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Nemmeno un editor che si sia chiesto cosa fossero.

Sto leggendo in questi giorni un vecchio romanzo. Non è importante dire con precisione quale. Basti il fatto che è uno dei tre romanzi più famosi di un ex enfant prodige della letteratura americana, uscito a metà degli anni Novanta e tradotto in Italia da una delle più prestigiose case editrici nostrane — non quella con i colori pastello, l’altra.
Non sono un maniaco delle traduzioni. Mi piacciono ben fatte, ma non mi sentirete mai dire che è meglio leggere un romanzo in lingua originale. Certo che è meglio, ma ci sono traduzioni talmente belle e fedeli che non si perde nulla né della storia né, soprattutto, dello stile dello scrittore.
Per farla breve, ché l’ho già fatta troppo lunga. Ad un certo punto il protagonista del libro prende un compact disc e lo infila nel lettore. Decidendo però che l’ascolto dell’intero disco è troppo, programma solo alcune canzoni (una pratica che sono quindici anni buoni che nessuno fa più, ma perfettamente in linea con gli usi del tempo in cui il libro uscì). Magicamente, i brani (“tracks” in originale) nella traduzione italiana diventano “piste”.