Archivio tag: the wire

Forma è sostanza.

So che dirò una banalità. Ma nel continuo dibattere sullo stato della stampa musicale italiana c’è un aspetto che viene sempre tralasciato: la cura. Una cura che non sta solo in ciò che, per la stampa cartacea ma non solo, dovrebbe essere fondamentale — e cioè una precisa linea stilistica, contenuti originali, correttezza sintattica e grammaticale, attenzione ai refusi e contenuti ben al di sopra del presentabile. Ma una cura anche di quelle che si chiamano, tecnicamente, norme di redazione.

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No, il dibattito no!

Sulle pagine di The Wire si stava svolgendo un dibattito un po’ stucchevole e inutilmente sul filo del politically correct che riguardava il numero di copertine dedicate ad artiste donne.

Siccome quando si gioca col politicamente corretto – così come quando si fa del moralismo – c’è sempre qualcuno più corretto (o più moralista) di te, per “salvaguardare” una categoria – quella femminile, che scioccamente veniva considerata discriminata in base al parametro del numero di copertine con musiciste donne – si è finiti per attaccarne un’altra. Quella degli artisti giovani (anagraficamente parlando), rei di finire in copertina immeritatamente e a discapito di artisti da più tempo sulla scena.

Si parlava di musica e mi sembrava perciò che la cosa stesse un po’ trascendendo.

Ho provato a dire la mia. Loro, gentilissimi, l’hanno pubblicata.

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Casualità musicali.

Finalmente è online l’articolo che Mark Fell (immischiato in mille progetti, tra cui gli strabilianti SND) ha scritto per la serie Collateral Damage di The Wire. Attraverso una serie di ricostruzioni e aneddoti, descrive come la limitazione tecnologica insita nell’apparecchiatura musicale non deve essere vista come una limitazione ma, al contrario, come uno stimolo alla creatività. Se così non fosse, molti dei suoni che oggi ascoltiamo non sarebbero mai stati prodotti. Come, ad esempio, il classico timbro dell’Acid House:

Let’s skip forward a few years to 1987, to the arrival of Acid House, and another interview on British TV, which tells a very different story. Here, Earl Smith Junior (aka Spanky) and Nathaniel Pierre Jones (aka DJ Pierre), collectively known as Phuture, describe the making of “Acid Tracks”, widely regarded as the first Acid House record. The story goes that neither of them knew how to use the Roland TB303, which was in those days a more or less ignored little synthesizer known for its astonishingly bad imitation of the bass guitar. Pierre explains how he couldn’t figure out how to work the 303 – it didn’t come with a manual – so he just started to turn the knobs.

The result became the sonic signature of Acid House – not just the familiar squelchy Acid sound (which often steals the limelight in the Acid House story) but also to the repeating musical sequence, the use of accents, portamento and varying note lengths. When Pierre talks about “not being able to figure out the thing”, I think he’s referring primarily to the 303’s convoluted step time sequencer, which is much less familiar than the filter and envelope controls common to many synths of that era.

Leggi elettorali

Tony Herrington scrive un lungo post per spiegare i meccanismi di voto del tradizionale Rewind di fine anno di The Wire e ammette che, sì, il caso di “Far Side Virtual” di James Ferraro al numero 1 è regolare ma inusuale:

The triumph of Far Side Virtual on such a low mandate is unusual in the history of The Wire‘s Rewind charts, with past Releases (or Records) of the Year usually having to garner votes from at least 25 per cent of the electorate