione — per dirla alla Montanelli.

Però a me la cosa dei digital days continua a non convincere. Che poi, spacciato per un incontro geek (il prossimo target di MTV Italia?), altro non è se non un mini-festivalino con soprattutto musica elettronica, studiato con una formula un po’ da meeting di Cernobbio e con panel (concediamogli almeno l’onore di chiamarli così) del tipo “Quando i videogiochi incontrano la musica”, oppure con temi più seriosi, che indagano il futuro della discografia davanti ad un pubblico che, presumibilmente seppur incolpevolmente, la discografia l’ha uccisa, complice chi poteva ancora fare qualcosa e ora organizza i panel in cui parlano i presidenti dei discografici.

Mi sembra, infine, che svuotato definitivamente il network di quello che è sempre stato il suo core business (ma diranno: è un core business che non tira più, e non si chiederanno il perché), ora provino a cavalcare l’onda del digitale. Fanno bene. Sono temi importantissimi, da affrontare il più seriamente possibile. E’ il futuro, d’altronde. Solo, ecco, continua a sfuggirmi il perché in prime time c’è una studentessa ubriaca che vuole scoparsi il suo compagno di stanza, e durante il weekend il seriosissimo incontro con il presidente della FIMI. Come se dietro queste due cose ci fossero due entità agli opposti. Cioè, non è che mi sfugga completamente il motivo: si chiamano inserzionisti pubblicitari, siamo pur sempre gente di mondo anche noi. Però, ecco, dopo la tizia ubriaca, per guadagnare in credibilità e non far pensare alla gente che abbandonerete la moda del digitale quando saranno rimasti nel cortile della reggia di Venaria solo due nerd con gli occhiali più grossi del viso, perché dopo la tizia ubriaca non pensiamo a qualcosa di meglio? Magari al panel sul futuro della musica digitale. No, non quello sponsorizzato dal noto servizio di streaming digitale del quale ci riempite la timeline di Twitter con segnalazioni. Facciamo magari una cosa un po’ più seria.

Appunti per Carlo Freccero

Nel 2008, intervistato per La Stampa da Claudio Sabelli Fioretti, Roberto D’Agostino argomentò così il profondo rispetto e l’enorme stima che nutriva per Renzo Arbore:

Renzo può anche stuprare la Angiolillo sugli scalini di Trinità dei Monti. Io scrivo che l’Angiolillo l’ha molestato oltre misura.

Con le dovute proporzioni, io affermerei la stessa cosa di Carlo Freccero. Anzi, siccome non ho mai avuto alcun tipo di rapporto con lui, dico piuttosto che il suo lavoro di uomo di televisione, di grande innovatore, di personaggio coraggioso, di intellettuale politicamente distante dai miei lidi (e, forse per questo ancor più intrigante), di situazionista e di abile conversatore, me lo fanno difendere a spada tratta da qualunque accusa gli viene rivolta. Potrebbe combinare anche la cosa più deplorevole sulla faccia della terra, e io direi che qualcuno l’ha esasperato al punto tale che lui la commettesse.

Questo per dire che mi schiero dalla sua parte nella polemica di questi giorni con Libero. Anche se la sua telefonata era meschina e inopportuna, certo. Anche se il linguaggio usato non era alla sua altezza (eufemismo), pur trattandosi di una telefonata privata che Libero forse avrebbe fatto meglio a non mettere online, soprattutto dopo aver gridato per anni contro le intercettazione e la pubblicazione di esse (e anche se pubblicavano, oh se pubblicavano!). Anche se l’odiosa affermazione secondo la quale i cardinali sono pedofili, è una cazzata alla quale non crede nemmeno Freccero stesso. Eccetera eccetera.

Per questo, in conclusione, faccio notare una cosa: Fisica o Chimica (parentesi: cari giornalisti che improvvisamente siete diventati tutti esperti di serie tv, quella è una ‘o’, non una ‘e’, dunque la serie non si chiama “Fisica e Chimica”; no, perché l’ha sbagliato il 90 percento di voi) sarà pure un’ammucchiata in fascia protetta alla quale Libero ha affibbiato il ridicolo epiteto di “Pornorai” (ma qui, ovviamente, si crede a Freccero, e dunque la si considera nel suo contesto, e quindi pedagogica, pur ammettendo candidamente di non averne mai vista una puntata), ma il sito di Libero è di gran lunga il quotidiano online con la più grande quantità di figa a scopo di aumentare i click dell’internet italiana. Una volta che Freccero si è appuntata questa cosa, per lui tutto sarà più facile.

Chiamalo servizio pubblico.

E’ facile fare demagogia, quando si parla di Rai. Il famigerato servizio pubblico, concetto di cui tutti si riempiono la bocca, chi dopo oggettive analisi, chi per convenienza, chi per difendere l’indifendibile, è obiettivamente tutto tranne quello che siamo abituati a vedere sui tre canali della televisione di stato. (Prevedo già l’obiezione: i canali di stato, con il passaggio al digitale terrestre, non sono più tre ma molti di più, vedi Rai4 o Rai5. Giusto: ma che numeri fanno questi canali? Ecco, nella risposta a questa domanda sta anche la risposta all’obiezione. Rai4 e Rai5 sono reti televisive in parte coraggiose e in parte culturali; ma hanno lo stesso peso di un’unghia sul carrozzone Rai. E sia benedetto Carlo Freccero sempre e comunque).

Cosa dovrebbe essere, quindi, il servizio pubblico? E’ una domanda che non ha una risposta, ma ne potrebbe avere mille, tutte differenti. Più o meno quanto sono differenti le menti degli italiani che dal servizio pubblico si aspetterebbero tante cose, tutte giuste e tutte diverse tra loro. Per questo, ad una domanda del genere, forse conviene rispondere per sottrazione. E dire cosa non è servizio pubblico. I quiz preserali sono servizio pubblico? Secondo me sì, perché il servizio pubblico non deve essere solamente un insieme di trasmissioni seriose o con velleità cultural-artistiche. Gli approfondimenti sono servizio pubblico? Sì, anche nelle modalità che siamo abituati a conoscere: Vespa, Floris, Ferrara, persino Fazio (che si collocherebbe nella zona dell’”infoteinment”). Il telegiornale lottizatto dalla maggioranza (Rai1), da una costola della maggioranza (Rai2) e dall’opposizione (Rai3) sono servizio pubblico? Probabilmente sì, a meno che voi sapientoni dell’informazione e della comunicazione non conosciate un modo più onesto di rappresentare tutte le voci di un’Italia che, a scadenze regolari, si reca alle urne a votare questo o quel partito.

Non è servizio pubblico, invece, basare la programmazione televisiva su un gioco condotto  “al ribasso” osservando quello che fanno le reti concorrenti, le quali si muovono con una logica puramente commerciale. Le reti Mediaset, le reti private, le innumerevoli reti che sono spuntate come funghi sul digitale terrestre si dice che spesso offrano una programmazione ai limiti del ridicolo. Non sono un critico televisivo, quindi mi fido del giudizio comune e do per scontato che possa essere vero. Ma, cinicamente, l’unico discorso da fare, l’unica cosa giusta da dire è che quelle reti non hanno come mission quella di fare servizio pubblico; non prendono i soldi di un canone; non hanno come referenti i telespettatori ma solo gli inserzionisti pubblicitari. Devono, sempre per essere cinici, vendere spot al più alto prezzo possibile. Le trasmissioni diventano il contenitore della pubblicità, non viceversa. Per questo un servizio pubblico che si chiami realmente così deve, per prima cosa, puntare tutto sulla differenziazione rispetto alle reti commerciali. Inoltre, deve sopravvivere di pochissimi spot e del solo canone, che in un vero servizio pubblico deve essere pagato da tutti. Altrimenti — e questa sarebbe persino la soluzione preferibile — si privatizza la Rai. E, in una certa misura, mi auguro che accada quanto prima.

Non è scoprendo Celentano che delira in prima serata e fuori contesto che abbiamo compreso che la Rai non fa servizio pubblico. Lo abbiamo scoperto leggendo che la BBC inglese dal 23 al 31 di marzo manderà in onda 200 (duecento!) ore di trasmissione continua con la musica di Schubert, per la celebrazione dei 215 anni dalla nascita del compositore austriaco.

(Prevedo, in conclusione, un’altra obiezione: la radio Rai. Ecco, nel panorama radiofonico nazionale, mi sembra che l’unico tentativo di servizio pubblico venga fatto via radio, anche se non sempre con successo. Ma lì ci si muove con una logica, e dei costi, totalmente differenti da quelli televisivi. Oso di più, e dico che la radio — a differenza della televisione — nel corso degli anni si è sputtanata di meno. Anche per questo il mezzo radiofonico non ha incontrato il calo di popolarità che tutte le Cassandre avevano previsto, ma ha anzi dimostrato di saper reggere ottimamente la sfida dei nuovi mezzi di comunicazione.)