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Un enorme telefono senza fili.

Leggendo sull’Atlantic un articolo di Joe Pinsker sugli scenari futuri cui i sistemi di traduzione simultanea ci condurranno, ho trovato questo passaggio che rinforza le mie convinzioni. E cioè che, ancora per molto tempo, servizi pure innovativi come quello della traduzione simultanea appena resa disponibile anche in Italia da Skype, saranno sostanzialmente inutili:

A mio padre piace raccontare una storia che riguarda un suo amico scienziato. Il quale una volta esordì ad una conferenza che stava tenendo in Giappone raccontando una barzelletta che durava un paio di minuti. Dopo averla raccontata in inglese, aspettò che fosse fatta la traduzione per il pubblico. La traduttrice però parlò per pochi secondi, dopodiché il pubblico esplose in una risata.
Una volta finita la conferenza, lo scienziato chiese alla traduttrice come aveva potuto riassumere l’umorismo della sua barzelletta in una forma così concisa. Lei alzò le spalle e disse: «Ho spiegato che il nostro ospite americano aveva appena raccontato una barzelletta molto divertente, e che quindi tutti avrebbero dovuto ridere».
La storiella su questo scienziato dimostra la qualità soggettiva e tutta umana della traduzione. Muoversi tra diverse lingue di rado vuol dire tradurre letteralmente il significato; richiede il costante riposizionamento di input imprevisti, infinite decisioni soggettive e qualche consapevolezza sociale. In altre parole, tradurre è qualcosa per cui sono portati gli umani, non le macchine.

Il motivo di questo mio scetticismo è presto detto. Non vorrei che la già pigra umanità facesse troppo affidamento su questo tipo di servizi, e li collocasse nel suo ordine di priorità molto al di sopra del cercare di imparare una lingua straniera che possa rivelarsi utile nel lavoro o nelle relazioni sociali. Il risultato sarebbe imbarazzante: milioni di persone che credono di comunicare con milioni di altre persone facendo affidamento su un servizio terzo nei confronti del quale non possono avere l’onere della prova circa il fatto che si stia comportando correttamente. Un enorme telefono senza fili, dove alla peggio nessuno capirà nulla di ciò che sta dicendo il suo interlocutore e, alla meglio, tutti annuiranno alle affermazioni altrui fingendo di averle capite — un po’ come la traduttrice che chiede al pubblico di ridere per una barzelletta appena raccontata in un’altra lingua.

John Berger, traduzione

JohnBerger

John Berger, critico d’arte e scrittore inglese, autore tra gli altri del romanzo G. (Booker Prize e James Tait Black Memorial Prize nel 1972), interviene sull’inserto culturale del Corriere della Sera [La Lettura, 11.01.2015, p. 16] in celebrazione della lingua.
Tra un riferimento alla bellezza delle lingue e uno a Chomsky e alla sua teoria del linguaggio innato e della grammatica universale (che, però, da alcune parti non viene più considerata granché significativa), Berger trova anche il tempo per fare una riflessione sulla traduzione nella letteratura:

Oggi le traduzioni sono perlopiù tecniche, mentre io mi riferisco alle traduzioni letterarie, alle traduzioni di testi che riguardano l’esperienza individuale. Se si guarda alla faccenda in modo convenzionale, il traduttore o i traduttori non dovrebbero far altro che studiare le parole scritte in una certa lingua su una pagina, per poi renderle in una lingua diversa su un’altra pagina. Il procedimento implicherebbe dunque una cosiddetta traduzione parola per parola, una successiva rielaborazione che rispetti e incorpori la tradizione e le regole linguistiche della seconda lingua, e una passata finale per ricreare l’equivalente della «voce» del testo originale.
Molte traduzioni seguono questo metodo e i risultati sono validi, ma di seconda qualità. Perché? Perché la vera traduzione non è binaria (una relazione tra due lingue) bensì triangolare (una storia a tre). La vera traduzione esige che si ritorni al pre-verbale.
Si leggono e si rileggono le parole del testo originale per capirle a fondo e così raggiungere, toccare la visione o l’esperienza da cui sono scaturite. Poi si raccoglie quel che si è trovato, si prende questa «cosa» tremante e quasi muta e la si colloca dietro la lingua in cui va tradotta. Adesso il compito principale è convincere la lingua ospitante ad accettare e accogliere la «cosa» che attende di essere articolata.